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Roberto Herrera: “La socialità dà al tango la sua anima. Perché è così che è nato.”

Con 50 anni di professione, Roberto Herrera è oggi uno dei ballerini, maestri e coreografi di tango e folklore argentino con la maggiore esperienza. È stato primo ballerino e assistente coreografico, insieme a Titina Di Salvo, del Balletto Folklorico Nazionale Argentino ai suoi inizi, sotto la direzione di Santiago Ayala «El Chúcaro» e Norma Viola. Arriva al tango per mano di grandi maestri come Carlos Rivarola, Antonio Todaro, Juan Carlos Copes, Gloria e Rodolfo «Cacho» Dinzel, Gustavo Naveira e Olga Besio, Carlos e Inés Borquez e Pepito Avellaneda, tra gli altri. Ha formato importanti coppie di tango con grandi ballerine: tra queste spicca la sua tappa con Vanina Bilous, con cui formarono la coppia solista della Gran Orquesta del Maestro Osvaldo Pugliese, e in seguito effettuarono diverse tournée internazionali con le orchestre di Leopoldo Federico, Julián Plaza e Beba Pugliese. Con quest’ultima è stato anche in tournée con Natacha Poberaj. Vale la pena di ricordare il suo periodo in «Tango Argentino» ballando prima con Carolina Iotti e, in un’altra stagione, con Lorena Yacono. Anni dopo si è unito a «Tango Pasión» con il Sexteto Mayor. Si è esibito in quasi tutte le case di tango più conosciute, a partire dallo spettacolo di Gloria ed Eduardo Arquimbau al Michelangelo, fino a condividere il palco con Abel Córdoba, Adrián Guida, Roberto Goyeneche, María Graña e Adriana Varela tra gli altri famosi artisti della scena del tango di Buenos Aires. Dal 2005 ha una sua compagnia e dal 2000 insegna tango, oggi in compagnia della sua compagna di vita e di tango, Ani Andreani, con la quale organizza anche una milonga a Monaco di Baviera. In questa intervista Roberto ci parla non solo della sua carriera, ma anche di molti grandi del tango e del folklore con cui ha avuto l’opportunità di lavorare.

Roberto Herrera al Pucara de Tilcara, Jujuy, Argentina.

Perché ha iniziato a ballare? Perché la sua famiglia lo faceva, perché le piaceva?

Sono rimasto affascinato dalla danza, dal folklore in particolare, durante le colonie estive che si organizzavano all’epoca per i bambini di tutto il Paese – molte erano a Córdoba -, in cui si trascorreva una settimana svolgendo diverse attività , e c’era una notte dei falò chiamata «La notte dei talenti» in cui ogni delegazione doveva presentare un lavoro artistico. Noi, quelli di Jujuy, abbiamo presentato una zamba. Io suonavo il bombo (una specie di grancassa, n.d.t.). Da quel momento ho iniziato a suonare il bombo, fino ad allora non avevo neanche idea di cosa fosse. In quelle colonie vidi un ragazzo di Corrientes che attirò molto la mia attenzione perché era un Gardelito (un ragazzo vestito in modo da imitare Carlos Gardel, n.d.t.). Con i capelli pettinati con la brillantina, in abito nero con fiori ricamati, speroni: quel Gardel che si presentava in Francia vestito da gaucho. Guarda come me lo ricordo ancora! E questo ragazzo ballò un malambo in modo splendido, molto elegante, molto professionale: mi piaceva molto. Avevo circa 8 anni. Poi, quando tornai a Jujuy, mia madre mi disse che avrebbero portato mio fratello Tani (Estanislao Herrera) in un’accademia di danza – lui aveva solo 3 anni. “Ah, ma voglio andarci pure io!”, “Ma lui ci va la mattina, tu sei a scuola a quell’ora.” Il giorno dopo mi ammalai.

Convenientemente… (ride)

Accompagnai mio fratello e la maestra mi vide con così tanta voglia di ballare che mi fece ballare con loro – ero smanioso come un gatto, ricordo – e, da allora, non ho più smesso. È stata la mia prima insegnante e lo è tuttora. María del Carmen Calneggia, per noi Monis. Una persona con una grande passione per la danza. Insegnava tutto: classico, danze spagnole, folklore, folklore latinoamericano! Era una cosa straordinaria che lei lo insegnasse. E la cosa più importante è che lei quello che non sapeva lo andava a imparare, o portava dei colleghi per insegnarlo. Era un fenomeno. Le sono molto grato perché mi ha trasmesso tutto questo fervore, tutta questa passione. È stata la prima a parlarmi del Maestro.

Di El Chúcaro?

A quel tempo quando qualcuno diceva «Maestro» sapevi che stava parlando di El Chúcaro, non c’erano altri maestri, c’erano gli insegnanti: l’insegnante di musica, l’insegnante di danza. Poi questo termine è stato applicato al tango: il maestro Antonio Todaro, il maestro Pepito Avellaneda, il maestro Pugliese. Ricordo che quando chiamavo Osvaldo Maestro, lui rispondeva: “Maestro io? Maestro ciruela!” Conoscete il detto? “Maestro ciruela (prugna, n.d.t.), quello che vuole insegnare ma non ha una scuola.” “No, no, non sono un maestro,” diceva. Un fenomeno, Osvaldo. O quando dicevo Maestro a Colangelo, lui diceva: “No, non maestro, professore. Perché i maestri vengono pagati poco e io vengo pagato molto.” (ride). Un altro fenomeno Pepe. Sono stato molto fortunato a lavorare con tutte queste persone.

A proposito di questa fortuna, come è arrivato a El Chúcaro, come è diventato suo assistente alla regia e primo ballerino del suo balletto insieme a Titina de Salvo?

Siamo stati entrambi i primi ballerini del Ballet Popular Argentino, cioè il balletto privato di El Chúcaro, prima del Balletto Nazionale.

Sono andato a Buenos Aires nel 1986, dopo aver fatto il servizio militare. Sono stato un buon soldato per uscire in fretta, perché il congedo era per il giuramento di fedeltà alla bandiera. Non ho avuto difficoltà perché la disciplina è sempre stata mia amica. Ma successe che uscivamo dalle Malvinas e allora fu il contrario: “i migliori soldati devono restare perché noi torneremo alle Malvinas,” questo fu ciò che ci dissero – e io dovetti fare un anno e mezzo di servizio militare.

Quando uscii da lì, non sapevo cosa fare. Sapevo di voler continuare a ballare, ma non sapevo come fare. E un mio amico, un ottimo amico, Luis Villegas, mi disse: “Scrivi a El Chúcaro per un’audizione.” “Ma cosa gli scrivo a fare! Figurati se mi presta attenzione! E poi non ho un indirizzo o altro.” Il giorno dopo il mio amico si presentò con l’indirizzo. “Ma cosa gli scrivo?” “Scrivigli con il cuore.” Gli ho detto che ballavo, che ero un suo fan, blah, blah, blah… Passarono due mesi e arrivò la risposta! Mi disse che se prima o poi fossi andato a Buenos Aires, avrebbe potuto farmi un’audizione, senza alcun impegno. E questa è stata la motivazione, è stato allora che ho iniziato a prepararmi e a raccogliere fondi per potermi mantenere, almeno per un po’, perché ero sicuro che sarei stato ammesso. Io partivo per restare! Sarei rimasto, avevo questa convinzione. Così sono andato prima a Córdoba dove ho fatto alcuni spettacoli che mi hanno permesso di guadagnare un po’ di soldi.

A che età era già un professionista?

Sono un professionista da quando avevo 11 anni. Quest’anno, nel 2024, compirò i cinquant’anni di professione. Ho ricevuto il mio primo stipendio zapateando per La Peña de los hermanos Caballero, che era molto famosa a Jujuy.

Cinquant’anni di professione!

E anche d’insegnamento, perché alla stessa età ho iniziato a insegnare ai bambini più piccoli, quelli di 3, 4, 5 anni nell’accademia della mia insegnante.

E come arriva a El Chúcaro?

Dopo essere passato per Córdoba, sono arrivato a Buenos Aires e ho chiamato il Maestro per fare l’esame. Mi convoca tre giorni dopo. Mi chiede di fare il repique, uno zapateo che mi ha mostrato, poi alcune altre cose, di mostrargli qualche piroetta, e mi dice. “Va bene, ma sarò onesto con te: sei un po’ vecchio – avevo 20 anni – sei venuto un po’ tardi. Ho ballerini che iniziano con me a 14, 15 anni, e ti mancano molte cose che dovresti imparare. Cosa hai intenzione di fare? Te lo dico perché facciamo un corso con Norma Viola, e se vuoi venire, penso che ti farebbe bene.” Niente a che vedere con quello che mi aspettavo mi dicesse, ero sicuro che sarei entrato nel Balletto. Non è stato così (ride).

Poi ho contato i soldi che mi erano rimasti: mi bastavano per quattro giorni. Ho provato a cercare un lavoro tramite alcuni conoscenti di mio padre, ma non mi hanno prestato attenzione, così il terzo giorno ho chiamato di nuovo il Maestro per salutarlo, al che mi ha chiesto di andare a trovarlo e mi ha proposto di vivere a casa sua – “Questa casa è molto grande…” ha detto. “Ti darò da mangiare e tutto ciò di cui hai bisogno, finché non ti sarai sistemato. Ma non vivrai al piano di sopra! Dovrai aiutare il resto con le pulizie; ho quattro cani, devi dar loro da mangiare, devi tagliare l’erba…” Saltavo su e giù su una gamba sola. Ricordo che il giorno dopo mi svegliai e mi sentii così felice! Ricordo che il sole entrava dalla finestra, che era aperta perché faceva caldo, gli uccelli cantavano e c’era un albero di alloro proprio accanto alla finestra che praticamente entrava nella stanza. È stato uno dei giorni più felici della mia vita, perché mi ero preparato per essere parte di quel balletto da molto tempo, non so quanto tempo…

Da quando Maria del Carmen, la sua insegnante, ha iniziato a parlarle del Maestro, forse…

Esattamente…

…da quando lei le trasmise il suo sogno.

Sì, proprio così! E la mamma ci ha messo del suo per alimentarlo, perché leggeva una rivista chiamata Folklore, in cui c’erano sempre articoli di Chúcaro e Norma che io avevo divorato per potermi preparare come ballerino. Era il mio sogno. Quindi essere nella casa del Maestro era una cosa incredibile, pensavo di star vivendo un sogno. Immaginate di essere l’incaricato di rispondere al telefono, di prendere i messaggi e all’improvviso chiamavano e…: “Pronto, sì?” “Pronto, sono Mercedes Sosa,” per esempio. Oppure “Pronto, sono Horacio Guaranì.” Volevo morire. Per me era un mondo di fantasia. Erano persone che guardavo in televisione e ammiravo.

«…se non fosse stato per la generosità del Maestro Santiago Ayala e di Norma Viola, non avrei potuto essere a Buenos Aires per sviluppare una carriera. E se non fossi stato richiamato da loro non avrei fatto nulla di quello che ho fatto finora nella mia carriera, la mia vita non sarebbe cambiata così tanto come è cambiata dall’86 a oggi.»

Inoltre, sono stato molto fortunato perché a quel tempo viveva nella casa del Chúcaro anche Jorge Corrales. Lo chiamavamo Chupete. Era stato un primo ballerino – un grande primo ballerino – nella compagnia privata – e il Maestro gli disse di venire ad insegnarmi alcune cose. Jorge, con cui andavo molto d’accordo, mi dava lezioni, ma specifiche per partecipare al balletto. E, di tanto in tanto, Chúcaro veniva, mi guardava e diceva “Continua, continua,” e andava via.

E c’è stato qualcosa che le ha detto per cui lei possa dire “mi ha aperto la testa” con quelle parole?

Lui era molto aggiornato su tutto, non viveva in una nuvola di antichità o di glorie passate, per niente. Era sempre attento al presente e aveva anche una visione molto chiara del futuro. In questo senso, mi aprì la testa quando mi disse: “Guarda, Roberto: c’è stato un tempo in cui l’Argentina esportava gauchos…” Stiamo parlando di artisti come El Diablito, lo stesso Chúcaro, Juan Saavedra, Figueroa, un gruppo di ballerini straordinari, che ancora oggi ammiro perché hanno fatto cose che oggi i giovani non possono fare. “Ma ora…,” proseguì, “quello che sta arrivando è il tango. E nella compagnia abbiamo il tango. Tu non devi considerarti un gaucho, devi considerarti un ballerino. E se sei un ballerino devi ballare molto bene il folklore e il tango. E questo mi ha spinto a prendere lezioni di tango.

Roberto Herrera con Ani Andreani.

Con chi ha iniziato?

Con Rivarola.

Era al tempo del Balletto Nazionale?

No, prima. Il Ballet Folclórico Nacional (Balletto Folklorico Nazionale) non è iniziato prima del 1990 e il Maestro me lo disse appena mi trasferii a casa sua, nell’aprile del 1986. Solo tre giorni dopo il mio arrivo a casa sua, il Maestro organizzò un asado e invitò Carlos Rivarola, che aveva appena lasciato Tango Argentino. A quel pranzo venne anche Cacho Ristro, che era quello che faceva la musica per le pubblicità dei furgoni pick up della Ford. Ricorda quelle pubblicità? Quella in cui lanciavano il furgone da un aereo o correvano insieme ai cavalli? È lì che ho conosciuto Norma e Nidia Viola. E lì ho scoperto che Carlitos Rivarola, prima di ballare con María, aveva ballato con Nidia a Taconeando. Poi Carlos mi spiegò che avrebbe tenuto dei corsi nell’accademia del maestro il sabato. Così ho iniziato subito.

E in seguito, una delle ragazze che veniva da Rosario per frequentare quelle lezioni il sabato pomeriggio mi disse che, il sabato mattina, alla Escuela Nacional de Danza, era da poco iniziato un corso con due professori di nome Olga Besio e Gustavo Naveira.

Ah, bene! Alcuni «professori» (alludendo sarcasticamente alla differenza tra professori e insegnanti).

Sì! (ride) Non avevo idea di chi fossero, ma accettai e presi lezioni con loro ogni sabato dalle 9 alle 12, per circa tre mesi. Ma, a quel tempo (1986), insegnavano il metodo Copes. Infatti, in seguito Copes tenne alcune lezioni nell’accademia del Maestro, con lo stesso metodo. Al punto che io, che non sapevo nulla, pensavo che quello fosse tango, che non ci fosse altro. Col tempo, quando ho iniziato a frequentare la milonga, ho scoperto che le differenze erano enormi! E lo dico con tutta la mia ammirazione. Il maestro Copes aveva dovuto strutturare qualcosa che non aveva molta struttura con elementi utili per il palcoscenico.

Poi ho preso lezioni con Dinzel. Ho imparato molto con Cacho Dinzel. E con Gloria. Non veniva spesso lei, ma le due o tre cose che lei diceva, le volte che appariva, erano come la bibbia. E non mi ha fatto pagare, quindi le sono molto grato.

E, facendo un salto indietro nel tempo, com’è stato dire a El Chúcaro che lasciava il Balletto Nazionale dopo aver vissuto con lui e dopo che le aveva dato tante opportunità?

In realtà, me ne ero già andato prima, nel Settembre 1986, perché non riuscivo a sopportare tanta pressione. Soprattutto da parte di Norma, che era molto dura con me. Con il tempo l’ho capita. In qualche modo, avevano riposto tutte le loro speranze in me perché non avevano un primo ballerino, e mi hanno saturato di tante informazioni. Andai in confusione e tornai a Jujuy, lasciando una lettera al Maestro, scusandomi mille volte, ma spiegandogli che non potevo più continuare. Un anno dopo mi chiamò e mi chiese: “Come va? Va meglio, hai assimilato le tue conoscenze?” Naturalmente, avevo solo bisogno di tempo per elaborare tutta quell’enormità di informazioni. “Perché devo fare il Martín Fierro – mi disse – e pensando a chi potesse farlo, ci guardammo con Norma e dicemmo entrambi all’unisono: Roberto Herrera». In precedenza, l’aveva fatto Omar Ocampo, ma stava già lavorando molto con il tango. E così sono tornato. E Norma cambiò totalmente con me. Con il tempo, mi spiegò che sapeva di essere molto esigente, a volte dura, ma che la vita era dura e ancora più dura per i ballerini folkloristici, e questo era il suo modo di prepararli. Per lei, il ballerino folkloristico “doveva avere sangue, e se non sopportava una certa pressione, non avrebbe brillato sul palco.”

Roberto Herrera, Malambo de boleadoras.

Quindi, lei è diventato il primo ballerino del Balletto Popolare. E come è passato da primo ballerino ad assistente nel Balletto Nazionale?

Quando iniziò il Balletto Nazionale, il Maestro mi disse: “Guarda, Roberto, ho bisogno di te come primo ballerino e come assistente, perché saremo sedici coppie più tre coppie di riserva.” Nel Balletto Popolare eravamo al massimo otto coppie. Sentii una responsabilità enorme perché questo significava che avrei dovuto rivedere la coreografie da otto a sedici persone e da sedici a trentadue, e fino ad allora non ero un assistente, ero il primo ballerino ma non contavo niente, andavo dove mi veniva detto e facevo la mia parte, quelli che dirigevano erano Norma e il Maestro. “Beh, Titina (Titina di Salvo) sarà presente per la parte delle ragazze,” mi disse.

Ballava con lei fin dal Balletto Popolare?

Esatto, è stata la prima ballerina. Ma sentivo la responsabilità di essere lì, in prima linea, perché già allora c’erano molti che davano il loro parere, ognuno con il proprio libriccino, molti che facevano i maestrini. E c’erano molti che venivano dal Balletto Popolare, perché avevano superato il casting. “Bene, Maestro, ma io voglio impostare una certa disciplina.” “Tu fai, Roberto, tu fai.” Così alla prima prova che abbiamo fatto, appena hanno cominciato a dire: “Ah, ma quando eravamo nel balletto lo facevamo…” ho risposto loro: “Da ora in poi faremo così: voi fate la versione che dico io. Tutte le altre versioni sono finite.” E io dovevo andare sul duro, perché, inoltre, mancavano due mesi al debutto del 9 Luglio al Teatro Colón, trasmesso dall’ATC (canale televisivo) in tutto il Paese. Naturalmente molti mi odiavano, ma dovevo ricoprire un ruolo e non potevo avere amici. In realtà, i miei amici erano – e sono tuttora – quelli che hanno capito qual era il mio ruolo. Faccia da cane durante le prove e grandi amici fuori dalle prove, ci facevamo una birra e non c’erano problemi. E questi sono Fabián Irusquibelar, che è ancora un mio grande amico, e anche Jesús Velázquez.

Tuttavia, intervistando diversi di loro e alcuni di quelli che sono arrivati dopo che lei ha lasciato il Ballet, tutti sottolineano questa “disciplina”. “Ci hanno insegnato a essere professionisti”, dicono quando si chiede loro del Balletto Nazionale.

E vi avranno detto che, nel giro di una settimana, non riuscivano nemmeno a camminare, perché non avevano l’allenamento fisico per provare per così tante ore. Ma i ragazzi hanno risposto molto bene, hanno saputo gestire tutto questo. E dopo il debutto del 9 Luglio è arrivato un anno di lavoro molto duro per esibirsi a Cosquín, perché dovevamo fare uno spettacolo a sera. Inoltre, quell’anno non c’erano otto, ma nove lune. È stato tutto un percorso completo, molto importante. Ma a quel punto è iniziata la rottura.

La tua uscita?

Certo, mi spiego. Un giorno a Cosquín, dopo le prove, un uomo si avvicinò e mi disse: “Salve Herrera. Mi congratulo con lei per il Balletto Nazionale.” “Non con me, ma con il Maestro Chúcaro, Norma e Nidia.” “Sì, El Chúcaro è il massimo riferimento, ma siete voi a far sì che i ballerini siano lì a ballare e abbiano la disciplina che hanno. E loro hanno il tuo stile. “No, no. Lo stile è quello di El Chúcaro. Io non faccio altro che trasmettere.” Ero orgoglioso di ballare lo stile di El Chúcaro. E così è rimasto. Ma poi Norma lo venne a sapere e, quando tornammo da Cosquín, dopo uno spettacolo all’ATC con tutte le star del momento – Los Chalchaleros, Los Hermanos Ávalos, Guaraní – Norma venne da me e mi disse: “Guarda, ti ho portato il programma di Cosquín dove c’è scritto che sei il primo ballerino e l’assistente, ma non sei il proprietario del Balletto Nazionale. I direttori e i proprietari siamo Chúcaro e io.” E lì ho detto “basta”. A quel punto ho sentito che il tempo era scaduto, perché non avevo mai avanzato alcun tipo di pretesa, né di denaro né di altro, e avevo la possibilità di fare altre cose. Così ho detto a loro due che volevo andarmene perché volevo continuare a crescere. E il Maestro disse: “Sì, capisco, va bene. Devi continuare a crescere. Fallo con calma.” E Norma disse: “Ah, bene, arrivederci.”

Nel tempo sono tornato a trovare El Chúcaro. E sono andato a trovare Norma, anche se solo una volta. Natacha (Porberaj) l’ha organizzato perché volevo chiederle il permesso di fare il “Malambo de los consejos” del Martín Fierro nel mio spettacolo, ma invece di farlo con quattro uomini come l’originale, volevo farlo con ragazze e ragazzi. E l’abbiamo fatto, con Natacha, Cecilia Díaz, Oscar Gauna e me. E Norma non solo mi ha dato il permesso, ma mi ha persino regalato la cassetta con la musica originale.

La verità è che, al di là di tutto, se non fosse stato per la generosità del Maestro Santiago Ayala e di Norma Viola, non avrei potuto essere a Buenos Aires per sviluppare una carriera. E se non fossi stato richiamato da loro non avrei fatto nulla di quello che ho fatto finora nella mia carriera, la mia vita non sarebbe cambiata così tanto come è cambiata dall’86 a oggi.

«Io ho avuto l’onore di lavorare con il Maestro Osvaldo Pugliese, con i maestri Leopoldo Federico, Julián Plaza, il Sexteto Mayor, con il maestro Salgán, con la sua grande orchestra, l’ultima volta che si è esibito, e con tutti questi grandi maestri ho imparato che questo lavoro è molto fluttuante: una volta sei al top e un’altra volta sei in fondo. E di nuovo si può tornare da capo e così via.»

Quando ha conosciuto Vanina (Bilous)? Eduardo (Arquimbau) vi ha presentati?

Nella sua intervista ha detto di essere stato lui a mettere insieme la coppia. Sì, è vero. Avevo fatto l’audizione con la mia compagna de La Ventana, Anita Tortorella, e Vanina si era presentata con Fabián Salas, subito dopo aver smesso di ballare con Alejandro (Aquino), ma poi né Fabián né la mia compagna sono riusciti a farlo e quindi Eduardo mi ha chiesto di ballare con Vanina. E così abbiamo iniziato. La conoscevano già in Giappone perché aveva viaggiato, anche con Pugliese. Era già una grande ballerina di tango, coccolata dalla milonga, un fenomeno. Chi non va d’accordo con Vanina? Non conosco nessuno.

La verità è che è stata una partner molto importante. Soprattutto perché è stata una tappa di formazione. Abbiamo scoperto insieme molte cose, abbiamo inventato insieme cose che vengono fatte ancora oggi e continueranno ad essere fatte. E si perderanno nell’anonimato, molte di queste cose che abbiamo inventato noi due, che lei ha inventato quando era con me.

Dove vede queste cose oggi, sul palco o nella milonga?

In entrambi i luoghi. Per esempio, ha inventato di camminare all’indietro nel giro per generare più forza, perché le ho chiesto di girarmi con più velocità. Come se si facesse un giro, ma con una corsa veloce all’indietro in modo che l’uomo potesse fare un planeo lungo. Oggi si fa come una cosa normale, viene persino insegnata come parte del ballo sociale. E no, l’ha inventato su mia richiesta, per capirci, ma ha inventato molte altre cose, voleos combinati, ganchos in modi diversi, molte combinazioni.

La verità è che tutte le mie partner hanno sempre aggiunto qualcosa al ballo, alla coppia. Ho sempre cercato di avere una buona coppia di ballo, non di essere un grande ballerino, ma di creare una buona coppia. Ho sempre cercato di adattarmi a tutte le mie partner per avere una buona coppia.

Cosa definisce un buon partner di ballo?

Cinquanta e cinquanta. Se di tanto in tanto fissate lei e di tanto in tanto lui, e all’improvviso rimanete estasiati a guardare quello che fanno in due, quella è una coppia. Se invece vedo un grande ballerino e una grande ballerina, quella non è una coppia.

Roberto Herrera e Vanina Bilous.

Poi vi siete recati in Giappone ed è lì che è esplosa la tua carriera nel tango.

Esattamente. Abbiamo trascorso quei tre mesi con Vanina in un’atmosfera molto positiva. Era molto interessante perché Eduardo aveva fatto una proposta molto interessante, in cui c’era un omaggio a Pugliese, e a noi toccava il piccolo pezzo del Recuerdo (anni dopo Roberto e Vanina avrebbero fatto questo pezzo con il maestro Pugliese, rimanendo la loro esibizione molto ricordata ancora oggi). Erano circa trentadue battute – perché in realtà le star dello spettacolo erano Gloria ed Eduardo – ma la curammo, la tirammo a lucido, come se fosse il grande assolo. Vanina aveva davvero tanta voglia di fare, e anch’io. E, grazie al Negro (Jorge) Torres che mi consigliò “Devi comprare una cinepresa e filmarti, così potrai correggerti,” ce l’abbiamo fatta. Anche lui, molto generosamente, ci ha filmati durante lo spettacolo, e poi ci guardavamo. Ho ancora quei video su Hi8 che abbiamo girato io o el Negro.

E dopo quel tour, chi sono stati i grandi nomi che hanno iniziato a telefonarle a casa?

In realtà, quando siamo tornati dal Giappone, è stata Vanina a dirmi: “Non ti interesserebbe ballare con Pugliese?” Così, appena tornati, c’era già del lavoro, mettiamo dopo due settimane, presso La Galleria del Tango Argentino.

Ma anche La Galleria era di Eduardo, non è vero?

Sì, Eduardo aveva ingaggiato Osvaldo per suonare con la sua orchestra in una cena spettacolo e noi ci siamo esibiti con Osvaldo e la sua orchestra. A quel punto fummo ingaggiati e iniziammo a ballare con Osvaldo. In seguito Osvaldo ha suonato nella milonga che si trovava dietro la cena, e questo è il video che ancora gira. Osvaldo disse: venite tutti vestiti di nero e chi è l’unico vestito di bianco? Carlos Copello (ride). Gli è sempre piaciuto vestirsi di bianco.

E com’era il Maestro (Pugliese)?

Era un uomo fantastico. Innanzitutto per la sua umiltà, ti faceva sentire uno di noi anche se era irraggiungibile. Potevi andare a casa sua quando volevi. “Vieni, vieni.” Non so come spiegarlo. Uscivamo dalle prove con Vanina e dicevamo: “Andiamo da Osvaldo?” e passavamo di lì, così, senza preavviso, e Lidia diceva: “Entrate, entrate.” La mattina si alzava e si esercitava al pianoforte, che si trovava nella sua stanza speciale. Si parlava di cose banali. Le cose serie che diceva le leggevo o le vedevo nei reportages. Non per niente, ma perché era così. Faceva sempre una battuta o due. Sul palco, ogni volta che passavamo vicino a lui, mi diceva “Molto bene, Robertito,” con un tono sardonico (ride). La prima volta ero sorpreso, poi ho capito che lo faceva apposta e, se non me lo diceva, mi mancava.

Questo perché c’era gelosia con l’orchestra. Perché se ballavamo sul palco, i musicisti dovevano arretrare di circa due metri. Così, quando andavano a provare, correvano davanti. E quindi quando facevamo le prove avevamo due metri, ma poi quando uscivamo avevamo un metro e mezzo. E come se non bastasse, spesso il palco non era così grande, soprattutto se si trattava di un vecchio teatro. Così avevo come riferimento il pianoforte di Osvaldo.

«Ricordo che quando chiamavo Osvaldo Maestro, lui rispondeva: “Maestro io? Maestro ciruela!” Conoscete il detto? “Maestro ciruela (prugna, n.d.t.), quello che vuole insegnare ma non ha una scuola.” “No, no, non sono un maestro,” diceva»

Ricordi qualche consiglio che ti ha dato Osvaldo?

Uno dei consigli più importanti che mi ha dato è stato quando mi ha detto: «Robertito, stai attento di notte. Se ti offrono qualcosa, dì che hai il raffreddore…» (ride).

Quello era Osvaldo, un fenomeno, una brava persona, una persona… Ecco! Una brava persona. Molti hanno detto che quando era più giovane era più scorbutico, più combattente. Quando lo conoscevo era un signore molto gentile. E che l’orchestra fosse una famiglia, non è vero! No, no, no (ride).

Beh, ci sono molti problemi in ogni famiglia… (ride).

Sì! È tutto a posto. Non c’era altro. Anche se devo precisare che con i cantanti ci siamo trovati molto bene. Erano dei fe-no-me-ni con noi. Abel (Córdoba), Adrián (Guida), super amichevoli. Sono ancora in corrispondenza con Abel; Adrián è morto mentre stavo ancora ballando con Pugliese, una grande perdita, una persona molto buona. Entrambi compagni di lavoro fantastici.

E poi ha continuato ad andare in tournée con Beba Pugliese, vero?

Con Beba Pugliese ho fatto due tournée in Giappone, la prima con Vanina Bilous e la seconda con Natacha Poberaj. Una cosa bella da sottolineare è che nel secondo tour con Beba ha suonato anche Carla Pugliese, la figlia di Beba, e abbiamo ballato su una sua canzone. Così ho avuto il piacere di ballare con le tre generazioni di Pugliese: padre, figlia e nipote.

E ha partecipato a Tango Argentino a Broadway e anche a Buenos Aires?

Nel 1992 ho partecipato al prolungamento di Tango Argentino al Lola Membrives, le ultime due settimane, e poi mi sono unito di nuovo per una performance speciale all’Astral, e nel 2000 a Broadway, e di nuovo nel 2004 per il compleanno di Tango Argentino.

E com’è stata questa esperienza?

Tango Argentino rappresentava l’apice. Ero appena tornato da una tournée con Vanina, con l’Orchestra di Osvaldo, e mio fratello mi disse che Claudio Segovia mi cercava per ballare con Carolina Iotti perché Pablo Verón andava al Lido di Parigi; e Vanina mi disse: “Che orgoglio, che bravo! Non preoccuparti per me, fallo, fallo e basta!” Così la sera stessa del mio arrivo, nella pensione dove vivevamo, mio fratello mi diede la coreografia e il giorno dopo andai a provare con Carolina al Lola Membrives. Facevamo La Cumparsita in stile francese e Tanguera, che Pablo aveva incorporato con il suo stile di danza con Carolina. Ma Carolina mi chiese di fare un’altra coreografia. All’inizio abbiamo mostrato a Claudio solo la variazione e lui ha detto: “Ok, mi piace. Ma voglio che voi la facciate con molte diagonali. Perché sento che la Tanguera è così, molto traslata sul palcoscenico, che va avanti e indietro con le diagonali, con le linee che si muovono in direzione del pubblico, linee rette, taglienti.” Per me era chiarissimo. Montammo il pezzo, glielo mostrammo, e Claudio disse: “Sì, perfetto. È molto buono. Lo mandiamo in scena oggi.” “Ah, bene.” “Ma ho un problema con te. Hai i baffi e per me lo spettacolo di Tango Argentino è senza baffi, perché i baffi mi ricordano molto il periodo della dittatura. Tu avresti qualche problema a raderti?” “Nessun problema!” Uscito da lì, andai dritto in farmacia, comprai un rasoio monouso e zac zac zac… mi tolsi i baffi.

E di tutta la sua carriera, quali momenti ricorda come particolarmente toccanti?

Quando ho iniziato a lavorare con Pugliese, perché significava che avevo un lavoro che mi avrebbe permesso di continuare a studiare. Perché sapevo di avere ancora molta preparazione da fare. E grazie a Vanina ho potuto studiare con Antonio Todaro. Mi ha proposto di seguire delle lezioni e io le ho chiesto: «Sì, ma… quanto costa?» E forse non era tanto, ma per me rappresentava quattro giorni della mia vita. Ma quando andai alla prima lezione dissi: «Uh, questa è la strada giusta!» Con Antonio capii da che parte stava il tango. Anche se non insegnava balli sociali, insegnava le serie, ma la cosa importante è che insegnava con la marca. Frequentavamo un corso una volta alla settimana e per il resto ci esercitavamo. Per fortuna Vanina era disposta a praticare cose che già conosceva. Era molto più ballerina di me, molto di più. Anche Eduardo (Arquimbau) mi ha dato un grande aiuto, perché mi ha permesso di esercitarmi, senza pagare, alla Galería del Tango.

Inoltre, iniziare a lavorare con Osvaldo ha permesso che i milongueros mi accettassero. Dico accettassero, perché io ero un gaucho. “Quindi ballerai con Osvaldo. Attenzione! Devi ballare con lo stile di Osvaldo. Devi stare molto attento a non danneggiare la musica di Osvaldo.” “E com’è lo stile di Osvaldo? Come posso non danneggiare la sua musica?” “E… sei molto gaucho. Devi smetterla di camminare sull’erba e calpestare di più l’asfalto.” “Ma come? Dimmi, fammi vedere”. “Ah, io non ballo in questo stile. Ma si vede che il lapis non è uno shaker per cocktail” (ride).

E com’era?

Elegante.

Stile Villa Urquiza?

Ni… Vi dico come me l’hanno spiegato: “Guarda l’orchestra, ragazzo, quale dei musicisti è il più elegante?” “Che ne so… il pianoforte?” “No! Il violino! Quello è il più elegante. Guardate come mette il braccio, a che altezza, quella è la postura per ballare Pugliese.” Ohhh! Con quelle parole ho proprio scoperto l’America (ride).

«…iniziare a lavorare con Osvaldo ha permesso che i milongueros mi accettassero. Dico accettassero, perché io ero un gaucho. “Quindi ballerai con Osvaldo. Attenzione! Devi ballare con lo stile di Osvaldo. Devi stare molto attento a non danneggiare la musica di Osvaldo.” “E com’è lo stile di Osvaldo? Come posso non danneggiare la sua musica?” “E… sei molto gaucho. Devi smetterla di camminare sull’erba e calpestare di più l’asfalto.” …“Guarda l’orchestra, ragazzo, quale dei musicisti è il più elegante?” “Che ne so… il pianoforte?” “No! Il violino! Quello è il più elegante. Guardate come mette il braccio, a che altezza, quella è la postura per ballare Pugliese.”»

Ora comincio a capire la passione di tutti quelli della tua generazione (e di un paio seguenti), di tutti quelli che hanno potuto studiare con quei milongueros, senza tanta tecnica: era davvero un’avventura imparare a ballare il tango, dovevi scervellarti, non solo con i piedi, per decifrare un passo. Come potevi non appassionarti! Ti scervellavi finché non trovavi lo yeite (il trucco, il modo segreto per riuscire a fare qualcosa, n.d.t.)!

E anche un sacco di lavoro per non far male, per non ferire; sì, perché per noi era molto importante guadagnarsi il loro rispetto. Perché potevi ballare il tango, imparare, ma per poter parlare da milonguero a milonguero, anche se andavi alla milonga ogni giorno, dovevi avere un diploma, diploma che non credo di aver ancora ottenuto.

E da quali altri milongueros ha preso lezioni?

Da Balmaceda (Miguel) quando era a Canning. Insegnava il tango sociale. Ti faceva camminare per tre mesi.

Impensabile oggi!

Neanche per sogno! Ma poi capivi perché ti faceva camminare per tre mesi. Era per entrare nel ritmo, per capire l’intenzione, per farti capire che ballare Pugliese non era la stessa cosa che ballare Di Sarli o D’Arienzo. E quando vedevi ballare i milongueros, era palese. Ho seguito anche lezioni di milonga con Pepito (Avellaneda). Con i Borquez, Carlos e María Inés; e anche con altri signori che non erano molto conosciuti. E con molti milongueros ho condiviso molte charlas (chiacchierate, spesso su argomenti riferiti al tango, n.d.t.), come con Poroto o Petaca.

Cosa mi può dire di Poroto, di Petaca? Non sono molti quelli che hanno condiviso con loro.

Ricordo le scarpe di Petaca con la punta molto marcata. Diceva sempre che era molto milonguero perché stilizzava il piede. E in un certo senso aveva ragione. In seguito mi disse: “Devi camminare facendo gli otto. È questo lo yeite del tango. È lì che c’è l’atmosfera.” Ed è vero, ho seguito quella tendenza, che poi è diventata camminare in linea, ma con l’intenzione di fare ochos; per me, è ciò che dà cadenza al tango. E qui sta l’essenza del tango, quindi aveva ragione. Oggi possiamo spiegarlo dal punto di vista della tecnica, e come la cadenza abbia a che fare con l’anca o con il busto, o con la dissociazione, o con l’associazione, e abbiamo duecento milioni di cose tecniche di cui parlare; ma, a quel tempo, quello che mi disse ti dava già un vaivén (movimento ondeggiante, n.d.t.) che oggi chiamiamo cadenza. Ed è un bene, perché quando lo fai senti che c’è anche la musica.

Un’altra cosa che ricordo di Petaca è che marcava la ragazza anche facendo pressione sulle gambe -cosa che non si usa più- e aveva una cadenza molto bella. E poi figure che non sono molto conosciute, quindi non molto… standard!

No, non avevano nulla di standard.

No! Petaca, per esempio, faceva una meravigliosa sacada di tacco che gli stava bene. Aveva un sacco di cose del genere, piccole cose, che erano belle, molto belle. Il suo modo di parlare era il tango. A volte parlava della naifa (termine lunfardo per indicare una ragazza, n.d.t.), termine che già non era in uso nemmeno di quell’epoca, ma lui continuava ad usarlo.

E chi erano le milongueras che ballavano con te?

La Negra Margarita. In realtà, la prima volta veniva lei e ti chiedeva di ballare. Dopo di allora l’ho sempre, sempre, sempre invitata. Martita Antón. E altre signore che purtroppo non ci sono più.

«Quando ho chiesto: “Che cos’è il tango?” lo hanno definito con tre parole: eleganza, musicalità e ballo con un’altra persona. Per me le basi sono queste: il tango è elegante. Ma deve anche avere fango, ovviamente. A volte si vede una coppia nella milonga che balla benissimo, stupendamente, ma non ascolta la musica, fa i passi a memoria, ci si rende conto che non si può andare a quella velocità se non si sta ballando a memoria, perché è impossibile improvvisare marcando a quella velocità. Quindi è una menzogna, si balla una menzogna in modo da mostrarti, in modo da farti contrattare.»

Quale altro momento speciale ricorda della sua carriera? Uno di quelli in cui ha detto “Wow, guarda dove sono arrivato!”

È successo che quando Osvaldo (Zotto) e Guillermina (Quiroga) si lasciarono, gli era appena stato offerto uno spettacolo al Michalengelo, che stava riaprendo dopo molto tempo. Avevano appena lavorato lì con Miguel (Zotto) e Milena (Plebs) in una versione ridotta di Tango X2, ma Miguel era in tournée. Poi, quando Osvaldito si separò da Guillermina, telefonò a Vanina per farle sapere che erano alla ricerca di una coppia. Così andammo, ci presentammo. In quel primo incontro conobbi Horacio Ferrer e il maestro Berlingeri che sarebbe stato lì con la sua orchestra. Lui odiava i ballerini. Ma quel giorno facemmo l’audizione con Berlingeri. Ci chiese cosa volevamo ballare e suonò Milonga de mis amores. Poi arrivò anche Adriana Varela, che all’epoca non era ancora molto conosciuta, e lui suonò Uno per farla cantare. Poi arrivarono i Los Borquez e ci dissero che Horacio avrebbe messo insieme lo spettacolo le due coppie, l’orchestra Berlingeri – anche se poi fece solo due spettacoli perché andò in tournée e arrivò Carlitos Buono – e Goyeneche. Immaginate un po’! Il Polaco, Carlitos Borquez e io eravamo nello stesso camerino! È stato pazzesco! Ho condiviso il camerino con loro!

E lo spettacolo ha funzionato a meraviglia, soprattutto perché c’era il Polaco, che non si esibiva di notte da molto tempo. E cominciarono a venire persone come Sandro, Fito Paéz, Charly García, Julio Bocca, tutte persone che venivano per lui e che portavano altre persone della scena artistica. E io andai a invitare il Maestro, Chúcaro. E lui è venuto, cosa che non faceva mai, perché stava ficcato nella sua grotta ed era stato molto difficile farlo uscire. Quando ho detto al Polaco che Chúcaro stava arrivando, mi ha detto «Noooo?! Ed è stato fantastico quando alla fine dello spettacolo il Maestro è venuto in camerino a salutarci. Erano tutti dei geni e si conoscevano, si guardavano e ridevano. Ridevano l’uno degli aneddoti dell’altro.

In uno di questi momenti le è venuto in mente il ragazzo che ha iniziato a ballare a Jujuy?

No. In nessun momento. Sarebbe stato terribile. O sarei entrato in una terribile crisi di panico perché non mi sentivo degno di stare in quel posto, oppure, forse, mi sarebbe successo l’esatto contrario e avrei fatto il presuntuoso, come tanti miei colleghi che hanno avuto il loro momento di follia di pensare di essere Gardel e Lepera. Ho avuto l’onore di lavorare con il Maestro Osvaldo Pugliese, con i maestri Leopoldo Federico, Julián Plaza, il Sexteto Mayor, con il maestro Salgán, con la sua grande orchestra, l’ultima volta che si è esibito, e con tutti questi grandi maestri ho imparato che questo lavoro è molto fluttuante: una volta sei al top e un’altra volta sei in fondo. E di nuovo si può tornare da capo e così via.

C’è ancora qualcosa da fare?

La verità è che ho molte cose da fare, ma non riesco più a farle. Non posso farle fisicamente, ma penso che qualcun altro potrebbe farle.

Sono un ammiratore della danza classica, soprattutto dell’epoca di Nureyev. Ricordo che una sera, mentre guardavo la televisione, vidi Rudolf Nureyev che ballava El Quijote, una cosa straordinaria, mi fece impazzire. Poi arrivò mio padre e gli dissi: “Guarda come balla, vorrei imparare.” “Non se ne parla! Tu continua con il folklore se vuoi imparare.” Forse se mio padre non l’avesse pensata così, forse avrei fatto danza classica, forse, non si sa mai. Ho preso lezioni a 15 anni, proprio per fare salti e piroette. E quando sono tornato da Buenos Aires a Jujuy, alla fine dell’86 e nell’87, ho preso di nuovo lezioni di danza classica al Balletto della Provincia con la Señora Scilingo, e lì è stato girato El Quijote e ho interpretato due personaggi: Don Chisciotte e il torero.

E guarda un po’, nel 2005, durante il mio primo tour in Europa, è arrivato un tizio che mi ha detto di essere un produttore e di volerci ingaggiare. Luigi Pignotti, con cui abbiamo lavorato per quindici anni, con due stagioni, invernale ed estiva. Era stato il manager di Nureyev per venticinque anni. Così, attraverso lui e sua moglie, ho conosciuto molto Nureyev.

«Tu non devi considerarti un gaucho, devi considerarti un ballerino. E se sei un ballerino devi ballare molto bene il folklore e il tango.»

Gli disse El Chúcaro a Roberto.

Come vede il tango e il folklore oggi?

Tutto è cambiato, tutto è più veloce, tutto prima, subito. Non è che voglio tornare indietro di quarant’anni, i ragazzi hanno un modo diverso di fare le cose, ma credo che noi fossimo più creativi, più lavoratori manuali nello scoprire le cose.

Come artigiani?

Appunto, artigiani del tango. Scoprire cose in cui loro, Chúcaro, Antonio, avevano messo la loro fantasia. Erano molto fantasiosi, incredibilmente creativi. Credo che oggi manchi il tempo da dedicare, come avevamo noi, soprattutto negli anni ’90, poiché già poco dopo si correva dietro alla carota o perché si doveva comprare una macchina o un appartamento. E poi dici “se avessi dedicato più tempo a quest’altra cosa, forse oggi avrei ottenuto di più.”

Oggi sono in una fase di aggiunta di altra cultura. Per esempio, ora voglio presentare una cueca e un carnavalito con mia moglie, ma per questo, come le ho detto, deve andare a Jujuy.

Perché si deve andare a Jujuy per poter ballare la cueca?

Perché fa parte di una cultura che bisogna conoscere, altrimenti è solo plastica. Se non si riesce a essere un grande ballerino, ci si può muovere molto bene, ma si manca di capire perché si balla un po’ accovacciati, perché non si capisce il clima che c’è lì. Quando sarete lì e il vento arriverà da davanti e dovrete chinarvi, allora capirete perché dovete farlo. E vi renderete anche conto, quando vedrete quelle persone che piantano i loro ortaggi dalle 6 del mattino alle 6 di sera, perché i loro corpi sono danneggiati e/o abituati a una postura che produce una curva, che è quella che dovete acquisire per sembrare di quel posto.

Ho sempre orientato la mia ricerca in questo modo, verso l’analisi. Se cercavo un tema, per esempio Boedo, dicevo: vediamo quante versioni ci sono di Boedo? E le ascoltavo tutte fino a scegliere quella che meglio rappresentava il tema, soprattutto nell’epoca in cui lo fece il suo autore. “Ok, andiamo a vedere com’era” documentiamoci, perché il tema è sicuramente impregnato di quell’epoca. Ho imparato questo modo di studiare da Chúcaro. Diceva sempre la stessa cosa: “Ho la cattiva abitudine di comprare libri e di leggerli.” Credo che sia fondamentale documentarsi. Perché molti hanno solo ripetuto ciò che hanno sentito e aggiunto cose che ritengono possano essere successe. Io invece posso credere a qualcuno quando mi presenta un documento, per esempio un video.

E cosa la preoccupa del tango oggi? Che si tratti di tango sociale o di tango da palcoscenico.

Per quanto riguarda il tango escenario, mi sembra che al giorno d’oggi stia attraversando un momento fantastico, sia in termini di musica che di danza. Ascolto molti nuovi gruppi e mi sembra che stiano arrivando cose molto belle, molto buone. Non solo in Argentina, ma anche in Uruguay. Si suona un tango tradizionale, ma con testi aggiornati, con cose che sono attuali oggi.

Mi preoccupa il fatto che gli stili si stiano un po’ mescolando. Mi sembra che nel Mondiale di Tango ci dovrebbero essere altre categorie. Mi rallegro della creazione della categoria Senior, perché tutto è andato così veloce che le persone tra i 35 e i 40 anni si sono sentite escluse da tutto. Mi sembra che si debbano creare altre categorie, per fare anche un tango acrobatico, perché ci sono ragazzi che lavorano duramente e molto bene per fare acrobazie con una certa essenza di tango, il che è un lavoro molto difficile. Mi sembra che il tango acrobatico sia cresciuto molto e che meriti una nuova categoria a sé.

E per quanto riguarda il tango sociale, quello che ho visto in Giappone molti anni fa sta accadendo in Europa, dove un giorno mi sono sorpreso di vedere persone che arrivavano alla milonga con un asciugamano, come se andassero in una palestra, perché dovevano ballare tutto il tempo. La sudorazione nella milonga c’è sempre stata, non è una novità. Ma quello che ho imparato e che ancora faccio è portare un fazzoletto. Il problema è che questo ha a che fare con il fatto che quando la gente va alla milonga deve ballare TUTTO, non si possono saltare né le cortinas né altro, perché si ha un’ora e mezza per andare alla milonga a ballare e poi si deve andare a casa a dormire.

«Io vado alla milonga per divertirmi e, in questo senso, mi preoccupo di più di far ballare la persona con cui sto ballando, che di fare il passo della sacada, o l’enrosque, o il doppio enrosque, o la tripla volcada per mostrarmi, e per il «bravo!» e l’applauso. Come professionista ho già il palcoscenico… Succede che è difficile scendere dal palco, ma se si vuole, si impara.»

Quando ho chiesto: “Che cos’è il tango?” lo hanno definito con tre parole: eleganza, musicalità e ballo con un’altra persona. Per me le basi sono queste: il tango è elegante. Ma deve anche avere fango, ovviamente. A volte si vede una coppia nella milonga che balla benissimo, stupendamente, ma non ascolta la musica, fa i passi a memoria, ci si rende conto che non si può andare a quella velocità se non si sta ballando a memoria, perché è impossibile improvvisare marcando a quella velocità. Quindi è una menzogna, si balla una menzogna in modo da mostrarti, in modo da farti contrattare.

Dove vedete il fango del tango? O dove è andato lei a cercarlo?

Il fango del tango ce l’avevano i milongueros. Oggi lo vedo, forse, nei luoghi meno affollati. Il fango del tango ce l’hanno ancora quelli che, quando ballano, usano la picardía (la furbizia, l’astuzia pratica nel saper tirarsi fuori d’impaccio, anche con un po’ di malizia, n.d.t.), il “pentitismo,” quando per risolvere un errore fanno qualche movimento o mettono qualche passo che si capisce essere naturale per quella persona, che stanno ballando così perché quella persona è così, che non stanno facendo una danza di plastica dove tutto è perfetto.

«Il fango del tango ce l’avevano i milongueros. Oggi lo vedo, forse, nei luoghi meno affollati. Il fango del tango ce l’hanno ancora quelli che, quando ballano, usano la picardía (la furbizia, l’astuzia pratica nel saper tirarsi fuori d’impaccio, anche con un po’ di malizia, n.d.t.), il “pentitismo,” quando per risolvere un errore fanno qualche movimento o mettono qualche passo che si capisce essere naturale per quella persona, che stanno ballando così perché quella persona è così, che non stanno facendo una danza di plastica dove tutto è perfetto»

Si guarda il Mondiale e tutti sono vestiti quasi allo stesso modo perché sono stati realizzati dallo stesso sarto o dallo stesso stilista. Questo non è tango. È bene essere eleganti, ma bisogna trovare la propria personalità.

La cosa positiva di oggi è che le scarpe ballano quasi da sole. Perché quelle scarpe pesano al massimo, non so, 10 grammi? Quando abbiamo iniziato, abbiamo ballato con le nostre scarpe da strada. Davvero! Le scarpe che oggi conosciamo come scarpe da tango, specifiche, sia da uomo che da donna, le abbiamo portate dal Giappone, perché nei nostri viaggi andavamo da Chacott, un’azienda che ancora oggi vende scarpe e abbigliamento per le danze. Un giorno vidi Eduardo (Arquimbau) con una scarpa strana e gli dissi: “Ma quanto è morbida quella scarpa! E così con il Negro Torres andammo da Chacott e comprammo le nostre prime scarpe. Poi cercai un calzolaio a Buenos Aires e gli dissi: “Fammi delle scarpe come queste, ma con quest’altra forma.” Ed è così che è nata l’industria delle scarpe da tango. Occhio, non che io dica di averla iniziata! Non posso dirlo. Non è che l’ho inventato io, Eduardo l’aveva già scoperto, io ho seguito le sue orme.

Come vede il folklore oggi e quali sono le sue preoccupazioni?

Mi preoccupa così come mi preoccupa il Balletto Nazionale. Non è che io voglia che rimanga chucariano – anche se mi sembra che le coreografie e le opere lasciate da Chúcaro e Norma funzionino ancora – ma dopo Norma e Nidia Viola coloro che sono subentrati hanno cercato di fare del Balletto Nazionale il Balletto Nazionale Contemporaneo. E quando hanno raggiunto il loro obiettivo, quello di avere il loro balletto contemporaneo, hanno lasciato il Balletto Nazionale con questa contaminazione del contemporaneo e l’assenza del folklorico, e quindi tutto diventa distorto, e l’autentico perde il suo valore. Perché dove andranno a guardare tutti gli altri ragazzi che si dedicano al folklore per ispirarsi se non al Balletto Nazionale?

E perché organizzare una milonga, oltre a tutto il resto che fa?

La milonga è importante per la parte sociale. In altre parole, per le persone che non sono professionisti. Perché seguire un corso di tango? Non perché se lo prendano, come dico io, soprattutto qui in Germania, come se si andasse in palestra. Ballar tango non è andare a fare ginnastica. È importante trasmettere queste cose. È una cosa fondamentale per cui mi impegno.

E pensa che questo sia trasmesso meglio nella milonga che nelle classi?

La milonga è il luogo sociale in cui trasmettere la parte culturale. E noi argentini, o meglio quelli di noi che hanno più esperienza – e non solo gli argentini: perché c’è molta gente al mondo che studia e che si “argentinizza” o si “porteñizza” – abbiamo il dovere di trasmettere questa parte culturale. Ovvio che ci sono persone che si oppongono: «No, perché a noi giapponesi non piace questo o quello…», oppure «No, perché a noi colombiani piace quest’altra cosa…», beh, posso rispettarvi, ma se state facendo una danza specifica, nata in un paese e attraverso una cultura specifica, penso che dobbiate cercare di conoscere quella cultura.

«Io credo che la socialità dia al tango la sua anima. Perché è così che è nato, per socializzare. Al di là delle duecento teorie su come è nato il tango… fondamentalmente è nato per socializzare.»

Però, Roberto, faccio l’avvocato del diavolo: posso capire che per un argentino sia prezioso approfondire la conoscenza della sua cultura, ma a uno straniero che vuole solo ballare, cosa gli porta stare in milonga? E non mi riferisco alla parte del ballo perché può essere presa, proprio come dicevamo, come una palestra, uno spazio per gli allenamenti. Lei sta parlando di qualcos’altro, di socializzare nella milonga e acquisire codici, i famosi codici, che in realtà non sono altro che i nostri modi di relazionarci. Cosa aggiunge questo al tango?

Credo che la socialità dia al tango la sua anima. Perché è così che è nato, per socializzare. Al di là delle duecento teorie su come è nato il tango e se fosse legato alla prostituzione o meno – a questo io non ci credo molto; sono molto aperto a molte altre idee, fondamentalmente è nato per socializzare.

Vi faccio un esempio: ora che eravamo a Buenos Aires, una sera siamo andati al Marabù, avevamo prenotato, ma siamo arrivati tardi e la prenotazione è saltata. Ci hanno chiesto scusa e ci hanno detto “ma avete posto, vedete dove volete sedervi.” “Nessun problema,” abbiamo fatto tre passi e abbiamo visto persone che conoscevamo, sedute nei posti a sedere a bordo pista: “Hey,venite qua!” Ci siamo seduti lì, abbiamo parlato per tre ore, non abbiamo ballato affatto, ci siamo solo raccontati delle cose. E poi: “Oh, che bel tango! Ce lo balliamo?” “Dai, balliamo.” Questo è il tango.

Incontrare gli amici ci predispone in modo diverso all’abbracciare, al ballare?

Assolutamente sì. Quando si ascolta una musica che ci emoziona e si è rilassati, felici, si affronta in modo diverso l’atto di ballare quella tanda con la persona con cui si stava parlando, scambiando o ricordando cose.

E predispone in modo diverso al ballo, in modo tale che possa manifestarsi quella picardía che porta il fango al tango, perché, al sentirci più liberi, più rilassati, tutto è più un gioco, e se appare un errore non è un problema?

Proprio così! Ci predispone a non avere paura di sbagliare. Perché sbagliando si impara, si cresce.

È come lo studente che viene a lezione, tutto chiuso in se stesso, e quando se ne va lo vedi felice e dice: «Oh, quanto mi ha fatto bene la lezione». Sono molto felice perché la classe dovrebbe essere così, non qualcosa di rigido, dove un super-insegnante dice sempre allo studente: «No! Non così!», «No! Stai sbagliando!” Ricordo le difficoltà che ho avuto per migliorare il mio tango con insegnanti molto severi, e ricordo che alcuni che non sapevano nemmeno come spiegare e si limitavano a dirti «Guarda come faccio io e fallo», e la volta successiva lo cambiavo.

Anche se – devo dire che questo ti dava anche un’agilità di testa che oggi lo studente non ha più, con tutte le spiegazioni che riceve. Il tango è diventato più professionale e credo che da un lato sia un bene, ma dall’altro non ha più quel… quel «non so che» … (ride).

Quello yeite

Io faccio in modo che non vada smarrito. Quando guardavo come lo faceva il milonguero o la milonguera, quello che mi interessava di più era la maniera di farlo, non solo la combinazione dei passi, ma come respirava, come pestava il suolo, come muoveva il corpo, come lo marcava, che cadenza avevano in corpo, come muoveva il ginocchio verso l’interno e si appoggiava su di esso, il modo di accentuare la musicalità, tutto questo era la cosa più importante per me da osservare, perché loro non riuscivano a spiegarmelo.

Il che verteva più sull’interpretazione che sulla meccanica della danza.

Naturalmente. L’esempio migliore è un aneddoto con Teté (Rusconi). Ricordo che una volta gli dissi: «Ma che cadenza hai quando balli il vals!» «Certo, perché ho una gamba più corta dell’altra», (ride). Questa era la sua spiegazione della sua cadenza. Diciamo che ciò che il tipo aveva come difetto, lo ha trasformato in un punto di forza. Il tango è questo. Quindi, credo che la professionalizzazione vada bene, ma si perde un po’ di quella picardía che ti aiuta a risolvere le cose lì, sul momento.

Come è successo l’altro giorno in classe. Dico loro: “Ora fate girare la ragazza e fatele mantenere il ritmo.” “Ma io cosa faccio?” “Le fai segno di girare.” “Ma con il mio piede, cosa faccio? Dove metto il piede? Faccio la sacada?” Lo studente è andato in panico perché ha imparato con i passi. Il giro mettendo i passi per fare una sacada, o qualsiasi altra cosa, è per i professionisti, per i milongueros avanzati, è stato fatto per i professionisti, ma, in realtà, le cose più importanti sono ballare la musica, che l’altra persona possa seguirti, che tu possa marcarla.

Sarebbe stato possibile rimanere fermi mentre lui fa girare l’altra persona?

Assolutamente, ma per chi ha posto questa domanda quella era un’opzione inverosimile, non poteva essere, non esiste fare una cosa così. E questo è terribile perché significa che non si è capito lo spirito del tango. È così che si perdono il piacere proprio e il piacere dell’altra persona.

«Quando il tango è nato, all’inizio del secolo scorso, la gente lavorava 18 ore al giorno e se andava a ballare il tango era per divertirsi, non aveva intenzione di passare un brutto momento, ma uno piacevole. Quindi non bisogna soffrire per imparare a ballare il tango, bisogna divertirsi perché è una forma di espressione… Divertitevi! Perché se non ti diverti, sei fuori strada. Se soffri, non va bene. E anche quando lo si sceglie come professione, come disciplina, se non ci si diverte, se non te lo gusti, non si è sinceri e non si trasmette nulla. E la cosa peggiore è che si finisce per abbandonare il tango.»

E quale sarebbe lo spirito del tango, come dice lei, il divertimento e l’allegria, quello che lei dice si perde quando il ballo diventa professionalizzato?

E… io credo di sì. Questo è il tango sociale. Almeno per me. Vado alla milonga per divertirmi e, in questo senso, mi preoccupo di più di far ballare la persona con cui sto ballando, che di fare il passo della sacada, o l’enrosque, o il doppio enrosque, o la tripla volcada per mostrarmi, e per il bravo! e l’applauso. Come professionista ho già il palcoscenico, nella milonga mi preoccupo di più della persona con cui ballo perché voglio ballare con quella persona, altrimenti mi annoio. Succede che è difficile scendere dal palco, ma se si vuole, si impara.

Roberto Herrera con Ani Andreani.

Perché è difficile scendere dal palco?

Perché questo riconoscimento si trasferisce – o lo si vuole trasferire – a tutti gli ambiti. Arrivi a una milonga e “Oh, è arrivato il maestro Roberto Herrera,” quando volevi passare inosservato, stare con i tuoi amici e rilassarti. A volte ti mettevi una maschera perché sarebbe sufficiente che dicessero: “Oh, salve, sei venuto, che bello!” e basta. Invece no, fin dall’ingresso: “Oh no, lei non paga.” E perché non dovrei pagare? Come organizzatore devi pagare l’elettricità, le tasse, un sacco di cose, oltre a tutto il tempo che devi dedicare alla preparazione e al dopo milonga. Non dico che alla fine della serata guadagnerai molto, ma l’idea non è nemmeno andarci in perdita.

E cosa ne pensa dei corsi di tango sociale? Perché stanno diventando sempre più tecnici?

Sì, ci sono studenti qui in Germania che mi dicono che non insegno come altri insegnanti che mi dicono che sono molto severi, soprattutto quelli che non sono argentini. Va bene, ma il tango non è quello. Il tango è nato gioioso. Non è nato con il Pugliese dell’ultima fase, superdrammatico. Quando è nato, all’inizio del secolo scorso, la gente lavorava 18 ore al giorno e se andava a ballare il tango era per divertirsi, non aveva intenzione di passare un brutto momento, ma uno piacevole. Quindi non bisogna soffrire per imparare a ballare il tango, bisogna divertirsi perché è una forma di espressione. Ed è questo che noi insegnanti dobbiamo trasmettere. Non dobbiamo credere di essere San Martín o Belgrano e di essere su un piedistallo e perciò intoccabili. Guardate, io faccio questo mestiere da 50 anni e questo mi dà la possibilità di dirvi: “Divertitevi! Perché se non ti diverti, sei fuori strada. Se soffri, non va bene. E anche quando lo si sceglie come professione, come disciplina, se non ci si diverte, se non te lo gusti, non si è sinceri e non si trasmette nulla. E la cosa peggiore è che si finisce per abbandonare il tango.”

«Penso che per andare avanti non dobbiamo dimenticare le radici. Atahualpa Yupanqui, che era un amico intimo di Chúcaro, una volta, quando si trovava nella casa del Maestro, disse: “Per far vivere i bambini non è necessario uccidere i nonni.”»

Occhio però, che iocredo che i corsi siano molto importanti, soprattutto per i ballerini professionisti. Dobbiamo continuare sempre a prendere lezioni, è il modo per rimanere, soprattutto, aggiornati. Penso che sia sempre positivo scambiare le conoscenze. E il punto di vista di un esterno è molto importante. Noi continuiamo a prendere lezioni.

Dopo 50 anni vai ancora (con enfasi) a prendere lezioni?

Sì, sì, prendo lezioni. Spesso vado ai corsi di gruppo dei miei colleghi senza dirglielo.

E come reagiscono alla presenza di Roberto Herrera nelle loro classi?

A dire il vero chiedo che non mi presentino o altro, perché sono molto interessato anche al punto di vista dello studente. Per esempio, mi è capitato in classe che una ragazza mi dicesse: “Oh, mi stai stringendo forte la mano,” e aveva ragione: io non me ne ero accorto, e i miei studenti e la mia compagna non me l’avevano detto.

Che dedizione avete nei confronti del vostro tango – per continuare a migliorarlo, per esporvi alle critiche di chi ha meno esperienza, o meno esperienza e carriera, di voi!

Ma penso che sia un bene perché, appunto, la persona che non ha tante conoscenze è più sincera. Non come molte volte in cui, per rispetto e cose del genere, ti dicono qualcosa, sì, però non così direttamente. Quindi, quello è un valore aggiunto.

Ha ancora la sua compagnia?

Sì! Difatti stiamo preparando uno spettacolo. E continuo a insegnare insieme a Ani (Andreani), mia moglie, a Monaco e, in Italia, a Milano e a Modena.

Cinquant’anni di professione e non ti fermi mai! (ride)

No! A volte la gente pensa che io sia in pensione, ma non è così! Un dato interessante: parlando con mia moglie, abbiamo contato che ho dato 28.000 ore di lezione. Incredibile! Tre anni e due mesi e mezzo di lezioni!!!!

Vuoi dire qualcos’altro per concludere, Roberto?

Non voglio dimenticare di menzionare mio fratello Tani, Estanislao Herrera, la mia fonte di ispirazione, il mio sostegno totale. Molte delle cose che ho fatto in questa professione non sarebbero state possibili senza il sostegno di mio fratello, anzi senza il suo sacrificio, direi! Ha fatto spesso dei sacrifici perché io potessi viaggiare, esibirmi. È stato lui, per esempio, a rimanere con i miei genitori, che erano già anziani, affinché io potessi viaggiare. Devo a lui molte cose. La famiglia è molto importante: mia sorella María Inés; mia moglie che, da quattro anni a questa parte, soprattutto durante la pandemia che è stata molto dura per me, è stata il mio grande sostegno, senza la quale non avrei potuto continuare a fare tutte queste cose; i miei figli: Mavi, Tiziano e Jasmin.

Estanislao e Roberto Herrera.

E vorrei ringraziare te per avermi concesso il tuo tempo, per essersi dedicata alla divulgazione di ciò che ognuno di noi può contribuire al tango. È fantastico, è molto positivo, perché altrimenti ci sono cose che andranno perse. Perché in realtà è già successo, abbiamo perso una documentazione preziosissima. Non solo della danza, ma anche della musica. Penso che per andare avanti non dobbiamo dimenticare le radici. Atahualpa Yupanqui, che era un amico intimo di Chúcaro, una volta, quando si trovava nella casa del Maestro, disse: “Per far vivere i bambini non è necessario uccidere i nonni.” E molte volte, in tempi recenti, ho visto ragazzi che giungevano a diventare campioni e non nominavano nessun insegnante. Non so, non hanno preso lezioni da nessuno? Sono tutti autodidatti, tutti fenomeni? Quando per me è un orgoglio dire che sono passato per le mani di tale e tal altro maestro. Per andare avanti, non bisogna dimenticare le proprie radici. E non è che il Maestro vivesse in una caverna, come vi ho detto. Con lui ho imparato anche che ci sono molte cose che funzionano per un po’, ma poi non funzionano più e bisogna aggiornarsi.

Andare avanti, ma senza dimenticare le radici.

Andare avanti, ma senza dimenticare le proprie radici. Come hanno fatto loro, non è così difficile.

Beh, forse sì, perché i tempi vanno avanti e, come hai detto tu, non c’è tempo per fermarsi a pensare, o ripensare, o studiare, o creare. Ma continueremo insistendo per chi e attraverso chi ha voglia di fermarsi a leggere un’intervista come questa. Grazie mille, Roberto, per aver condiviso così generosamente tanta esperienza.

I sentimenti si alleggeriscono e l’anima si solleva da terra grazie al gioco ritmico dei piedi. La solitudine cessa di essere in agguato se le mani si intrecciano. Il dolore non è più radicato e la gioia si ricrea quando le braccia si alzano verso il cielo. L’abbraccio che sostiene arresta la vertigine prodotta dal vuoto dell’essere. La straordinarietà dell’esperienza ne incoraggia la ripetizione fino quasi a ritualizzarla.

Custodi della memoria, le danze folkloriche o popolari custodiscono la storia di un popolo e la sua saggezza. Come mezzo di trasmissione, raggiungono il punto in cui la rappresentazione crolla e le parole falliscono. Hanno il potere di trasmettere in eredità i modi di vivere – i modi di fare della quotidianità, di tutta una vita – alle generazioni future. In breve, la loro cultura. A patto che non vengano spogliate del loro spirito e ridotte a una meccanizzazione coreografica.

Di cosa parlano, allora, le nostre danze, cosa dicono della nostra storia e della nostra cultura? Chiediamoci – cosa si cerca nell’abbraccio del tango, cosa si cerca in quei fazzoletti alzati al ritmo di una zamba, cosa si cerca nel tamburellare dei piedi in una chacarera, cosa si cerca in quelle braccia alzate? Borges diceva che se esistesse un archetipo dell’argentino, uno dei suoi attributi sarebbe l’ospitalità. La storia che oggi ispira questa riflessione – come altre che abbiamo apprezzato in precedenza – lo conferma; e ci autorizza ad aggiungervi la solidarietà. O non l’abbiamo già evidenziato con il suo nome più creolo parlando della gauchada?

L’ospitalità, come abbiamo già detto, o è incondizionata o non è. Solo quando viene offerta a chi suscita la nostra ostilità piuttosto che la nostra ospitalità è una virtù sincera. Allo stesso modo, la solidarietà si esercita a partire dal rispetto della dignità dell’altro, riconoscendogli il diritto di essere un suo simile, e in questo senso vale molto più rispetto alla tanto commercializzata empatia che arriva solo a sentirsi come l’altro, ammesso che fosse possibile. La solidarietà parla di commuoversi con e per l’altro, di commuoversi per ciò che l’altro soffre, di fare qualcosa per l’altro nella misura in cui, come ciò che ispira l’ospitalità, riconosco in quell’altro colui che ho potuto essere in passato o che potrei essere in futuro.

Non siamo forse assetati di questi affetti oggi come lo era il criollo quando vagava nella vastità della pampa, o l’immigrato senza famiglia che arrivava al Río de la Plata? Non era forse alla ricerca di questi affetti che la gente si riuniva in celebrazioni che con il tempo presero la forma della peña o della milonga? Comprendiamo, quindi, qual è il patrimonio culturale che queste custodiscono al di là delle sequenze di passi; quale ricchezza stiamo offrendo a tutti coloro che vogliono impararli; e perché non dobbiamo lasciare che la spinta dell’utilitarismo, che la ricerca di un fine in tutte le cose, spazzi via queste danze, trasformandole in una ginnastica senz’anima? Perché fanno parte di ciò che ci definisce come esseri umani e, in questo senso, servono oggi come una forma di resistenza di fronte a tanta disumanizzazione.

Flavia Mercier

Sergio Cortazzo e Silvia Carlino: «Il tango è ballare con una persona e farla sentire bene».

Con quasi 40 anni di esperienza come ballerino di tango, Sergio Cortazzo, anche maestro e coreografo, è stato protagonista di alcuni dei momenti più memorabili della scena tanguera. Dopo essersi formato con grandi ballerini come Gustavo Naveira e icone della milonga come Pupi Castello, Juan Bruno, Pepito Avellaneda, Antonio Todaro e Mingo Pugliese. Sergio ha ballato in quasi tutte le case del tango più famose, come il Bar Sur, Casablanca, Michelangelo, Señor Tango, El Viejo Almacén, Taconeando, La Ventana, Piazzolla Tango e l’Esquina Homero Manzi. E poi sono arrivati i viaggi in Giappone e le grandi compagnie. Indimenticabili sono state le sue coreografie di «Gallo Ciego» e «Mala Junta» in «Tango x2» insieme a Gachi Fernández, e «Chiqué» con Soledad Rivero in «Tango Metrópolis». Ha fatto parte anche della compagnia «Tangokinesis» della rinomata ballerina e coreografa Ana María Stekelman, che fondeva elementi del tango con la danza contemporanea. Va sottolineata anche la sua partecipazione allo spettacolo «La Milonga», che riuniva noti milongueros come Pupi Castello, Mingo Pugliese, Marta Antón, il «Alemán» (Roberto Tonet), Pocho Pizarro e molti altri. Insieme a Sergio, Silvia Carlino, che, con oltre 20 anni di esperienza come ballerina di tango e dopo aver ballato in Europa con alcuni dei ballerini più famosi, oggi organizza una delle milonghe più importanti d’Italia, la milonga «C’è Tango al majestic», dove gestiscono anche la loro scuola di tango. Un’intervista che trasuda amore per il tango come arte e come espressione culturale che unisce una comunità.

Sergio Cortazzo e Silvia Carlino.

Sergio, come hai capito che volevi diventare un ballerino professionista di tango?

Stavo studiando presso la «Casa del Tango» di La Plata – dove vivevo – quando è sorta l’opportunità di partecipare a uno spettacolo teatrale presso il «La Comedia» (teatro) nella provincia di Buenos Aires, dove serviva una coppia di tango. Era una commedia di Alberto Vaccarezza chiamata «Tiempo de firulete». Per due anni siamo stati in tournée in tutta la provincia con musicisti e attori, ricevendo anche uno stipendio. Quindi ho pensato: «Ah, si può vivere facendo ciò che si ama!»

Solo allora ho deciso di viaggiare a Buenos Aires per dedicarmi al tango più seriamente. Durante quella tournée ho scoperto quella grande passione che fino ad allora avevo visto nei musicisti o negli attori, e che hanno le persone che fanno ciò che amano. Per lavorare come artista hai bisogno di questa grande passione, altrimenti non ce la fai. Ti pagano male, i lavori sono instabili, la strada è molto dura. Devi avere ben chiaro che ti piace, per continuare nonostante le avversità.

E cosa ti ha spinto, prima di voler diventare un professionista, ad imparare a ballare il tango?

In realtà, è un po’ difficile da spiegare. In casa avevamo alcuni dischi di tango, ma non li ascoltavamo molto. I miei genitori non ballavano né erano artisti. Mio padre è un dottore in sociologia economica e mia madre una psicologa. Tuttavia, mi hanno aiutato molto.

Forse è stato durante un viaggio in America Latina in cui la gente mi diceva «Ah, l’Argentina. Tango». È lì che ho sentito che il tango era qualcosa di cui essere fieri. Non mi sono mai sentito molto orgoglioso di essere argentino. Dopo aver sentito Alfonsín dire «la casa está en orden», sono diventato abbastanza scettico (“la casa è in ordine”, frasi pronunciate dall’ex presidente Raúl Alfonsín, dopo aver sedato una ribellione militare mediante un accordo con le Forze Armate che ha portato all’emanazione delle leggi «Punto Final» e «Obediencia Debida,» he hanno interrotto il processo di giudizi per i crimini della Dittatura Militare). L’Argentina è piena di contraddizioni e a volte non c’è molto da essere orgogliosi. Ma il tango ha dato questa possibilità a tutti i ballerini che si trovano all’estero.

«Questo è il tango, ballare con una persona e farla sentire bene. Non «usarla» per fare passi e mostrare agli altri quanto sei bravo.»

Sergio Cortazzo

E così, quando avevo circa 22 anni, ho deciso di andare  alla «Casa del Tango», mi sono informato e ho iniziato a prendere lezioni. Abbiamo formato un gruppo con cui uscivamo per andare in tutte le milonghe della città. Così ho capito che mi piaceva ballare, ma ancora non avevo il coraggio di abbandonare l’ingegneria e dedicarmi esclusivamente al tango. Non so se non avevo il coraggio o semplicemente non mi veniva in mente, perché all’epoca a La Plata c’era molto poco tango e non avevo neanche immaginare che potesse diventare una professione. È stato col tempo, quando ero già a Buenos Aires, che ho deciso di abbandonare gli studi e dedicare tutto il mio tempo alla mia formazione come ballerino di tango.

In riferimento alla danza o all’arte, hai studiato qualcos’altro oltre al tango?

Nel momento in cui ho iniziato a ballare il tango, ho cominciato anche a studiare un po’ di recitazione. E una volta arrivato a Buenos Aires, quando ho deciso di diventare un ballerino professionista, ho deciso di studiare un po’ di balletto classico per migliorare i movimenti e il corpo. Ho preso lezioni di danza classica e contemporanea per due o tre anni.

Chi sono stati i tuoi maestri di tango?

Pupi Castello, Juan Bruno, Gustavo Naveira, Pepito Avellaneda, Antonio Todaro, Mingo Pugliese.

Ah!, nessuno di rilievo… (risate) E come è stato imparare da loro?

Erano molto entusiasti del fatto che ci fossero giovani appassionati di tango e ci dedicavano molta più attenzione rispetto agli «habitués» (frequentatori abituali). Andavamo alle lezioni «per amore del tango», potremmo dire, per il piacere di imparare. Non pensavamo a viaggiare o a lavorare, perché in quel momento queste opportunità non esistevano. Stiamo parlando di un periodo in cui nessuno poteva immaginare che il tango sarebbe esploso in tutto il mondo e sarebbe diventato ciò che è oggi. All’epoca, al massimo, potevi lavorare in qualche locale di tango e con un po’ di fortuna potevi avere un’occasione di viaggiare in Giappone. «Tango Argentino» stava appena cominciando. Naturalmente, la pedagogia era quella che era, non spiegavano molto, ma ci si rendeva conto che facevano uno sforzo per trasmettere le loro conoscenze.

«…per quanto riguarda l’espressività, si è perso un modo di imparare le cose che influisce molto sull’aspetto artistico. Il processo di apprendimento è molto più freddo, le sensazioni non entrano. Non entrano le esperienze vissute, che si ottengono imparando in modo più artigianale, più «umano», si potrebbe dire.»

Sergio Cortazzo

Immagino che questa posizione abbia influenzato il tempo di apprendimento. Immangino che, quando si studia per piacere, non si ha fretta di imparare o di ottenere risultati rapidi.

Sì, è vero, era così. Inoltre, poteva anche capitare che uno copiasse un movimento del maestro, ma in generale si cercava di farlo a modo proprio. Invece, ora, come dici tu, si cercano risultati rapidi, quindi il percorso più veloce è copiare il maestro o un video su YouTube. Si pensa che copiando i passi del maestro più popolare si otterrà lavoro e successo in breve tempo.

All’epoca, non c’erano nemmeno i video. Quindi, un’altra cosa bella era che se volevi vedere come ballava un milonguero, dovevi andarlo a vedere in milonga. Ti davano il volantino o il depliant in cui annunciavano la sua esibizione, prendevi “el bondi” (l’autobus) e facevi un’ora di viaggio, o più, fino alla milonga. Dovevi andare a cercare ciò che desideravi, non era a portata di clic su un computer o su un cellulare. In quel periodo dovevi fissare l’istante nella memoria. Se non lo praticavi subito, lo dimenticavi. Non potevi nemmeno registrarti per guardarti dopo. Dovevamo andare alla lezione del milonguero e chiedergli spiegazioni su ciò che non riuscivamo a fare. Poi ci incontravamo per allenarci o per scambiarci alcuni passi. Tutte queste «difficoltà» mettevano alla prova quanto amassi davvero il tango.

La grande differenza rispetto a quei tempi è che si imparava perché ti piaceva. Non pensavi a viaggi, tour, a trasferirti in un altro paese per lavorare; tutto questo non esisteva in quel momento. Lo facevamo per amore del tango. Imparare qualcosa solo per il gusto di farlo. C’era anche molta solidarietà, perché non c’era concorrenza e non c’era molta competizione. Nessuno di noi aveva in mente una carriera. In effetti, eravamo un po’ inconsapevoli: stavamo dedicando molto tempo a qualcosa di cui non sapevamo se avrebbe avuto sbocchi lavorativi.

Come si traducono sul palcoscenico o nelle esibizioni queste differenze nei processi di apprendimento?

A mio avviso, oggi ci sono persone tecnicamente molto brave ma meno espressive. La qualità tecnica è molto superiore alla qualità espressiva ora. Hanno molte possibilità per studiare con molta attenzione e al dettaglio dei passi. Possono mettere in pausa un video, avanzarlo e riavvolgerlo quante volte è necessario. Ma per quanto riguarda l’espressività, si è perso un modo di imparare le cose che influisce molto sull’aspetto artistico. Il processo di apprendimento è molto più freddo, le sensazioni non entrano. Non entrano le esperienze vissute (con enfasi), che si ottengono imparando in modo più artigianale, più «umano», si potrebbe dire.

Si potrebbe dire che voi, in un certo senso, in quel periodo, mentre sviluppavate la vostra danza, stavate costruendo l’artista dentro di voi. Vi stavate scoprendo con ciò che ognuno voleva esprimere.

E tu, Silvia? Come hai iniziato con il tango? O con la danza?

Ho iniziato molto piccola con il balletto. A 8 anni già ballavo. E l’ho abbandonato definitivamente quando avevo circa 23 anni. Ho studiato in Una scuola di danza di alto livello qui a Napoli. Ma la verità è che la danza classica mi ha molto delusa. Inoltre, non ho nemmeno il corpo per il balletto. Il mio corpo è quello di una ballerina di tango. Sì, direi che una  sylphide non sono mai stata (risate).

Ho ballato anche un po’ di danza contemporanea e ho fatto teatro. In quel periodo ho anche fatto qualche spettacolo, sia di danza contemporanea che di classico, che di teatro. Per un po’ ho anche insegnato danza ai bambini o ho organizzato alcuni spettacoli di fine anno nelle scuole elementari.

Ma la verità è che non mi piaceva e l’ho lasciato. Per molto tempo ho smesso di ballare o di lavorare nella danza. Lavoravo con mia madre in un negozio di abbigliamento e ho scoperto che la moda mi piaceva molto. Disegnavo alcuni modelli, qualche abito da sposa, anche se non ero andata a scuola di design. Tuttavia, sapevo che non era definitivo nel mio percorso, né il negozio né la moda. Sapevo che sarebbe successo qualcosa.

Un giorno mi è arrivata per errore una rivista nel negozio, in cui proprio in prima pagina c’era una foto di una coppia di tango, e la ballerina sembrava meravigliosa. Non ricordo chi fosse. C’era un intero articolo su Buenos Aires. Ho iniziato a leggerlo e alla fine c’era un piccolo annuncio di una scuola di danza dove veniva insegnato il tango. Ed era quasi accanto a casa mia! Quindi ho deciso lì per lì di andare e pochi giorni dopo ho cominciato a prendere lezioni. Mi è sembrato che mi sarebbe piaciuto. Stiamo parlando di 22 anni fa, non c’erano così tanti video come ora per capire di cosa si trattasse.

E come sei arrivata, dopo aver letto un articolo in una rivista, ad organizzare una delle milonghe più importanti d’Italia?

Beh, all’inizio ho cominciato a cercare dove poter imparare a ballare il tango. Prima ho viaggiato per l’Italia cercando argentini che lo insegnassero, perché a Napoli non ce n’erano molti. Non c’erano nemmeno molti maestri come ora, anche se i ballerini stavano cominciando a viaggiare e a venire in Europa. Ho iniziato a frequentare i festival. Fino a quando un giorno ho pensato: «Devo andare a Buenos Aires a prendere lezioni». E così ho fatto. Ricordo che la prima volta mi hanno accolto a Ezeiza, Josep e Teresa (Josep Morera e Teresa Herrero Aubanell, organizzatori per molti anni di una delle milonghe più conosciute di Barcellona), che avevo conosciuto al Festival di Napoli. Mi davano consigli su dove andare, con chi prendere lezioni. Ho preso lezioni da tutti. Iniziavo a mezzogiorno e continuavo fino a mezzanotte, poi uscivo a ballare, a ballare e a ballare… sempre. Ricordo ancora la sensazione incredibile che ho avuto alla mia prima milonga a Buenos Aires, a Canning. Fino a quando un giorno ho iniziato a lavorare qui in Italia con diversi ballerini.

Dopo ci siamo conosciuti, lui (Sergio) è venuto al Festival di Napoli per tre anni di seguito. Ci siamo conosciuti al secondo! Poiché in quegli anni faceva molte tournée in Europa, abbiamo cominciato a viaggiare per vederci. Finché è venuto a vivere qui a Napoli e abbiamo cominciato a lavorare e insegnare insieme. Un giorno i proprietari del Club Majestic, che apprezzavano il nostro lavoro, che avevano fiducia nel nostro modo di insegnare e comprendere il tango, ci hanno proposto la possibilità di portare la nostra scuola nel loro club e di organizzare la milonga. E abbiamo deciso di accettare. La verità è che ci va piuttosto bene. Prima della pandemia abbiamo organizzato numerose esibizioni e portato molti artisti e orchestre. Quest’ultimo anno abbiamo continuato a portare artisti e vorremmo portare anche un’orchestra.

«Ero incantata a guardare  i ballerini che ballavano con la musica dal vivo. Quella cosa della ronda, tutti improvvisando insieme, ognuno con il suo stile, tutti diversi, ma in armonia. “Come fanno?, come fanno?”, mi chiedevo. Sembrava magico. Ed è stata quella magia che mi ha spinto a prendere un aereo per andare dall’altra parte del mondo.»

Silvia Carlino

Cosa ti affascinava del tango?

La musica. Da subito, è stata ciò che mi ha affascinato di più. E poi i costumi nelle esibizioni. Poiché mi piaceva tutto ciò che riguarda la moda. Ricordo il primo festival che ho visto, che si è svolto qui a Napoli e lo ha organizzato Miguel Angel Zotto, con il sostegno del Comune, con star internazionali del tango che arrivavano direttamente dall’Argentina. Sono venuti lui e Mantiñán con Missé , Teté, Eduardo e Gloria Arquimbau, Facundo e Kely, e l’orchestra dal vivo. Ero incantata a guardare  i ballerini che ballavano con la musica dal vivo. Quella cosa della ronda, tutti improvvisando insieme, ognuno con il suo stile, tutti diversi, ma in armonia. “Come fanno?, come fanno?”, mi chiedevo. Sembrava magico. Ed è stata quella magia che mi ha spinto a prendere un aereo per andare dall’altra parte del mondo.

E cosa ha rappresentato per te, venti e più anni dopo essere entrata in quella prima milonga a Canning, ballare al Festival di La Plata con Sergio Cortazzo?

Bellissimo, davvero bellissimo. Il giorno prima avevo pensato che sarei stata nervosa, ma non lo sono stata. Il Festival è incredibile, ti dà un’energia…! Ricevo un’energia diversa quando si tratta di un evento così popolare, ha influito su di me  in modo molto positivo, non ho sentito alcuna pressione. E considera che stavo ballando non solo con Sergio Cortazzo, ma con il figlio di La Plata. Inoltre, c’erano i genitori di Sergio, la sorella, amici di una vita, tanta gente che non ci aveva mai visto ballare insieme dal vivo. Ma quando sei circondata da persone che ti vogliono bene, l’energia è sempre positiva. Il Festival La Plata Baila Tango è incredibile. In effetti, a La Plata è stata una delle nostre performance che mi è piaciuta di più. Anche al Festival di Barcelona Tango Amigo mi sono sentita così. Anche se a volte mi capita il contrario, come quando abbiamo ballato a Budapest, proprio perché non conoscevo nessuno abbiamo ballato tutto in modo improvvisato ed è stato fantastico, mi piace molto quella performance.

E guardando indietro, come ti senti ad arrivare a quel momento così speciale? Hai pensato «ce l’ho fatta»?

Beh, è magia. Ci sono momenti, ancora adesso che ci penso, mi chiedo: «Forse ce l’ho fatta, anche se a volte mi fanno male le ginocchia? O forse l’ho raggiunto proprio perché mi fanno male?» La verità è che è stato un lavoro, lavoro, sudore, sudore, cercando di seguire tutto quello che Sergio mi diceva – che non è affatto facile perché Sergio è molto esigente, ed è per questo che ci ho messo così tanto a convincermi a ballare con lui, dovevo fare i miei chilometri come diceva lui -, ma alla fine la sensazione di avere la pelle d’oca mentre si è lì è il premio che arriva dopo tanto sforzo.

E tu, Sergio, come è proseguita la tua carriera professionale dopo quella prima esperienza con il cast de «La Comedia»?

Ho iniziato dalla base, poco a poco. Prima al «Bar Sur», ballando tra i tavoli dalle 10 di sera alle 4:30 del mattino, con un pianista che ci accompagnava. Poi al «Los dos pianitos». Successivamente al «Casablanca”. Infine, nello spettacolo «La Ventana» ho avuto la mia prima opportunità come partner solista.

Silvia: E lo spettacolo che hanno trasmesso un mese fa? Non se lo ricorda, come non gli piace dare importanza… Ti racconto: un mese fa hanno proiettato uno spettacolo («La Milonga«) in cui ballava con Pupi (Castello). Immagina uno spettacolo di quegli anni che è stato registrato, è stato qualcosa di importante. Oltre a Pupi, c’erano tutti i milongueros importanti. C’era Mingo Pugliese, Marta Antón, l'»Alemán» (Roberto Tonet), Pocho Pizarro e molti altri. Volevo uccidermi quando l’ho visto perché avrei potuto mostrarlo agli allievi, avrei potuto mostrargli «chi è lui». Ma no, perché lui non gli dà importanza.

Ma è che lui balla per il piacere di ballare, per amore del tango, come quando ha iniziato (risate) E poi, Sergio, come è andata?

Finalmente, è arrivato il mio primo viaggio in Giappone. Da tempo mi chiedevo quando mi sarebbe toccato andare in Giappone, perché in quel periodo era come laurearsi. E vedevo che tutti ci andavano e a me no. Fino a quando mi hanno proposto questo tour con un’orchestra diretta da un pianista di La Plata, con un cantante e tre coppie.

Poi è arrivato «Tango X2» e ho sentito di essere entrato nella «nazionale», anche se in quel periodo c’era anche «Tango Argentino», che era famosissimo in tutto il mondo. Ma per i milongueros «Tango X2» era come giocare nella Nazionale di calcio, perché rifletteva meglio il tango più autentico, quello della milonga. «Tango Argentino» era più stereotipato. Senza sminuirlo.

«Questi momenti rappresentano una grande soddisfazione per me, perché ho ballato nello spettacolo che piaceva a tutti i milongueros e in più, gli piaceva quello che Io facevo.»

Sergio Cortazzo

Sono stato anche per un bel po’ di tempo in «Tangokinesis», con Ana María Stekelman, all’inizio. E molto tempo dopo è arrivato «Tango Metrópolis» con Claudio Hoffman e Pilar Álvarez, dove ballavo con Soledad Rivero. Queste sono state le compagnie con cui ho lavorato di più. Nel frattempo, ho continuato a lavorare nelle Case di tango a Buenos Aires.

E com’è stata l’esperienza di fusione tra il tango e la danza contemporanea (Tangokinesis)?

All’inizio pensavo «quando mi vedranno i milongueros mi diranno di tutto». Ma la verità è che io e Gachi (Fernández) abbiamo imparato molto da Ana: la messa in scena, il modo di presentare la danza sul palcoscenico e tutto l’aspetto coreografico. È stata una grande esperienza per noi, che ci ha portato ad un’apertura mentale senza perdere le radici. È stato un aggiungere senza perdere ciò che volevi fare. Perché il materiale era piuttosto tanguero, per quanto riguarda i passi, ma con musica «strana». Per esempio in “Libertango» nella versione di Grace Jones, potevamo ballare sui rumori come spari e porte che si chiudevano. Abbiamo avuto la  possibilità di aggiungere linguaggi diversi e una visione diversa del tango. Credo che per l’epoca fosse molto originale. Beh, è ancora molto originale. Oggi c’è gente che pensa di innovare e cade nei luoghi comuni. Per innovare devi prima fare una ricerca su ciò che è stato fatto prima per evitare di cadere nella trappola del solito. E conoscere bene a fondo quell’arte che vuoi rinnovare. Piazzolla prima di rinnovare il tango, ha suonato con Troilo.

«Per innovare devi prima fare una ricerca su ciò che è stato fatto prima per evitare di cadere nella trappola del solito. E conoscere bene a fondo quell’arte che vuoi rinnovare. Piazzolla prima di rinnovare il tango, ha suonato con Troilo.»

Sergio Cortazzo

Come vedi il tango da palcoscenico al giorno d’oggi? C’è poco, ti preoccupa?

Io credo che si stia verificando un vuoto generazionale. Il tango da palcoscenico è mantenuto vivo dalle Case di tango e dal Campionato del Mondo, ma al di fuori di ciò non c’è molto lavoro, non ci sono molti spettacoli o tournée di tango.

Inoltre, ci sono pochissimi ballerini in grado di fare bene entrambe le cose. Ci sono ballerini da palcoscenico che quando li vedi  improvvisare in una milonga, pensi, «questi non sanno ballare il tango», perché sono abituati solo a fare coreografie. E, d’altra parte, vedi ballerini da esibizione, molti dei quali sono grandi ballerini e hanno molto successo, ma li metti su un palco e spariscono, o non trasmettono, mostrano passi, non è un fatto artistico. Per me sono ballerini che sono rimasti un po’ indietro, che non hanno fatto tutto il percorso che avrebbero potuto fare, perché fanno solo quello, in parte perché ormai ci sono poche compagnie di tango. 

«La verità è che è stato un lavoro, lavoro, sudore, sudore, cercando di seguire tutto quello che Sergio mi diceva – che non è affatto facile perché Sergio è molto esigente, ed è per questo che ci ho messo così tanto a convincermi a ballare con lui, dovevo fare i miei chilometri come diceva lui -, ma alla fine la sensazione di avere la pelle d’oca mentre si è lì è il premio che arriva dopo tanto sforzo.”

Silvia Carlino

Si è entrati in una frenesia di viaggi, di guadagni, di benessere economico che non permette di guardare  il giorno per giorno; e ci sono molti ballerini professionisti che forse sentono che «hanno già raggiunto» e non continuano a formarsi, non si preoccupano di progredire come artisti. Forse sentono che stanno perdendo livello se prendono lezioni da altri, o che non ne hanno più bisogno se tutto funziona bene.  Io credo che quando si fa una performance, anche solo in una milonga, deve essere un fatto artistico. Non bisogna ballare solo per mostrare passi perché ti porta allievi, ma per trasmettere qualcosa di più.

Sergio, hai menzionato sia Gachi Fernández che Soledad Rivero come compagne di ballo. Con entrambe hai formato coppie molto importanti che hanno lasciato momenti emblematici nel tango da palcoscenico. Come si fa a lasciare una coppia e a formarne un’altra che funzioni altrettanto bene sul palcoscenico, avendo stili diversi?

La verità è che con Soledad Rivero l’intesa come coppia di tango l’abbiamo trovata  molto velocemente. Il periodo in cui ho formato coppia con lei è stato molto intenso e produttivo. Abbiamo fatto innumerevoli tournée. Una delle più importanti è stata come coreografi dei campioni di tango da palcoscenico in Giappone e Taiwan, per tre mesi. È stato un vero piacere lavorare con Soledad.

Silvia, come vedi le milonghe confrontando l’Argentina e l’Italia?

Mi sembra che in Italia gli stili si mescolino di più: il milonguero come Gavito, il salone pulito e i giovani che fanno un po’ di confusione (risate). In Argentina, è cambiato molto tutto – ad esempio, non si vede più come una volta quel rispetto assoluto che i giovani ballerini avevano verso i maestri – ma ancora si può vedere un tango salon  pulito. L’altra cosa è che nelle milonghe non ti fanno ballare tanto come facevano prima, e questo accade già alcuni anni . Invece, l’atmosfera del Festival de La Plata mi ha ricordato di più come erano le milonghe fino a qualche anno fa: i sorrisi delle persone, la gente rilassata, tutti si salutavano, godersi il tango, la milonga, la musica

Sergio, parlando di momenti importanti, quali momenti hai conservato nella memoria come i più significativi?

Non lo so, … La verità è che come artista non vivo ancorato al passato dicendo: “wow, ho ballato per …». Non so, non do importanza al fatto che : “wow Ho ballato al City Center di New York».

L’hai fatto?

Sì, con «Tango X2» …. Non sto nemmeno tutto il tempo dicendo che ci sono due articoli di un giornale di New York che parlano di me. Come si chiama? Oh, non mi viene in mente… il New York… Times.

Silvia: No, Sergio, non ti nominano solo! Sono due articoli del New York Times che parlano  di te e di Gachi  come due stelle meravigliose, due ballerini incredibili! Scusami, ma mi alzo e me ne vado (con tono sarcastico)! … Gli costa parlare di sé…

Sergio: Beh, va bene, forse un giorno lo racconterò a mio nipote, ma, che ne so, non ci do importanza.

Va bene, ma la domanda mirava a qualcosa che fosse speciale «per te», qualcosa che ti abbia emozionato molto o che ti abbia colpito.

Se devo raccontarti un momento della mia vita professionale che mi ha dato una bella sensazione, devo parlarti del periodo in cui eravamo nella compagnia  «Tango X2» al Teatro Avenida. Il mercoledì si poteva entrare pagando l’ingresso a metà prezzo. E per tre o quattro mesi, durante la stagione, ogni mercoledì era pieno di milongueros, di gente del tango, che addirittura tornava due o tre volte a vedere lo spettacolo. E alla fine ci facevano un applauso infernale a tutti, e soprattutto a me in molti momenti dello spettacolo. Uno di questi momenti, per me il migliore, era il tango che facevamo noi («Mala Junta» con Gachi Fernández). Questi momenti rappresentano una grande soddisfazione per me, perché ho ballato nello spettacolo che piaceva a tutti i milongueros e, in più, gli piaceva quello che Io facevo. Quindi stavamo ballando per un pubblico esperti che ci applaudiva come pazzi.

«Io credo che quando si fa una performance, anche solo in una milonga, deve essere un fatto artistico. Non bisogna ballare solo per mostrare passi perché ti porta allievi, ma per trasmettere qualcosa di più.»

Sergio Cortazzo

È evidente che ciò che ti commuove è l’aspetto artistico, non la fama. C’è un Sergio al di là di Sergio Cortazzo l’artista?

Silvia: Lui è solamente un artista. Non sa fare nient’altro. Non può.

Sergio: Fuori dal palco o dalla pista, non ho nulla a che fare con come sono quando ballo. Il tango mi permette di esprimere qualcos’altro, molto di più di quanto possa esprimere con le parole. La parola mi costa. Ho trovato nel tango un modo di espressione.

Silvia: La parola non è il suo forte. Guarda che è anche molto bravo come mimo o nell’imitare, è geniale. C’è un video di lui, famosissimo, in cui imita Pupi.

Sergio, dopo quasi 40 anni nel tango, quando dai lezioni, cosa ti preme di più trasmettere?

Una cosa che ci preoccupa è che qui in Italia, in Europa, è difficile trasmettere il sentimento del tango. È molto difficile, soprattutto se gli stranieri non vanno a Buenos Aires. Anche se Buenos Aires è cambiata molto. Mi riferisco a ciò che si prova quando si entra in una milonga, certe forme, come invitare la donna a ballare in un certo modo, cercare di comunicare con la partner, non solo fare passi ma far sentire bene la persona. Questo è il tango, ballare con una persona e farla sentire bene. Non «usarla» per fare passi e mostrare agli altri quanto sei bravo. Il tango è diventato molto esibizionista ultimamente. Ma è chiaro che è difficile per gli stranieri capire il tango al di là di alcune abilità di movimento, perché non sempre hanno buoni esempi. Se uno straniero vede che il maestro fa solo quello, si chiederà perché dovrebbe preoccuparsi di altro.

Sergio Cortazzo e Silvia Carlino con Flavia Mercier durante l’intervista online.

La nostra soddisfazione è che gli studenti che rimangono con noi sono persone rispettose, con una certa sensibilità, che sanno come comportarsi in milonga, divertirsi, ballare per godersi il momento, molti di loro finiscono per diventare amici tra loro. Questo è una soddisfazione perché, con un po’ di tango, trasmettiamo anche un modo di relazionarsi e condividere.

Grazie mille a entrambi, Silvia, Sergio, è stata una conversazione «incantevole». Di quelle che ti lasciano a riflettere.

Potremmo pensare allo stile come quei dettagli che l’artista imprime nella sua opera a causa di ciò che lo influisce, spingendolo a esprimere questo impatto nell’arte. Lo stile deriva, quindi, da una serie di scelte, in quanto si preferisce un tratto, un gesto o un movimento, tra gli altri. Si tratta di una scelta che mette in gioco l’intimità e si esprime in un modo tutto suo. Inoltre, il suo pubblico si forma con coloro che si commuovono per questi dettagli distintivi.

Se pensiamo alle arti popolari come il tango, potremmo definirlo in termini di un «distillato di aromi e sapori» che conferisce un sapore unico alla danza o all’interpretazione musicale e che sempre fa riferimento alla terra come simbolo del fondamento di quest’arte. Va ricordato che è grazie ai tempi di cottura e riposo che il sapore si forma dalla combinazione degli ingredienti, distillando un aroma che stimola la voglia. Allo stesso modo, un insieme di elementi tecnici, per eccellenti che siano, non saranno sufficienti per creare uno stile proprio se non si concede il tempo per farlo decantare. L’opera d’arte o la composizione coreografica non è altro che un oggetto distaccato dalla realtà per l’artista e determinato da un desiderio di commuovere coloro a cui si rivolge.

Sergio Cortazzo afferma che si sta perdendo l’espressività o la qualità interpretativa, nonostante si sia guadagnata una grande qualità tecnica nella danza. Sottolinea che il processo di apprendimento, come si svolge oggi, non sta funzionando completamente. Ci dice inoltre che insieme alla sua tecnologizzazione è diventato «più freddo», lasciando fuori «le esperienze personale» del processo. Parte della dimensione educativa sembra essere andata persa.

Nelle sue origini, la figura del pedagogo era quella di colui che accompagnava il bambino o la bambina a scuola. Quindi, l’educazione sarebbe l’accompagnamento da parte dell’insegnante in un percorso che lo studente deve compiere da solo. È nel percorso che l’artista troverà il suo stile, quando le difficoltà lo porteranno a conoscere i suoi limiti e metteranno alla prova il suo desiderio. L’ostacolo, la pietra sulla strada, è ciò che che fa nascere e stimola la creatività.

La funzione dell’insegnante sarà quella di fornire supporto mentre accompagna, come un impalcatura che potrà essere rimossa quando la casa della conoscenza si stabilirà su fondamenta solide e la struttura sarà disposta in modo che sia un luogo abitabile, un luogo in cui vivere. Quella guida non potrà mai essere data da una piattaforma digitale carica di video.

Flavia Mercier

Yanina Erramouspe: “Sono Milonguera da prima che conoscessi il tango”.

Yanina Erramouspe potrebbe essere definita una ballerina di tango sociale, anche se non si riconosce come tale ma piuttosto come una milonguera, secondo una concezione in cui la milonguera non è solo colei che balla il tango ma anche colei che dirige lo spettacolo milonga. Milonguera nell’animo, è anche insegnante per vocazione e convinzione. Si è formata in entrambi i ruoli insieme ad alcuni dei più rinomati milongueros e insegnanti di tango come Jorge Dispari e María del Carmen Romero detta La Turca, Carlos Gavito, Julio Balmaceda e Corina de la Rosa. Oltre alla formazione didattica (per la quale detiene il titolo di insegnante di belle arti), possiede anche il titolo di psicologa e psicoterapeuta, con i quali esercita da alcuni anni. Divertente, schietta, acuta, senza mezzi termini, con tutta la storia, più ai suoi piedi che alle sue spalle, Yanina ci regala un’intervista che è un omaggio al tango.

Yanina Erramouspe con il suo compagno di ballo, Leo Ortíz.

Ciao Yanina, come introduzione ti dirò: l’obiettivo finale di tutte le interviste di Patio de Artistas è cercare di esplorare il desiderio dell’artista. Perché chi si dedica a qualche aspetto artistico continua, nonostante tutto, contro ogni avversita? Cosa ti ha spinto a non mollare sulla strada? Perché magari sei arrivato per caso -come mi dicono in molti «non lo so, ho cominciato a ballare da piccolo perché mi ci ha portato mia mamma»- ma perché non hai mai detto adesso basta”

Allora, per cominciare, dimmi, come sei arrivata da Tandil a Buenos Aires e al tango?

Quando avevo 14 anni, studiavo in una scuola d’arte: il Centro Polivalente de Arte de Tandil. La vena artistica ti predispone già in altro modo…

Era il tuo liceo o era un istituto in cui facevi arte dopo scuola?

Era il liceo. Durante la mattinata si studiava per il diploma di maturità e nel pomeriggio c’erano i laboratori artistici. C’erano tre orientamenti: ceramica, musica e belle arti. Ho scelto quello di belle arti. È stata una delle mie insegnanti del liceo, l’insegnante di musica, Marta Larrondo, a portare il tango nella mia vita. Aveva iniziato a ballare lei, e le venne in mente di tenere un seminario il sabato mattina. Hai presente quel momento dell’inizio, quando abbiamo tutti questo entusiasmo e vogliamo diffonderlo? Così. Non era obbligatorio, ma siccome è tutta la vita che mi piace ballare, veramente amo “muovermi” in generale, mi sono detta: “Proviamoci”. Ed mi sono trovata in una strada a senso unico.

Quando si formarono tre o quattro coppie, l’insegnante vide che la cosa non era più alla sua portata, e decise di portare un’altra persona a insegnare.

Ha avuto la generosità di raddoppiare la scommessa.

Umiltà, cosa che molte persone non hanno. Dire: «beh, sono arrivato fin qui, non so più di questo, ti porto da qualcuno più esperto», il che dovrebbe essere una clausola sine qua non per gli insegnanti. Ma, beh, non succede… Nel tango c’è ben poco di ciò che noi psicoterapeuti chiamiamo derivazione.

Bisogno di guadagnare per sopravvivere o difficoltà a riconoscere che un altro ne sa di più?

Non credo che il fatto di farlo per necessità sia un’attenuante, perché se ti ritrovi spinto a dedicarti a qualcosa che non conosci, dovresti almeno iniziare a studiare. «Da grandi doni derivano grandi responsabilità», diceva lo zio di Peter Parker in Spider-Man. Perché se vuoi davvero lavorare con questo e vuoi trarne vantaggio, il minimo che puoi fare è un piccolo investimento.

Precisamente; una delle cose più affermate è «Non ho soldi per seguire le lezioni».

Guarda, il tango è pieno -e lo dico con cognizione di causa, molta cognizione di causa- di persone capaci di condividere il loro grande sapere e non a scopo di lucro. Ci sono grandi insegnanti che hanno dato lezioni gratuite per tutta la loro vita a persone che non avevano risorse e che non gliele hanno mai riconosciute: non hanno mai dato loro nemmeno un briciolo di reciprocità.

«Il problema è che nel tango arrivi a dare lezioni per i motivi sbagliati: è molto difficile poter andare in tournée solo ballando. Oggi il ruolo che ti dà lavoro è quello di insegnante. Ed essere insegnante perché il mercato ti spinge, è sempre sbagliato per te. Se non hai intenzione, motivazione e vocazione, è molto difficile per te lasciarti coinvolgere da cosa significa essere un insegnante.»

Quindi la tua insegnante di musica ha portato un insegnante con più preparazione, e…?

Marcela Nicolini, lei aveva un’altra vena: voleva formare dei professionisti e ancor di più quando vedeva tanti ragazzi interessati. È stato uno shock. Era una ballerina di danza classica -a quel tempo (anni ‘95, ‘96) era molto comune per le ballerine iniziare dalla danza classica e per gli uomini dal folklore-. Più tardi, uno dei ragazzi del gruppo mi suggerì di unirmi allapeña «El Cielito», nella classe di Darío Porta, molto conosciuto a Tandil tra quella generazione perché era uno dei più impegnati nell’educazione dei ragazzi. Dato che ero l’unica ragazza, 15 anni, sono andata con mio padre. Il santo è venuto a sostenermi nelle prime lezioni.

Così ho iniziato ad andare a quelle che sembravano milonghe. A quel tempo, la milonga all’Interior (modo di nominare il territorio argentino fuori la Provincia di Buenos Aires) non sembrava ancora una milonga. Oggi ci sono posti che sì, ma ventisei anni fa non tanto. Si trattava generalmente di ristoranti o bar che prestavano le loro sale per far suonare un po’ di tango. Molte volte dal vivo, non c’erano nemmeno registrazioni. Un piano eletronico e, con un po’ di fortuna, un bandoneon.

A tutto questo, parallelamente, da quando ho iniziato con il laboratorio il sabato, nei pomeriggi che avevo liberi, andavo in una piazza vicina a casa mia con un libro usato che avevo comprato per leggere i testi del tango. E mi sono innamorata dei testi del tango.

Perché hai sentito il bisogno di leggere i testi? Se tu stavi solo ballando

Quando imparo un’attività sono piuttosto ossessiva, non faccio semplicemente quella attività. Mi piace fare la mia esperienza ascoltando tutto quello che posso su tutto -per questo ho preso lezioni con mezzo mondo- e andando alla fonte di tutto. E per me il tango è cultura, per questo ho cercato altre cose. E ho iniziato con i testi, e da brava adolescente…

Romantica.

Intenso…, ho detto «Wow, che pazzia che qualcuno all’inizio del secolo…» -senti questo, così autoreferenziale- «ha interpretato così bene quello che io provo!». Mi sono meravigliata di come possano essere attuali i testi. Mi ha lasciato molto a bocca aperta.

E l’altra vena era la musica. Quel periodo ci fu il passaggio dalle cassette al CD; a Tandil è apparso il primo Musimundo, e io andavo lì e tornavo con quattro o cinque CD a casa.

«La cultura dell’immediatezza, tutto veloce e tutto facile, va contro tutto ciò che propone il tango. O cerchi di ballare un tango facile e veloce, che per me è un ossimoro; oppure lasci l’apprendimento a metà per mancanza di tolleranza per la frustrazione.»

E come arrivi a Buenos Aires?

Dopo Darío ho continuato il mio apprendistato con Rosana Romano, che era la coreografa del ballet universitario di Tandil. Mi ha chiesto più di una volta se volevo fare un’audizione per il suo ballet, ma non era ancora il mio momento. Ero troppo impegnata ad imparare per me stessa. per espormi a un gruppo, quindi sono solo andata alle sue lezioni.

E quando ho compiuto 16 anni ho potuto fare una cosa per me rivelatrice: ho fatto un viaggetto di una settimana a Buenos Aires, in compagnia di mia mamma e della mia madrina, per girare le milonghe, approfittando del fatto che c’era un incontro di tango, una specie di antecedente a quello che oggi sarebbe il Festival del Tango che fa da cornice al Mundial . Stiamo parlando del ‘97.

Ho conosciuto il Morocco, il Almagro; La Viruta e La Estrella erano state aperte di recente. Un martedì sera sono capitata ad Almagro e una persona affascinante mi ha detto: “Che ci fai qui? Tu dovresti essere al martedì per i giovani de «La Viruta». Non sapevo nemmeno che esistesse. A quel tempo non c’erano né YouTube né i social network, quindi, trovandomi a quattrocento chilometri di distanza non era per niente facile sapere cosa succedeva a Buenos Aires. Quella settimana fu per me molto rivelatrice: fu il momento in cui compresi che se volevo dedicarmi completamente al tango, dovevo andare a Buenos Aires.

Perché? Anche se può sembrare ovvio.

Perché il tango è ancora porteño. Ancora oggi. Si sta federalizzando, proprio grazie alle reti sociali, da quando -grazie a Dio!- gli insegnanti hanno cominciato a circolare all’ Interior. Prima era molto difficile, se non impossibile, seguire un corso con un insegnante riconosciuto a livello internazionale senza essere a Buenos Aires. Se si voleva davvero educarsi, bisognava andare, come dicevo all’inizio, alla fonte. E la fonte era a Buenos Aires e non si muoveva da lì.

«Dio è ovunque, ma opera a Buenos Aires», si diceva sempre nel Interior.

Completamente. E le città metropoli sono una terra di opportunità: le persone si mescolano, i progetti si assemblano. Anche perché l’investimento economico dello Stato nella cultura è stato molto più elevato che all’Interior. Quindi, se volevo davvero dedicarmi al tango, dovevo andare a Buenos Aires. Ma …

…eri ancora minorenne. (annuisce).

Quando l’ho detto a mia madre, lei mi ha detto: “Vedremo. Per ora hai altro da fare, devi finire il liceo, poi ne parliamo.» Non mi ha mai detto un no totale perché sapeva che era la cosa peggiore che potesse fare. La fortuna, tra virgolette, -o la causalità, come mi piace chiamarla-, ha fatto approdare a Tandil una coppia straordinaria di ballerini: Marcela Vallejos e Guillermo Boyd. Persone che per me sono state dei seri punti di riferimento, non solo nel ballo, ma nella formazione delle persone, che è tutta un’altra cosa. Ad un certo punto escono in pista, e mi brillano gli occhi. E siccome non ho mai avuto grossi problemi di imbarazzo, quando si sono seduti ho attraversato tutta la sala e ho chiesto loro: «Che fate qui e che possibilità ci sono che venite a insegnare?» Marcela aveva dei parenti lì, ed erano andati a vedere com’era il tango a Tandil, blah, blah, blah. E mi hanno detto: “E poi, se c’è un gruppo interessato, siamo contentissimi”.

Dato che lì c’era il ballet (formazione gruppale di coppie di ballo) universitario, mi venne in mente di presentare un progetto per un ballet municipale, di cui loro fossero direttori.

Il format del ballet sta scomparendo da un po’, non esiste quasi più, ma era molto comune. Era una possibilità di formazione gratuita o molto accessibile per coloro che la integravano.

Mancano insegnanti che vogliano fare un ballet o persone che vogliano formarsi professionalmente in questo modo?

Per me il secondo, senza dubbio. Per lo stesso motivo per cui è scomparsa la figura dell’assistente. La figura dell’assistente, per come l’ho vissuta, ti permetteva di iniziare ad insegnare con la supervisione di una persona più esperta che poteva risolvere qualsiasi problema. Stavi iniziando la pratica, istruito. Oggi quel ruolo è un po’ scomparso. Forse, visto che le possibilità lavorative ci sono, non c’è bisogno di formarsi così tanto.

Perché chi frequenta i corsi si accontenta di meno? Il segno del tempo è un po’ un cambalache (si riferisce al nome del conosciuto Tango che in lingua lunfarda significa “scambio per cose di un valore minore,” in modo peggiorativo, tipo bazar o mercato rionale), giusto? E lo stesso un asino che un grande insegnante.»

Penso che sia una somma di cose, che ci sia una multicausalità, una questione sociale più generale che allude a tutte le discipline, e anche a varie culture. La cultura dell’immediatezza, del tutto veloce e del tutto facile, va contro tutto ciò che propone il tango. Oppure vuoi ballare il tango facilmente e velocemente, il che per me è un ossimoro; oppure l’apprendimento viene lasciato a metà a causa della mancanza di tolleranza per la frustrazione.

La cultura dell’immediatezza è contraria allo sforzo perché è contraria all’aspettativa che ogni processo di apprendimento implica. Ci si sforza in attesa di un risultato.

Ma lo sforzo è qualcosa di molto soggettivo, ed è lì che secondo me la formazione degli insegnanti di tango fallisce, sì? E lo dico con sufficiente cognizione di causa. Per insegnare, devi avere una profonda consapevolezza di ciò che stai facendo. E una conoscenza di come trasmettere quelle cose che magari per te erano naturali, o che ti sono state date in un certo modo, e chi hai di fronte ha bisogno che tu glielo spieghi in un altro. E questo per me ha a che fare con la formazione degli insegnanti, non con il tango, ma con gli insegnanti. Bisogna sapere tante cose, proprio come in qualsiasi altra disciplina. È pazzesco, solo che nel tango non si sia capito ancora.

«La figura dell’assistente, per come l’ho vissuta, ti permetteva di iniziare a insegnare con la supervisione di una persona più esperta che poteva risolvere ogni inconveniente. Si avviava la pratica, supervisionato. Oggi quella figura è parecchio scomparsa.»

Il problema è che nel tango finisci per insegnare per i motivi sbagliati: è molto difficile riuscire ad andare in tournée solo ballando. Oggi il ruolo che ti dà lavoro è quello di insegnante. Ed essere un insegnante perché il mercato ti spinge è sempre sbagliato per te (e per gli altri). Se non nasce come intenzione, motivazione e vocazione, è molto difficile dedicarsi a tutto ciò che significa essere insegnante. Perché per ballare ci sono cose che non sono necessarie, ma l’approfondimento e l’interrogatorio permanente non sono solo necessari, ma essenziali per insegnare. Non si può suonare a orecchio per insegnare. Oppure non si dovrebbe, per una questione di responsabilità, giusto?

La cosa bella sarebbe poter stabilire nuove fonti di lavoro. Mi piacerebbe diventare un produttore domani. Perché un altro marchio di quei tempi erano le grandi compagnie come “Tango Argentino”, “Forever”, “Tango Pasión”… I tour erano una forma di lavoro. Oggi sono una specie in via di estinzione. Ci sono ottime aziende che lavorano molto seriamente, ma è più difficile che vengano assunte.

E come è andato il ballet per te?

I nostri direttori ci hanno dato un obiettivo: in quattro o cinque mesi dovevamo formarci come ballet, perché saremmo stati l’atto di apertura di un ballerino classico molto noto in Argentina, Iñaki Urlesaga. Qualcosa di molto intelligente perché ci ha spinto tutti a impegnarci per renderlo un buon prodotto. La squadra ha lavorato molto bene e poi i direttori si sono appassionati, si sono entusiasmati di questo gruppo che lavorava al loro fianco, facendo le prove per sei, sette ore finché le cose non prendevano forma, e hanno deciso di creare una compagnia: Abrazo de Tango. Non c’è molta documentazione, perché facevamo tutto prima che esistessero le riprese di massa con i cellulari. Abbiamo fatto un tour in Cile e Brasile, tutto era molto tranquillo, di basso profilo, come lo erano loro, ma mi hanno dato un’ottima formazione: gli sarò sempre grata.

Membri della compagnia Abrazo de Tango.

E allora, eri già arrivata a Buenos Aires?

Nel 2003, con il mio compagno di tango -e compagno di vita all’epoca- Adrián Vallejos, siamo andati al primo Campionato Mondiale di Tango perché mamma, mia mamma, ci aveva iscritti e ci aveva pagato la settimana a Buenos Aires affinché potessimo andare per competere. È stata una piccola sorpresa. È stata un’esperienza molto intensa perché ha rappresentato l’inizio del confronto con altre realtà, con Buenos Aires: lo shock di entrare a Buenos Aires è sempre forte.

Non ci è andata male per essere il primo Mondiale. Arrivammo in finale, eravamo dodicesimi su trecento coppie circa. Ma la cosa più bella è stato incontrare tanta gente, ballerini stranieri e anche provenienti da diverse parti del paese, tanti milongueros, persone che purtroppo non ci sono più fisicamente, ma che ci hanno dato tantissimo; e, soprattutto, abbiamo conosciuto quelli che sarebbero stati i nostri prossimi maestri, Jorge Dispari e la turca María del Carmen, attraverso Javier e Geraldine. La mia direttrice di ballo, Marcela Vallejos, mi aveva detto: “Per come capisci il tango, il giorno in cui vedrai Geraldine Rojas cadrai a terra. L’adorerai. Quindi vai a cercarla.” Ovviamente, mi ha fatto impazzire. Geraldine era l’incarnazione di ciò che rappresentava il tango per me. Se avessi potuto realizzarlo su misura non sarebbe venuto così perfetto. E quello che trasmettevano con Javier in coppia ballando era una cosa straordinaria.

Sono diventati i miei riferimenti e, quando sono andati in tournée, l’ultima che hanno fatto insieme nel 2003, ho chiesto a Javier con chi potevo prendere lezioni e lui mi ha detto, senza esitazione, che dovevamo andare con Jorge e La Turca. Abbiamo fatto una privata con Jorge e abbiamo iniziato ad andare a tutte le lezioni di gruppo che loro facevano. Prima una volta al mese, poi ogni fine settimana. C’erano i miei “mecenati,” i santi dei miei genitori, che ci hanno preso e portato e, inoltre, sono venuti con noi alle milonghe. I miei genitori non ballano, ma tutta la milonga li conosce perché mi hanno sempre accompagnata.

Quando Jorge e La Turca fecero il loro primo viaggio internazionale, in Brasile – se ricordo bene era la fine del 2003 – e dovettero abbandonare le lezioni collettive, è lì che siamo arrivati noi. Questa opportunità è ciò che ci ha spinto direttamente a Buenos Aires.

Insomma, ormai erano loro assistenti.

Sì, dopo aver frequentato le lezioni praticamente tutto l’anno con loro. Fu amore a prima vista. La stessa cosa che mi è successa con Gerald, mi è successa con Jorge. La prima volta che l’ho visto ballare mi ha lasciato senza fiato, sembrava un inno al tango: quei piedi come pattini, quei “enrosques” perfetti, quelle “agujas” incredibili e con tale naturalezza.

E ho detto «Wow, è qui, voglio restare qui e voglio che il mio partner prenda questa strada».

E così è stato, anche se purtroppo devo dire che Adri – mio “marito”, come lo chiamo io – ha lasciato il tango professionalmente nel 2010. Quando abbiamo divorziato nel 2017, è tornato; anche se non con la stessa dedizione con cui l’avevamo affrontato insieme, ma sta tenendo alcune lezioni locali. Per me è un grande spreco, perché questo ragazzo è un patrimonio del tango.

Quindi abbiamo continuato a tenere le lezioni di Jorge e Turca, praticamente ogni giorno. Davano lezioni a La Ideal, il sabato pomeriggio, la domenica al John’s Bar in Plaza Dorrego, San Telmo, i martedì a Unitango, vicino a San Juan e Boedo (nessuno di questi ultimi due esistono più), mercoledì al Sin Rumbo. I giovedì dell’Antesana, una saletta divina a Villa Crespo. Il lunedì non lo so, il venerdì non ricordo. E così quello che desideravo da sei anni finalmente si era realizzato.

Yanina Erramouspe con María del Carmen Romero, La Turca, e Jorge Dispari
alla milonga El Arrabal, di Roma.

Cosa ti resta di più dell’esperienza con Jorge e La Turca?

Per me loro hanno rappresentato grandi opportunità. Mi hanno dato opportunità che non avrei mai sognato nella mia vita. Innanzitutto perché se c’è una cosa su cui tutti i milongueros erano d’accordo è che erano una fabbrica di bravi ballerini di tango. Quindi condividere il tavolo con loro ti dava già una gerarchia, giusto? Per esempio, alle loro lezioni, poteva arrivare così di sorpresa un personaggio come il Pibe Palermo. El Pibe Palermo, per chi non sa di cosa sto parlando, è stato l’ultimo ballerino di canyengue, ma sul serio canyengue, della gente che ballava nell’era del cayengue, non quello che poi venne creato come movimento. Allora aveva 83-86 anni. Poter abbracciare un uomo con quella storia, capisci cosa intendo?

Un mercoledì – ricordo bene – andammo all’aeroporto a salutare Marcela Guevara e Stefano Giudice con la Sierra rossa di Jorge e, al ritorno, La Turca disse: “Ragazzi, andiamo a Sin Rumbo? Oggi è il compleanno di mio zio e voglio andare a salutarlo.” “Ma, Marita, guarda che aspetto ho.” “Non importa, vi portiamo a casa, e vi cambiate, non c’è problema.” Perché Sin Rumbo, per me, era rispetto, capisci? Non era a La Viruta, che mi permetteva di andare pure in pareo. Quella scacchiera dove erano passati i piedi che più stimo nel tango, non potevo andare proprio così. Alla fine, ci siamo cambiati i vestiti e siamo andati. “Senti, tesoro, almeno dovrai ballare con mio zio, ok? Perché è il suo compleanno e se vuole ballare con te, tu ci ballerai, ok?” Chi era lo zio? Gerardo Portalea. Insomma, mi sono ritrovata così, da un momento all’altro, a ballare «El Ingeniero» – che era il suo tango – con Gerardo Portalea, mi capisci? Ciò significava stare con Jorge e Turca, al di là dello straordinario tango di cui ti impregnavano.

«Non è che devi indossare un abito per la milonga, ma che devi vestirti bene… per l’occasione. Che oggi vai con i chupines e con le scarpe con la punta tipo Bob Patiño, non è male, perché è quello che oggi si usa per andare ad una festa importante, a quel tempo era lo elegante-sportivo. …Come diceva sempre Jorge Dispari, i vecchi davano lezioni gratuite; ma ti chiedevano di venire vestito con abiti eleganti, cercavano quel rispetto simbolico.»

D’altronde Jorge mi ha dato gli strumenti non solo come milonguera -perché non mi sono mai considerata una ballerina- ma, soprattutto, come insegnante. Era un Maestro nell’anima. Non insegnante, Maestro. Cercava ovunque la vena per spiegarti nel modo in cui avevi bisogno di quello che cercava di trasmetterti. Come insegnante, è uno di quelli di cui ho più impronta, e con grande onore. E ho seguito le lezioni con tutti, anche con colleghi molto più giovani, perché mi sembrava importante ascoltare quello che avevano da proporre quelli che erano i referenti di allora. Ma con Jorge ho sentito: “Resto qui. «Voglio assorbire tutto ciò che questa persona ha da dare.»

A quel punto hanno iniziato a fare esibizioni anche a Buenos Aires?

Il nostro debutto in una milonga di Buenos Aires è stato al Salón la Argentina, a El Arranque, che era una milonga nel pomeriggio. E la milonga che ci ha accolto a Buenos Aires è stata Porteño y Bailarín. La nostra prima esibizione in una milonga porteña «seria» è stata Porteño. Carlitos Stassi è un po’ come il nostro padrino. Dico sempre che le cose migliori -e quelle meno migliori- della mia vita di tango, mi sono successe a Porteño.

Porteño y Bailarín è sempre stata una milonga molto iniziatica. Carlitos è stato storicamente un uomo che ha dato a tutti l’opportunità di ballare e continua a farlo. Molti di noi abbiamo fatto la nostra prima esibizione a Porteño. Ho fatto la mia prima esibizione con Adri, la mia prima esibizione con Jesús (Velásquez), la mia prima esibizione con Leíto. Lì anche Leo (Ortíz) ha tenuto la sua prima esibizione con la sua compagna.

Porteño è un posto dove è molto facile sentirsi a casa. Per me ha una magia. E Porteño per me è Carlitos, un organizzatore che di tango se ne intende. Sceglie i suoi musicalizatori con molta attenzione. E anche questo manca, tanto, sia a Buenos Aires, sia nel resto del mondo, gente che conosca il tango.

E come sei diventata assistente di Carlos Gavito?

Nel 2004 avevamo creato una sorte di team con un’altra coppia di ragazzi, che erano Bichi e Bichina, Andrés Laza Moreno e Mariela Soledad Chávez. Andavamo ovunque insieme. E una sera che con Adri dovevamo fare un’esibizione al “Lo de Celia”, vennero loro a sostenerci, come facevamo sempre tra di noi, e dietro loro, arrivò Carlos Gavito con il suo entourage di milongueros dietro. Ero felice, perché io – come dicevo prima –  molta paura e vergogna, non ne avevo mai avute.

Non ti ha scomposto minimamente?

Ah no, per me è stato un regalo. Un privilegio. Era sentirsi appoggiati, sostenuti, contenuti, lontani dal sentirsi richiesti. Invece il mio povero exposo (gioco di parole che uniscono tramite una contrazione le parole “ex” e “esposo” = marito) tremava fino ai capelli perché era più consapevole. Io no, ero strafelice. Ho ballato per lui! Stavo cercando di dargli quanto avevo. Per quanto mediocre potesse essere, volevo darglielo.

Finita la mostra chiamò me e Bichina al suo tavolo e ci disse che voleva aprire una scuola a Buenos Aires, che aveva bisogno di assistenti e che aveva pensato a noi quattro. Ci ha invitato a un suo seminario a condizione che assorbissimo concettualmente il suo stile quel fine settimana: impareremmo la prassi essendo i loro assistenti.

Con una pratica supervisionata, come dicevamo prima. Com’è stato lavorare con lui?

È stato un apprendimento accelerato a 360 gradi riguardo all’insegnamento e alla coerenza tra cosa significava essere un milonguero, come comportarsi in milonga e quello che si trasmetteva nelle lezioni.

Yanina Erramouspe con Carlos Gavito, come sua assistente nelle sue lezioni, a Mansion Dandi.

Che ricordo puoi salvare adesso, soprattutto di quel periodo con Gavito?

Soprattutto averlo conosciuto come essere umano in quella particolare fase della sua vita, al di là del personaggio.

E la pizzeria di Nelson, suo fratello. Il lunedì sera, quando finivamo le lezioni di gruppo, prendevamo la metropolitana e andavamo in pizzeria. Era “la previa” al Canning. Rimarrà sempre per noi come uno dei tesori più preziosi perché significava condividere con tutti i milongueros, ma fuori dalla milonga, valorizzarli, ascoltarli, ascoltare le loro storie personali, di vita, con il silenzio di una pizzeria, non il casino della milonga.

E allora, che c’ha di speciale ascoltare le loro storie personali?

È stato un privilegio, perché era un segno di fiducia, vederli completamente nudi, capire molto del loro tango. Di poter capire molto dal loro abbraccio.

Da quello che trasmettevano con il loro abbraccio, da cosa si vedeva dal loro ballo?

Di ciò che si sente e si vede, perché sono tante le cose che si vedono. Del loro comportamento in milonga, perché il significato che il tango ha avuto nella vita di ognuno di loro ha molto a che fare con il loro comportamento in milonga. La milonga come luogo sacro, come luogo dove non si tengono i «quilombos» (casini) –quilombos fuori-, come luogo per curare le ferite, come luogo di sostegno emotivo, come famiglia, come l’abbraccio di cui avevano bisogno proprio quella notte, e come luogo che ha permesso loro di essere il milonguero X.

«La milonga come luogo sacro, come luogo dove non si tengono i quilombos (casini) -quilombos fuori-, come luogo per curare le ferite, come luogo di sostegno emotivo, come famiglia, come l’abbraccio di cui avevano bisogno proprio quella notte, e come il luogo che ha permesso loro di essere il milonguero X.»

Come ti sei guadagnata quella fiducia? Che meriti avevi avuto? Ha a che fare con la serietà che hai dedicato allo studio del tango? E non mi riferisco solo alla tecnica, ma allo studio del tango come cultura.

Rispetto e amore. Anche la concezione simile del tango. Penso che quelle sono le cose che possono unire. O addirittura separare le acque. L’amore e il rispetto verso questa concezione che condividevamo del tango come cultura popolare e non come semplice ballo. Non prendere nulla alla leggera. Non dico di idolatrarlo, ma di averne molto rispetto e di trattare il tango con grande cura. E penso che ci sia stata anche la ricerca di iniziare a lasciare un’eredità, di passare il testimone alle generazioni future scegliendo qualcuno in particolare.

«Sono una milonguera, e sono una milonguera da prima che conoscessi il tango. È il luogo a cui appartenevo senza sapere che esistesse. La milonga mi ha dato il luogo dei miei sogni. La sensazione quando entrai in milonga per la prima volta è stata di trovare quel puzzle il cui pezzo mancante ero io.»

Perché un conto è credere che “il tango resterà sempre vivo”, ma il problema è come.

Esattamente. Un desiderio di perdurabilità, giusto? “Ho il mio tango da offrire, ed è così. Voglio passarlo a qualcuno, voglio trasmetterlo. E il modo è regalare questa sfera del mio tango a qualcuno. Bene, vediamo, chi? E perché?». Come se fosse stata trasmessa una password. Questa cosa della trasmissione orale e dell’importanza che ha.

Ma non nel senso di «Vediamo se meriti che ti trasmetta il mio segreto?», scavando nella conoscenza e rendendo l’accesso ad essa una riserva chiusa.

C’è una generazione intermedia, che non è quella degli anziani, che sentivano il bisogno di proteggere il loro segreto in modo molto meritocratico, e “decido io a chi lo racconto”. Una cosa molto settaria, se vuoi. E questo è avvenuto ancora di più con la distinzione tra argentini e stranieri. Chi dice che uno straniero abbia meno merito di un Argento quando esistono tantissimi argentini che sanno di tango quanto io di fisica quantistica, perché a loro non interessa? Si produce così una crepa che ci porta agli estremi di credere che possa esistere una concezione europea del tango e un’altra argentina. Potevo capire questa idea 30 o 40 anni fa, ma oggi con la globalizzazione e la democratizzazione dell’informazione, una divisione basata sull’origine mi sembra molto arbitraria e priva di fondamento.

Come diceva Troilo, il tango è uno.

Questi vecchi –sto parlando di Tete Rusconi, Gerardo Portalea, Nene Masci, Flaco Dani, Pupi Castello, tutti quelli che erano rimasti alla fine degli anni ’90, inizio anni 2000– quello che cercavano, in realtà , era garantire il rispetto e l’amore per il tango, prima di trasmetterlo. Come diceva sempre Jorge Dispari, i vecchi davano lezioni gratuite; ma ti chiedevano di venire vestito con abiti eleganti, cercavano quel rispetto simbolico.

«C’è una generazione intermedia, che non è quella degli anziani, che sentivano il bisogno di proteggere il ‘loro segreto’…, e «Decido io a chi raccontarlo.» Una cosa molto simile a una setta, (.. .) ancora di più con la distinzione tra argentini e stranieri. Chi dice che uno straniero abbia meno merito di un argentino quando esistono tantissimi argentini che sanno di tango quanto io di fisica quantistica perché a loro non interessa? Questo ha prodotto una crepa che ci sta portando agli estremi di credere che possa esistere una concezione europea del tango e un’altra argentina (…)

Come diceva Troilo, il tango è uno solo.»

Chiedevano un pagamento con rispetto, garantendo così il rispetto.

Esattamente.Credo che questo aggrapparsi allo squallido oggi sia perché il vestirsi bene per la milonga è stato tanto abusato che si crede che sia una cosa vuota. Non è che devi indossare un abito per andare alla milonga, ma che devi «vestirti,» questo è il concetto dietro quella cucciolata di vecchi, devi vestirti per l’occasione. Che oggi indossi chupines e scarpe con la punta tipo Bob Patiño, non è male, perché è quello che indossi oggi per andare a una festa importante. A quel tempo era lo elegante-sportivo. Sta a noi interpretare e spiegare queste tradizioni, affinché non siano viste come semplici attaccamenti.

È come… vediamo, l’argomento del “cabeceo”. Non è mettersi di fronte a una persona per cercare il contatto visivo…

No, questo è molestia

È che, per me, il primo problema è ridurre il cabeceo a un semplice movimento della testa. NO! Innanzitutto è necessario essere in connessione con la musica.

Perché dico che devi essere in connessione con la musica? Perché il cabeceo dipende da cosa ti succede con quella musica. Non ti può piacere o dispiacere tutto in modo uguale. E non sto parlando della realtà oggettiva che ci sono orchestre migliori di altre -e faccio attenzione a quello che dico-; parlo di una questione di gusto personale che si cresce con l’esperienza e con l’ascolto attento e attivo.

«Questo è il cabeceo: l’incontro reciproco di due persone che provano la stessa cosa riguardo a un particolare brano musicale. …bisogna fare attenzione a chi prova qualcosa di simile per quella musica e il cabeceo avviene molto facilmente. Non devi fare null’altro che girare la testa in quella direzione… l’incontro avviene subito.»

Ecco perché un’orchestra, o un tango, ti emoziona più di un altro in un dato momento.

Assolutamente sì, perché succede anche questo. Ci sono momenti in cui una cosa ti colpisce più dell’altra, ok? Allora, stando attenti alle proprie esigenze, si comincia a guardare la pista e ci si rende conto che ci sono persone che sentono quella tanda allo stesso modo. Quindi l’invito viene dal sentirsi in modo simile con qualcuno. Questo è il cabeceo, l’incontro reciproco di due persone che provano la stessa cosa riguardo a un particolare brano musicale. Perché se per quella persona fa lo stesso ballare un Malerba o un Troilo con te… (ride) -non potevo non permettermelo-… se per te non ha importanza, allora…

Vai a ballare con qualcun’altra! (ride) O altro!

Certo, perché se per te è lo stesso ballare una cosa che l’altra, probabilmente sarà lo stesso ballare con una che con l’altra persona. Sei a quel livello di incoscienza, che attraversiamo tutti, e va bene (con enfasi), ma arriverà un momento in cui una musica ti prenderà più dell’altra e, quindi, bisogna prestare attenzione a chi quella musica provoca qualcosa di simile e il cabeceo avviene molto facilmente. Non devi fare nulla, basta girare la testa in quella direzione… l’incontro avviene subito.

Queste cose per me sono fondamentali e basiche, eppure ogni volta che le spiego sembra che sto dando una grande rivelazione, e lì ti rendi conto che qualcosa non va. Se chi balla da più di dieci o quindici anni non le ha capite è perché qualcosa è andato storto con il canale. Io le ho imparate perché ho avuto persone che mi hanno preso per mano e me le hanno fatte capire. Ma, così come le ho avuto io, sarebbe necessario che tutti le avessero. D’altronde non confondiamo la scelta con la discriminazione. Non credo nell’andare d’accordo con tutti, non credo nel dire sì a tutto. Hashtagboludeces» no (#cazzateno). Entriamo in pista per offrire qualcosa di molto valioso (che ha valore, non solo in senso di importanza ma anche di coraggio, come il valore cavalleresco) e prezioso: il nostro abbraccio.

La tua intimità va con il tuo abbraccio, i tuoi sentimenti, tutto.

Totalmente, è il tuo abbraccio con tutto ciò che significa. Quindi non mi sembra qualcosa che si debba dare a destra e a manca. È come il tempo, per me sono beni preziosi, non devi volerli condividere con tutti. Scegliere è umano, logico e naturale e non è discriminante. Ho tutto il diritto di dire di no, nel momento in cui mi viene in gana (“in gana” = “la voglia”) e per la ragione per cui mi vengono in gana.

Yanina Erramouspe e Leo Ortiz.

Non c’è nemmeno bisogno di spiegare. No perché no, punto.

No perché no, punto. Ma, e qui mi fermo, non occorre nemmeno essere altezzosi.

Ah no, trattar male l’altro, no. Siamo d’accordo.

Poiché ho visto il rifiuto in modi orribili, e non è una bella situazione, il rifiuto non è divertente per nessuno. Cerchiamo di non arrivare al rifiuto e, se dovesse succedere (a volte non c’è altro da fare), risolverlo nel miglior modo possibile. E chi di noi ha più esperienza ha maggiori responsabilità. Se ho ventisette anni di tango, ho la responsabilità di risolvere le cose nel migliore dei modi, sia dentro che fuori dal ballo.

«Se ho ventisette anni di tango ho la responsabilità di risolvere le cose nel migliore dei modi, sia dentro che fuori dal ballo.»

E secondo te, perché il messaggio non arriva o arriva storto?

Per me queste cose accadono ripetendo parole senza essersi presi il tempo di chiedere e interrogarsi. Non devi dare nulla per scontato, né credere di aver capito tutto, perché altrimenti sei fottuto, ripeterai un messaggio probabilmente vuoto di contenuto, o che non hai mai capito, solo perché è così e così te l’hanno detto.

Tornando alla storia, siamo arrivati ​​dove eri tu con Gavito.

Parallelamente alle lezioni che abbiamo seguito con Jorge e La Turca, abbiamo seguito anche molte lezioni con Julio Balmaceda e Corina de la Rosa, anche loro insegnanti straordinari. La verità è che le loro lezioni erano molto divertenti, grandi sfide, perché avevano un livello abbastanza alto, quindi, anche quando cambiavi partner, incontravi sempre persone interessanti.

Nel 2003, al Campionato Mondiale, abbiamo conosciuto uno straordinario personaggio del tango, a cui ci tengo tanto, che è Fabián Salas. Quell’anno Fabián ci invitò a partecipare alla notte dei giovani del CITA. Siamo entrati al CITA con Julio e Corina, come assistenti loro durante il festival, il che ci ha permesso di seguire lezioni gratuite con tutti gli altri insegnanti. Cosa ho fatto? Ho seguito tutte le lezioni, tutte. E questo mi ha aperto anche un mondo: incontrare diversi insegnanti, un’altra idea concettuale del tango, vedere altri tanghi. Vedere persone di età superiore ai 50, 60 anni che non avevano mai fatto nulla con il proprio corpo, senza consapevolezza corporea, fare una lezione di Tango escenario, e vedere come Roberto “Cachorro” Reis li ha guidati in modo che il 98% delle persone raggiungesse il loro obiettivo. Questo è stato il primo che mi ha fatto impazzire e l’altro è stato Sebastián Arce, che in quel momento era completamente preso dal «Tango Nuevo«. Vedendolo come dal movimento più distillato e semplice ottenesse movimenti di complessità impressionante; e come -ancora- abbia guidato l’intera classe in quel senso. Ero interessata soprattutto nel vedere come insegnavano le persone perché ero già in quella sfaccettatura.

Nella fase di formazione come insegnante, o di scoperta della tua vocazione all’insegnamento?

Nella mia pratica di insegnamento, all’età di 17 anni, ho testimoniato come la giusta motivazione potesse far sì che alcuni ragazzi di 8, 9 anni di cui tutta la scuola si lamentava, -il gruppo di «indios» (modo peggiorativo de parlare dei gruppi casinisti, facendo un paragone con i nostri popoli originari aborigeni, «los indios»), gli veniva detto-, lavorassero molto bene, concentrati, senza far volare una mosca. Ciò mi ha fatto capire quanto sia potente il ruolo dell’insegnante. Ed è per questo che ho incorporato tutti gli strumenti possibili. Il master in Programmazione Neurolinguistica e la laurea in Psicologia avevano quella motivazione, perché per me non è solo un ballo, ma smuove molto a livello emotivo e mi sembrava importante essere all’altezza della situazione.

«Non devi dare nulla per scontato, né credere di aver capito tutto, perché altrimenti sei fotuto, ripeterai un messaggio che per te non ha mai avuto contenuto o che non hai mai capito, solo perché è così e così te l’hanno detto.»

E in questa ricerca di imparare tutto, di andare alla fonte, quando hai individuato il significato di andare in milonga? Cosa ti ha insegnato la milonga?

Con quale faccia posso trasmettere il tango sociale se non faccio parte del tango sociale? Questa è la mia prima domanda.

Ma se tu fossi una ballerina di Escenario, prenderesti in considerazione l’idea di non andare alla milonga?

E certo! Perche non c’entrerebbe assolutamente nulla con me… “se fossi una ballerina”, cominciamo da lì. Sono una milonguera, e lo sono da prima che conoscessi il tango. È il posto a cui appartenevo senza sapere che esistesse. La milonga mi ha regalato il luogo dei miei sogni. La sensazione entrando per la prima volta in milonga è stata quella di trovare quel puzzle il cui pezzo mancante ero io. Dove potevo vestirmi come piace a me, dove i tacchi non erano un problema, dove la… mi viene in mente il termine in italiano, accoglienza…

L’ospitalità.

Ecco! Quella ospitalità con cui ti accoglievano i milongueros, che per me oggi è anche una specie in via di estinzione -non i milongueros, ma l’ospitalità nella milonga- ti faceva diventare presto parte di essa. Non era necessario distinguersi perché ti sentivi a casa. Come mai? Perché quelle persone che già facevano parte della casa si prendevano il compito di aprirti le porte, di indicarti dov’era il bagno nel caso ne avessi bisogno, di chiederti se volevi bere o mangiare qualcosa, di condividere con te, di sorridere da lontano, per farti sentire che non sei strano, non sei mai strano in milonga. Penso, purtroppo, che questa sia una delle cose che manca oggi a quella che ho vissuto come milonga.

«Avere il “tuo” tavolo significa essersi guadagnato il diritto di essere trattato e rispettato come se fossi a casa tua. Da quello che dici – perché sei un habitué, perché frequenti lo stesso posto da venticinque anni, e per questo nessuno può toccarti il ​​tuo posto, e ogni volta che sarai lì, quel tavolo ti apparterrà. Certo questo è un privilegio, la domanda è cosa scelgo di fare con quel privilegio che mi è stato concesso o che ho. Nel mio caso ho scelto di aprire la porta di quel mio piccolo spazio nella milonga, e accogliere le persone per farle sentire sicure, protette. Un’altra delle lezioni che i milongueros mi hanno lasciato in eredità».

Per me la milonga è diventata un ambiente troppo ostile. La milonga come ambiente, non una in particolare, oggi rende sempre più difficile sentirsi a proprio agio per chi non fa parte del mondo professionale. Perché credo, la mia ipotesi, che la questione della professionalizzazione del tango la abbia fatta diventare un po’ una vetrina, un luogo dove tante persone vanno a lavorare, cosa che prima non accadeva. Prima, i ballerini di Casa de Show lasciavano il lavoro e venivano a Sunderland perché gli piaceva, perché provavano piacere nel sentirsi accolti dai milongueros che erano felici che quei ragazzi che lavoravano con il tango venissero alla milonga, e li facevano sentire ciò… Non era un obbligo, era un piacere.

Jorge Dispari e María del Carmen Romero, «La Turca», in Porteño y Bailarin.

È ancora possibile recuperare quella ospitalità?

Non si può far finta che tutto sia come prima, ma ci sono cose essenziali che si potrebbero mantenere, in primo luogo perché sono funzionali – e insisto sul tema del cabeceo -, e in secondo luogo perché rendono la milonga magica – quell’odore mistico, che ad un certo punto ha attirato la nostra attenzione.

Oggi mi considero in quel ruolo perché mi piace, me ne faccio carico e lo difendo fino alla morte. Il ruolo della milonguera che accoglie la milonga. Posso farlo a Roma e Buenos Aires, perché per me non è il luogo fisico che mi fa sentire uno del posto, ma l’esperienza e il fatto che vado a qualsiasi milonga del mondo e trovo qualcuno che mi conosce. Non per essere una ballerina famosa o campionessa di qualcosa, ma per essere qualcuna che ha sempre difeso gli standarti del tango.

«Se persone che ballano da più di dieci o quindici anni non le ha capite è perché qualcosa è andato storto con il canale. Io le ho imparate perché ho avuto persone che mi hanno preso per mano e me le hanno fatte capire. Ma, così come le ho avute io, sarebbe necessario che tutti le avessero.

…Se c’è qualcosa che hanno fatto i milongueros, è stato costruire la milonga, sostenere la milonga, finanziare la milonga.»

Chi potrebbe interpretare quel ruolo? Quello che va alla milonga da più tempo?

Vediamo, per ricoprire questo ruolo è necessario qualcosa di molto speciale e questo è, come dicevamo prima, il rispetto e l’amore per il tango in tutti i suoi aspetti, non il tango come mezzo di lavoro. Il problema, per me, è che la professionalizzazione del tango ha fatto sì che questo aspetto venisse un po’ lasciato da parte, come se fossero cose che non possono andare di pari passo; ma, al contrario! dovrebbero andare di pari passo. Diventare un professionista non è solo frequentare un corso di tecnica. La musica la devi conoscere, ci vuole la conoscenza storica, perché se non la conosci ci sono tante cose che non capisci e tanto meno riesci a trasmettere.

Non capisci in termini di stili, in termini di…?

Per quanto riguarda il modo in cui vengono eseguiti i movimenti, una cosa così basilare, non riesco nemmeno ad arrivare allo stile. In altre parole, tutto ciò che viene fatto nel tango ha una spiegazione logica e di buon senso. Se non sai da dove è iniziato, non lo capirai mai.

Quindi, il padrone di casa, o la padrona di casa, dovrebbe essere qualcuno che ama il tango.

Per prima cosa devi sentirti a tuo agio nella milonga, e questo è un problema. Quante persone conosci in questo momento che si sentono a casa nella milonga? Con questa scusa che «la milonga non è più quella di una volta, non trovo piacere ad andarci…» a Buenos Aires sono tanti i personaggi noti della scena che non hanno mai messo piede in una milonga , che vanno solo quando devono fare qualche esibizione e nient’altro. E quelli dopo sono i primi a lamentarsi che la milonga non è più quella di una volta. Ma se non vieni alla milonga come diavolo vuoi che sia un po’ quello che era? Se c’è qualcosa che hanno fatto i milongueros, è stato costruire la milonga, sostenere la milonga, finanziare la milonga. Capisco che ci siano molte persone che non possono pagare il biglietto ogni sera, ma siamo sinceri, quanti ballerini professionisti pagano per la milonga? Allora con che faccia lavori a qualcosa che non sostieni da nessun punto di vista? Né a livello di ciò che trasmetti, né a livello economico, né altro. Per me, c’è impunità! (con enfasi) quando si può lavorare sul tango senza conoscerlo, il che è terribile.

Yanina Erramouspe musicalizza.

E quali altri codici manterresti per rendere la milonga la casa di tutti?

Le milonghe che se la tirano di tradizionali, e che in realtà non lo sono, tirano fuori il peggio di me. Sono rigide, non tradizionali. Per me sono l’anti-tango. Le milonghe tradizionali non sono mai state rigide. Le milonghe tradizionali erano naturalmente inclusive, aperte a tutti e te lo facevano sentire.

Perché era un ritrovo sociale, di una comunità, di un quartiere, di amici, di famiglia.

E perché una donna cinese poteva venire da sola e sentirsi ben accolta. Poteva venire una coppia gay e sentirsi ben accolta. Chiunque sarebbe potuto venire e sarebbe stato ben accolto.

«Le milonghe tradizionali erano naturalmente inclusive, aperte a tutti e ti lo facevano sentire.»

Il tavolo, per me, è uno dei problemi che vedo in molte milonghe, soprattutto in alcuni posti d’Europa. La mancanza di tavoli. Con la mancanza di tavoli, non fai altro che incoraggiare la competizione per chi fa più tandas, perché non hai un posto dove socializzare, un posto dove chiacchierare se non balli. Si genera uno spazio di gare per vedere  “quante tande faccio a notte”. Non mettendo tavoli si toglie il luogo della socialità.

Ciò che accade è che si ritiene che la tavola sia un simbolo di gerarchia e privilegi.

Quello ai festival, con il tavolo dei professori. Questa è una tabella gerarchica. Quello è un tavolo a cui tutti guardano, non solo con rispetto, ma con eccessiva ammirazione, quasi idolatria, verso persone che, se le avessero incontrato in milonga e non sapessero che erano fulano (“fulano” = il tal dei tali), non li avrebbero manco notati.

«Uno dei problemi è la mancanza di tavoli. Quello che viene incoraggiato così, è la competizione per chi fa più tande, perché non hai un posto dove socializzare, un posto dove chiacchierare se non balli.»

Anche al di là della milonga, in Argentina, in qualsiasi ristorante, il tavolo è sempre stato riservato al cliente abituale, a riconoscimento che lui è sempre lì, per farlo sentire a casa.

Completamente. Avere il tuo tavolo significa essersi guadagnato il diritto di essere trattato e rispettato come uno di casa. Da quello che segnalavi, perché sei un cliente abituale, perché sono venticinque anni che frequenti lo stesso posto, ed è per questo che nessuno può toccare il tuo posto, e finché sarai lì, quel tavolo apparterrà a te. Naturalmente questo è un privilegio, la domanda è cosa scelgo di fare con quel privilegio che mi è stato concesso o guadagnato. Nel mio caso scelgo di aprire la porta di quel mio piccolo spazio nella milonga, e di accogliere le persone per farle sentire sicure, protette. Un altro degli insegnamenti che mi hanno lasciato in eredità i milongueros. Vedi perché ti dico che il messaggio fallisce, si perde e arriva il telefono senza fili rotto? No, no, no, gente, andate seriamente al milonguear e capite. Non si può parlare di qualcosa che non si conosce bene. Il problema è che ogni volta la gente ha meno milonga che ore di volo.

Altro tema molto dibattuto oggi. Il ruolo «di chi lo porta«, e ancor più che sia l’uomo ad avere quel ruolo «attivo«, lasciando la donna in un luogo «supposto» passivo, quasi come una scopa. Come era prima? Era così? Il tango queer propone addirittura che nessuno lo indossi.

Né un estremo né l’altro, perché in ogni cosa ci vuole equilibrio. Sai che se c’è qualcosa che condivido sempre dalla mia esperienza con i milongueros, è che non erano dittatori, né ti sballotavano secondo l’immagine che ne vendono adesso. Era un vero dialogo, né la milonguera era passiva – il che non significa che cominciasse a fare cose stupide -, né il milonguero diceva «fai quello che dico, tesoro, e basta» e se non lo facevi ti spaccavano la schiena. Non è stato così, non l’ho vissuto io così, e posso darti elementi tecnici specifici del perché non è stato così. Posso fartelo vedere in un video o sul corpo. Ci poteva essere più di uno (che non facevano le cose bene intendo)? Certo, ma erano violenti anche fuori dal tango, lo erano nel tango come nella vita. Gli altri, che erano gentiluomini, ballavano come tali. Erano uomini che giocavano molto con l’energia che la donna restituiva loro, perché ascoltavano molto il corpo di chi avevano di fronte. Portalea era un campione in questo. Se guardi il suo ballo, vedi l’ascolto permanente dell’energia del corpo dell’altro e come la usava, come l’Aikido. Il modo in cui sfruttava l’inerzia per il movimento successivo era il segno distintivo del ballo Portalea.

Ci è rimasta qualcosa in cantiere della tua carriera? C’è qualcos’altro che vuoi dire che non hai raccontato, della tua storia o di tutte le altre cose che fai, studi?

Mi restano due tappe molto importanti nella mia vita professionale. Una è aver lavorato a La Cumparsita tra il 2006 e il 2007 circondata da immensi cantanti con carriere enormi, tra cui vorrei evidenziare Alberto Podestà, Juan Carlos Godoy e Marcela Ríos. Quel posto traboccava di tango in ogni angolo e mi ha fatto capire quanto riuscivo a godermi il tango anche in un ambito completamente diverso dalla milonga, risvegliando in me una nuova passione: quella di andare ad ascoltare cantanti dal vivo.

La seconda tappa importante avviene nel 2005, quando Seba Achaval e Roxy Suárez ci hanno chiamato -conosciamo Seba da tempo immemorabile perché è di Azul e abbiamo condiviso la compagnia Abrazo de Tango- per poter fare una sostituzione nella scuola di Carlos Copello. Quello è stato un percorso a senso unico. Alla fine, abbiamo lavorato alla scuola Copello per cinque anni, sostituendo prima i ragazzi (Sebastián e Roxana). All’inizio, come spesso accade, molte persone sono scomparse. Di quaranta o cinquanta persone sono rimaste tre. Ma la scuola, e per scuola intendo tre persone che sono state coloro che l’hanno sostenuta -Carlos, Miriam e Maxi- ci ha sostenuti dall inizio. E quando i ragazzi tornarono, avevano di nuovo una classe che potevamo essere fieri di ridare loro, tra le quaranta e le cinquanta persone. Poi i Copellos ci hanno suggerito di restare a capo della lezione di milonga. E così siamo rimasti come personale fisso. La verità è che ho solo parole di gratitudine per queste tre persone. Anche quando Guillermo Boyd, direttore del ballet municipale di Tandil e della compagnia Abrazo de Tango, ci ha invitato a fare una stagione come insegnanti in Giappone, la scuola ci ha aspettato per sei mesi. E quando Adri ha smesso di ballare, loro tre sono stati i primi a prendere il telefono e a dirmi: «Yani, quello che vuoi». Sono rimasta senza nulla, non sapevo cosa diavolo fare della mia vita. Ho provato a lasciare il tango, ma non ha funzionato. Quelle cose stupide che tenti in momenti disperati… Ho cominciato a studiare. Così la crisi esistenziale di Adri mi ha portato a laurearmi in psicologia.

Un’altra persona che fu tanto brava con me in quel periodo fu Virginia Pandolfi, che mi chiamava ogni volta che aveva bisogno di una sostituzione. Proprio come Diego Mohammad, che insegnava con Stellita Misse, e quando aveva bisogno di un sostituto mi chiamava sempre. Abbiamo anche fatto alcune esibizioni con Jesús Velázquez. Ricordo che in un omaggio al Jefe (Carlos Gavito) che Carlitos Stassi gli fece, Adri disse di no e io dissi a lui “Non mi interessa, Carlitos, ballerò con chi vuoi, ma voglio esserci. fai te» Giorni dopo ho ricevuto un messaggio: “Conosci Jesús Velázquez?” «E sì… mi suona familiare da qualche parte.»

Come che hai provato a lasciare il tango? Come ti è venuto in mente di poter lasciare il tango?!

Professionalmente, eh, sempre parlando professionalmente. Ho provato a smettere di insegnare, di espormi come ballerina, di creare contatti… praticamente sono andata in depressione. Sono stata tre giorni senza andare in milonga e non riuscivo ad alzarmi dal letto. Ed è stato lo stesso santo del mio “ex marito” a dirmi: “Non posso vederti così, vai alla milonga, per favore”. E ho iniziato ad andare da sola. Mi è bastato mettere piede nella milonga per schiarirmi di nuovo la testa e dire: “Il tango è parte di me, manco volendo potrei farlo andare via da me. Non riesco a smettere di andare alla milonga. Questo è fuori discussione, perché senza la milonga morirei”. «Appassisco come un fiorellino»: questa è stata la frase che ho detto.

Yanina Erramouspe e Leo Ortiz, a Belgrado, Serbia.

E come sei arrivata a questo presente in cui balli con Leo Ortíz?

Jorge e La Turca annunciarono che daranno l’ultima lezione perché andranno a vivere in Italia e allora abbiamo deciso di andare con Adri a salutarli. Eccedenza maschile, come al solito avveniva nelle classi di Jorge. Cambio partner, cambio partner, Charlie, un amico inglese, si avvicina: «Vieni, bionda, balliamo». “No, aspe’, questo ragazzo è seduto qui da quando è iniziata la lezione, non ha nemmeno fatto l’esercizio. Fammi provare con lui e poi balliamo.» Facciamo un esercizio di camminata. Ci sono voluti due passi e sono uscita da dietro la sua spalla e ho detto a Jorge: “E questo, da dove viene? Dove hai nascosto questo pezzo di bestia? Come cammina!» «Eeeh ragazza, questo è Leo Ortiz, il mio studente di San Juan.» C’è un segno distintivo di Dispari nel modo in cui camminano i suoi studenti maschi: quell’impronta di elefante, quella densità.

D’altronde Leo dice che quando mi sono piazzata davanti a lui, ha pensato: «Madonna Santa, non riuscirò a spostare questa donna nemmeno tra mille anni». Perché quando mi metto davanti c’ho questo atteggiamento un po ‘: «Vediamo cosa fai con tutto questo.» Ma invece, lui si ritiene sorpreso per il risultato: “Respiravo a malapena e lei si muoveva con me. Non potevo credere quello che sentivo”. Abbiamo fatto due passi e lui ha cominciato a urlare verso il Dispari. Ho detto: “ho fatto un casino!” E no, ha cominciato a parlare bene di me. Eravamo entrambi colpiti…

Abbiamo fatto la nostra prima esibizione, proprio a Tandil, guarda come sono le cose, undici anni fa, perché mi chiese di accompagnarlo quando non aveva la compagna, e da allora non ci siamo più separati con Ortíz. Possono passare tre mesi senza vederci e fare un’esibizione come se niente fosse. Non abbiamo mai fatto una prova in undici anni che ci conosciamo. Entrambi concepiamo che il tango sociale non abbia la necessità di prove. Cosa molto diversa per una coreografia. E visto che abbiamo gusti musicali molto simili, tutto è molto semplice. Inoltre, il mio compagno, al di là dell’impronta di elefante che ha, ha un abbraccio di una onestà emotiva che non credo di aver mai sentito in nessun altro essere al Mondo.

E come sei arrivata in Italia?

Nel 2016, grazie alla combinazione di un viaggio di famiglia e al fatto che il mio partner lavorava già nel nord Italia, abbiamo organizzato lì un mese di lavoro. Dal momento in cui sono atterrata a Roma, ho capito che c’era un amore molto più profondo per quella città. Fino ad allora, avevo sempre desiderato tornare a Buenos Aires. Roma stessa ha una magia molto speciale, non per niente viene chiamata la “città eterna”, chi ha camminato per Roma di notte sa di cosa sto parlando. E a mia volta mi sono imbattuta nel tango romano e, a dire il vero, sono rimasta sorpresa dal livello che c’era, dalla conoscenza delle persone, e mi sono piaciute molte milonghe perché hanno una costituzione molto simile a quella che penso dovrebbe essere una milonga. Questo mi è successo a Roma, a Napoli e ad Atene. D’altronde avevo la nazionalità italiana e questo mi ha aiutato molto.

Yanina Erramouspe a Roma.

E perché metti musica?

La verità è che la musicalizzazione è nata per me come un gioco per mano di Carlitos Stassi, sempre Porteño ai miei inizi, ho continuato a farlo sporadicamente nelle milonghe di persone care, grandi organizzatrici che si sono fidati di me come Marithé Luján, Mónica Parra e Lorena Garcia. E a Roma mi è stata data una grande opportunità quando, come sempre mi lamentavo della musica, Patrizia Messina mi ha detto: “E perché non suoni te?” E così cominciai a mettere regolarmente musica al Caffè Letterario, sotto l’amorevole tutela del mio maestro Jorge Dispari, il quale con il suo acido senso dell’umorismo e il suo modo paterno di insegnare, stava plasmando una nuova professione che oggi mi apre opportunità non solo in tutte le milongas romane, ma in eventi in tutto il resto d’Italia e d’Europa.

Un’ultima domanda. Cosa definisce una milonguera?

Le milonguere con cui sono cresciuta erano donne tostissime, per niente sottomesse e che avevano sempre ben chiaro che erano loro a dettare come venivano gestite le cose in milonga. La milonguera per me era una donna molto forte che oltre ad accoglierti ti spiegava come veniva gestita la milonga, ti dava chiaramente le regole del gioco. Ciò ti permetteva di entrare attraverso la porta grande. Mi hanno detto fin dall’inizio con chi avrei dovuto ballare e chi no, e perché. E quando nell’ambiente c’era uno stronzo, veniva escluso da tutte. Le donne non hanno detto MAI sì per disperazione, neanche una di loro. Quindi il tizio in questione o imparava a comportarsi bene e a ballare o scompariva dall’ambiente. E, in ognuno dei casi, si favoriva il tango. Oggi provo, con un altro stile, a creare questo spazio tra donne -che implica alcune regole- che permette di erigere un muro quando si presenta qualche idiota, cosa che oggi ci vorrebbe piu che mai..

Una comunità e comunione con le altre donne per prendersi cura l’una dell’altra.

«…I milongueros non erano dittatori, né ti sballotavabano come vengono venduti adesso. Era un vero dialogo, né la milonguera era passiva – il che non significa che cominciasse a fare cose stupide -, né il milonguero diceva «fai quello che dico, tesoro, e basta», e se non lo facevi ti spaccava la schiena…. Erano uomini che giocavano molto con l’energia che la donna restituiva loro, perché ascoltavano molto il corpo di chi avevano di fronte.»

Flavia Mercier con Yanina Erramouspe alla Galleria Umberto I di Napoli, durante uno dei vari colloqui avuti per questa intervista.

Vuoi dire qualcos’altro per chiudere?

A me interessa particolarmente mettere a fuoco una cosa: non puoi essere un buon professionista senza essere una brava persona. Lo estendo a qualsiasi disciplina.

Penso che sia molto importante cominciare a considerare la formazione professionale degli insegnanti di tango un po’ più seriamente, e non prenderla così alla leggera. E rompere con l’idea che lo straordinario ballerino possa essere un buon insegnante, perché non c’entra niente. Puoi essere un ballerino mediocre e puoi essere un grande insegnante, e può anche essere il contrario. Possono andare di pari passo? Sì, senza dubbio ci sono ballerini che sono stati straordinari e grandi maestri, ne ho già citati alcuni.

Grazie mille Rubia, è un piacere imparare e apprendere così tanto tango con te.

Derrida diceva che l’ospitalità è incondizionata oppure non è ospitalità. Quella qualità di far sentire le persone a casa, che implica, quindi, che venga offerta a chi di casa non lo è. È conosciuta come l’etica del deserto, secondo la quale siamo tutti nomadi che si fermano e dimorano in certi luoghi -o si fermano in certe dimore- per puro caso, ovunque la strada ci abbia portato. L’etica dell’ospitalità fa spazio alla radicale arbitrarietà del caso dove nessuno è proprietario o padrone di alcuna casa, ma ricevo l’altro purché riconosca me stesso come colui che potrò essere domani. Non si è ospitali aspettandosi qualcosa in cambio, ma piuttosto consapevoli dell’arbitrarietà dello status sociale delle persone.

L’ospitalità scivola nell’ostilità quando l’hospes –lo straniero trattato come un ospite– viene visto come l’hostis o lo straniero nemico. Quando si smette di vedere l’altro, in termini generali, come degno di ospitalità, si passa all’ostilità perché l’altro si mette in agguato. Per questo motivo l’ospitalità non ha nulla a che vedere con la tolleranza e per questo quest’ultima è scarsa per consentire la convivenza. Tollerare già dice qualcosa che non è accettato dall’altro, ma è sostenuto perché la moralità lo impone. In questo caso, ciò che è diverso dall’altro è inquietante, sia esso il vulnerabile, il povero, l’immigrato o il rifugiato -parola che di per sé implica già menomazione-.

Quando si teme l’altro, non lo si ospita più ma si tenta di domarlo, di fargli accettare le nostre condizioni, o di esprimersi con tutte le radici culturali di chi “fornisce” asilo. Allo stesso modo, ciò avviene nella milonga quando si tenta di mantenere rigide le consuetudini, tanto che la tradizione si trasforma in rituale, verso una ritualizzazione senza spirito.

Affinché la milonga possa tornare ad essere un rifugio dalle miserie quotidiane, come quello di cui parla Yanina, come quello che rappresentava per i milongueros, è necessario ritornare all’ospitalità allo stato puro. Abbandonando certe pratiche meritocratiche per accedere alla conoscenza del tango, poiché dividono la milonga in piccole roccaforti settarie in cui coloro che hanno trovato così difficile inserirsi nella cerchia intima, diffidano di tutti i nuovi arrivati. Se ognuno avesse davvero il “suo” posto, ci sarebbe posto per tutti.

Quando, nella conversazione con Yanina, ci preoccupiamo della perdita di una certa concezione della milonga e della visione del mondo del tango come cultura popolare, ciò che stiamo rivalutando è una certa etica o modo di vedere la vita che fa parte anche dell’Argentina. La moneta dell’ospitalità era la «gauchada», quel dare senza aspettarsi nulla in cambio, segno notevole di generosità. E quando i milongueros parlavano di codici, o si definivano persone con codici, si riferivano soprattutto alla reciprocità di fronte a la gauchada e all’ospitalità. «Oggi per te, domani per me.» In tempi come quelli attuali, in cui la moneta corrente è la “guachada” (ossia un gesto vile dettato dall’interesse personale) anziché la gauchada, varrebbe la pena coniare vecchie usanze ormai obsolete.

D’altro canto, come hanno dimostrato rinomati antropologi come Claude Lévi-Strauss, le società chiuse muoiono. Molto probabilmente, se il tango non fosse diventato internazionale, non sarebbe rinato con la forza che ha avuto negli ultimi tre decenni; addirittura, forse, non sarebbe sopravvissuto. Sarebbe quindi necessario fare spazio a quelle nuove idiosincrasie che sono arrivate al tango dalla mano di altre culture e nuove tribù, perché alloggiano il tango nel loro seno sentendo la stessa passione.

Flavia Mercier

Patio de Artistas – Il Cortile degli Artisti

El sol finalizó su función. La luna alumbra las sillas que esperan a la vera de un patio en el que la vida fue río y a veces rió. A un lado, una regadera de zinc descansa junto a una maceta cargada de malvones. Acomodo las sillas. Acerco una mesa redonda de patas de hierro y tapa de cerámica. No sé si sus dibujos son azules o la nocturnidad bañada de luna tiñe todo de ese color. Me siento y espero.

En el fondo, una parra trepa uvas por una columna y se extiende por unas guías de pared a pared. Frondosa como un toldo natural protege del sol los mediodías de verano. Debajo, duerme una mesa y un banco de madera largos y unas sillas apiladas.

Sentada, en penumbras, cierro los ojos y abro mi alma a los ecos de otros tiempos. El cuerpo hace de caja de resonancia. Se escuchan risas, cantos, guitarras, discos un poco rayados y aplausos que vienen de otros patios a los que se entra sin necesidad de golpear. Ecos que escriben en la pizarra de la noche una partitura de estrellas, para una nueva función. Otro invitado viene a contarme cómo lo hizo, cómo lo soñó.

No es casual que elija un patio para recibir a los artistas.

El patio fue escenario de la nena que actuaba frente a primos y abuelos, cuando una sábana que su madre colgaba de la parra hacía de telón.

En esas baldosas quedaron las huellas de los primeros zapateos que aquel, que aún ni soñaba con ser bailarín, aprendió jugando con el abuelo.

Un caño de bronce enverdecido, todavía amurado a la pared, evoca las heridas de esos pies que soñaban vestirse de punta aunque la alcancía estuviera vacía.

Los jazmines que perfuman la medianera fueron testigos de los primeros pasos al ritmo del 2×4 de la niña abrazada a su papá.

El patio fue la sala de ensayos donde él sudó ilusión, bajo la atenta mirada de la madre que pespunteaba de amor y orgullo sus trajes.

De las sombras en los rincones del patio, que tanto le asustaban, otro niño imaginó personajes que hoy pueblan las historias que escribe.

En el patio muchos hicieron sonar los primeros acordes de una guitarra. Aprendieron a bailar, a cantar, a pintar, a actuar. El patio da cuenta del arte como suelo donde apoyarse para ganarse la vida, incluso otra que la predestinada por la novela familiar o por un exterior de puertas cerradas.

Un suelo que sujeta en la caída cuando el vacío que hace lugar al deseo se vuelve abismo. Con el arte, una intensa sed de vida puede darle forma a un vaso o el fuego de un ansia eterna forjar el cincel que esculpe la roca, torciéndole su destino de lava.

El arte es punto de apoyo en el que la potencia doblega la resistencia. El artista rasga el cielo con su voz o su instrumento y lo divino baña la tierra haciéndola fértil; pone en danza lo que de otro modo daría vueltas siempre en el mismo lugar.

El patio era el lugar de la mesa larga donde se juntaba a comer la familia y los amigos. Lugar de encuentro y recalada. Lugar para “irse por las ramas” de la parra, sentados bajo su sombra. Tardes y noches filósofas en las que se ideaban desde las puestas en escena hasta la vida misma.

El patio dice de nuestras formas de vivenciar los afectos, costumbres cuyos rastros remontan a las tierras de nuestros abuelos; y, en ese sentido, representa un lugar común que aloja “lo común” que hermana a artistas y pueblos.

“Patio de Artistas” como lugar muy nuestro que los cobija, es razón del nombre de una revista que quiere ser, ante todo, un espacio de escucha a los artistas. Con “entre-vistas” en las que puedan dar a ver más allá de las palabras. Un tapiz donde, entre preguntas y respuestas, se hilvane cómo se hizo la “a-puesta” en obra. Un espejo cuyos reflejos puedan iluminar el andar de aquellos que hoy juegan en el patio.

Como un foco ilumina el centro de un escenario cuando espera al artista, un haz de luna que se cuela entre las hojas de la parra alumbra el centro del patio. El barrio está tranquilo, un perro ladra a lo lejos. Un vecino escucha tango. La voz rasgada frasea como ninguna: “Uno busca lleno de esperanzas, el camino que sus sueños prometieron a sus ansias…”. Llega mi invitado. Entra sin golpear. Enciendo una guirnalda de luces que bordea la cornisa del patio. Le doy un abrazo y nos sentamos a conversar.