The sun has completed its performance. The moon illuminates the chairs that await by the side of a patio where life was a flow and sometimes flew. On one side, a zinc watering can rest next to a pot full of petunias. I arrange the chairs. I bring closer a round table with iron legs and a ceramic top. I don’t know if its drawings are blue, or if the nocturnality bathed in moonlight paints everything in that color. I sit down and wait.
In the background, a grapevine climbs up a column and extends along some trellises from wall to wall. Lush like a natural canopy, it shields from the summer sun at noon. Beneath it, there sleeps a long wooden table and a bench, along with some stacked chairs.
Sitting in the fainting light, I close my eyes and open my soul to echoes of other times. The body becomes a sounding board. Laughter, songs, guitars, slightly scratched records, and applause from other patios where one enters without knocking can be heard. Echoes that inscribe a score of stars on the night’s blackboard for a new performance. Another guest comes to tell me how she or he did it, how she or he dreamed it.
It’s not a coincidence that I choose a Patio to welcome artists.
The patio was the stage where a little girl performed in front of cousins and grandparents when a sheet her mother hung from the grapevine served as a curtain.
In those tiles were imprinted, while playing with his grandfather, the first tap dancing steps of the one who hadn’t even dreamt of becoming a dancer yet.
A greenish bronze pipe, still anchored to the wall, evokes the wounds of those feet that dreamt of being on pointe even when the piggy bank was empty.
The jasmine that perfumes the wall witnessed the first moves of the girl dancing embraced to her father, to the 2×4 beat.
The patio was the rehearsal space where he sweated illusion, under the careful eye of his mother who lovingly embroidered his costumes.
Out of the very shadows in the corners of the patio, which used to scare him so much, a child imagined characters that now populate the stories he writes.
In the patio, many struck the first chords on a guitar. They learned to dance, to sing, to paint, to act. The patio bears witness to art as the ground on which one can stand to make a living, even one different from which the family novel or an exterior of closed doors predetermined.
A ground that sustains you in view of the fall when the void that makes room for desire becomes an abyss. Through art, a deep thirst for life can shape a glass, or the fire of eternal yearning can forge the chisel that sculpts the rock, twisting its destiny from lava.
Art is the fulcrum where power overcomes resistance. The artist tears open the sky with their voice or instrument, and the divine bathes the earth, making it fertile; it sets into dance what would otherwise spin endlessly in the same place.
The patio was the place of the long table where family and friends gathered to eat. A meeting place and a haven. A place to «ramble on» beneath the grapevine’s shade. Philosophical afternoons and nights where everything from staging to life itself was conceived.
The patio speaks of our ways of experiencing emotions, customs whose traces go back to our grandparents’ lands; and in that sense, it represents a common ground that unites artists and communities.
«Patio de Artistas» as our very place that shelters them is the reason for the name of a magazine that aims to be, above all, a space for listening to artists. With «inter-views» that reveals more than just words. A tapestry where, between questions and answers, what was risked into work is stitched. A mirror whose reflections can illuminate the path of those who play in the courtyard today.
Like a spotlight that illuminates the center of a stage as it awaits the artist, a beam of moonlight seeps through the grapevine’s leaves, illuminating the center of the patio. The neighborhood is quiet, a dog barks in the distance. A neighbor listens to tango. The raspy voice phrases like no other: » Uno busca lleno de esperanzas, el camino que sus sueños prometieron a sus ansias…». My guest arrives. He enters without knocking. I kindle a garland of lights that borders the patio’s cornice. I give him a hug, and we sit down to talk.
Con quasi 40 anni di esperienza come ballerino di tango, Sergio Cortazzo, anche maestro e coreografo, è stato protagonista di alcuni dei momenti più memorabili della scena tanguera. Dopo essersi formato con grandi ballerini come Gustavo Naveira e icone della milonga come Pupi Castello, Juan Bruno, Pepito Avellaneda, Antonio Todaro e Mingo Pugliese. Sergio ha ballato in quasi tutte le case del tango più famose, come il Bar Sur, Casablanca, Michelangelo, Señor Tango, El Viejo Almacén, Taconeando, La Ventana, Piazzolla Tango e l’Esquina Homero Manzi. E poi sono arrivati i viaggi in Giappone e le grandi compagnie. Indimenticabili sono state le sue coreografie di «Gallo Ciego» e «Mala Junta» in «Tango x2» insieme a Gachi Fernández, e «Chiqué» con Soledad Rivero in «Tango Metrópolis». Ha fatto parte anche della compagnia «Tangokinesis» della rinomata ballerina e coreografa Ana María Stekelman, che fondeva elementi del tango con la danza contemporanea. Va sottolineata anche la sua partecipazione allo spettacolo «La Milonga», che riuniva noti milongueros come Pupi Castello, Mingo Pugliese, Marta Antón, il «Alemán» (Roberto Tonet), Pocho Pizarro e molti altri. Insieme a Sergio, Silvia Carlino, che, con oltre 20 anni di esperienza come ballerina di tango e dopo aver ballato in Europa con alcuni dei ballerini più famosi, oggi organizza una delle milonghe più importanti d’Italia, la milonga «C’è Tango al majestic», dove gestiscono anche la loro scuola di tango. Un’intervista che trasuda amore per il tango come arte e come espressione culturale che unisce una comunità.
Sergio Cortazzo e Silvia Carlino.
Sergio, come hai capito che volevi diventare un ballerino professionista di tango?
Stavo studiando presso la «Casa del Tango» di La Plata – dove vivevo – quando è sorta l’opportunità di partecipare a uno spettacolo teatrale presso il «La Comedia» (teatro) nella provincia di Buenos Aires, dove serviva una coppia di tango. Era una commedia di Alberto Vaccarezza chiamata «Tiempo de firulete». Per due anni siamo stati in tournée in tutta la provincia con musicisti e attori, ricevendo anche uno stipendio. Quindi ho pensato: «Ah, si può vivere facendo ciò che si ama!»
Solo allora ho deciso di viaggiare a Buenos Aires per dedicarmi al tango più seriamente. Durante quella tournée ho scoperto quella grande passione che fino ad allora avevo visto nei musicisti o negli attori, e che hanno le persone che fanno ciò che amano. Per lavorare come artista hai bisogno di questa grande passione, altrimenti non ce la fai. Ti pagano male, i lavori sono instabili, la strada è molto dura. Devi avere ben chiaro che ti piace, per continuare nonostante le avversità.
E cosa ti ha spinto, prima di voler diventare un professionista, ad imparare a ballare il tango?
In realtà, è un po’ difficile da spiegare. In casa avevamo alcuni dischi di tango, ma non li ascoltavamo molto. I miei genitori non ballavano né erano artisti. Mio padre è un dottore in sociologia economica e mia madre una psicologa. Tuttavia, mi hanno aiutato molto.
Forse è stato durante un viaggio in America Latina in cui la gente mi diceva «Ah, l’Argentina. Tango». È lì che ho sentito che il tango era qualcosa di cui essere fieri. Non mi sono mai sentito molto orgoglioso di essere argentino. Dopo aver sentito Alfonsín dire «la casa está en orden», sono diventato abbastanza scettico (“la casa è in ordine”, frasi pronunciate dall’ex presidente Raúl Alfonsín, dopo aver sedato una ribellione militare mediante un accordo con le Forze Armate che ha portato all’emanazione delle leggi «Punto Final» e «Obediencia Debida,» he hanno interrotto il processo di giudizi per i crimini della Dittatura Militare). L’Argentina è piena di contraddizioni e a volte non c’è molto da essere orgogliosi. Ma il tango ha dato questa possibilità a tutti i ballerini che si trovano all’estero.
«Questo è il tango, ballare con una persona e farla sentire bene. Non «usarla» per fare passi e mostrare agli altri quanto sei bravo.»
Sergio Cortazzo
E così, quando avevo circa 22 anni, ho deciso di andare alla «Casa del Tango», mi sono informato e ho iniziato a prendere lezioni. Abbiamo formato un gruppo con cui uscivamo per andare in tutte le milonghe della città. Così ho capito che mi piaceva ballare, ma ancora non avevo il coraggio di abbandonare l’ingegneria e dedicarmi esclusivamente al tango. Non so se non avevo il coraggio o semplicemente non mi veniva in mente, perché all’epoca a La Plata c’era molto poco tango e non avevo neanche immaginare che potesse diventare una professione. È stato col tempo, quando ero già a Buenos Aires, che ho deciso di abbandonare gli studi e dedicare tutto il mio tempo alla mia formazione come ballerino di tango.
In riferimento alla danza o all’arte, hai studiato qualcos’altro oltre al tango?
Nel momento in cui ho iniziato a ballare il tango, ho cominciato anche a studiare un po’ di recitazione. E una volta arrivato a Buenos Aires, quando ho deciso di diventare un ballerino professionista, ho deciso di studiare un po’ di balletto classico per migliorare i movimenti e il corpo. Ho preso lezioni di danza classica e contemporanea per due o tre anni.
Chi sono stati i tuoi maestri di tango?
Pupi Castello, Juan Bruno, Gustavo Naveira, Pepito Avellaneda, Antonio Todaro, Mingo Pugliese.
Ah!, nessuno di rilievo… (risate) E come è stato imparare da loro?
Erano molto entusiasti del fatto che ci fossero giovani appassionati di tango e ci dedicavano molta più attenzione rispetto agli «habitués» (frequentatori abituali). Andavamo alle lezioni «per amore del tango», potremmo dire, per il piacere di imparare. Non pensavamo a viaggiare o a lavorare, perché in quel momento queste opportunità non esistevano. Stiamo parlando di un periodo in cui nessuno poteva immaginare che il tango sarebbe esploso in tutto il mondo e sarebbe diventato ciò che è oggi. All’epoca, al massimo, potevi lavorare in qualche locale di tango e con un po’ di fortuna potevi avere un’occasione di viaggiare in Giappone. «Tango Argentino» stava appena cominciando. Naturalmente, la pedagogia era quella che era, non spiegavano molto, ma ci si rendeva conto che facevano uno sforzo per trasmettere le loro conoscenze.
«…per quanto riguarda l’espressività, si è perso un modo di imparare le cose che influisce molto sull’aspetto artistico. Il processo di apprendimento è molto più freddo, le sensazioni non entrano. Non entrano le esperienze vissute, che si ottengono imparando in modo più artigianale, più «umano», si potrebbe dire.»
Sergio Cortazzo
Immagino che questa posizione abbia influenzato il tempo di apprendimento. Immangino che, quando si studia per piacere, non si ha fretta di imparare o di ottenere risultati rapidi.
Sì, è vero, era così. Inoltre, poteva anche capitare che uno copiasse un movimento del maestro, ma in generale si cercava di farlo a modo proprio. Invece, ora, come dici tu, si cercano risultati rapidi, quindi il percorso più veloce è copiare il maestro o un video su YouTube. Si pensa che copiando i passi del maestro più popolare si otterrà lavoro e successo in breve tempo.
All’epoca, non c’erano nemmeno i video. Quindi, un’altra cosa bella era che se volevi vedere come ballava un milonguero, dovevi andarlo a vedere in milonga. Ti davano il volantino o il depliant in cui annunciavano la sua esibizione, prendevi “el bondi” (l’autobus) e facevi un’ora di viaggio, o più, fino alla milonga. Dovevi andare a cercare ciò che desideravi, non era a portata di clic su un computer o su un cellulare. In quel periodo dovevi fissare l’istante nella memoria. Se non lo praticavi subito, lo dimenticavi. Non potevi nemmeno registrarti per guardarti dopo. Dovevamo andare alla lezione del milonguero e chiedergli spiegazioni su ciò che non riuscivamo a fare. Poi ci incontravamo per allenarci o per scambiarci alcuni passi. Tutte queste «difficoltà» mettevano alla prova quanto amassi davvero il tango.
La grande differenza rispetto a quei tempi è che si imparava perché ti piaceva. Non pensavi a viaggi, tour, a trasferirti in un altro paese per lavorare; tutto questo non esisteva in quel momento. Lo facevamo per amore del tango. Imparare qualcosa solo per il gusto di farlo. C’era anche molta solidarietà, perché non c’era concorrenza e non c’era molta competizione. Nessuno di noi aveva in mente una carriera. In effetti, eravamo un po’ inconsapevoli: stavamo dedicando molto tempo a qualcosa di cui non sapevamo se avrebbe avuto sbocchi lavorativi.
Come si traducono sul palcoscenico o nelle esibizioni queste differenze nei processi di apprendimento?
A mio avviso, oggi ci sono persone tecnicamente molto brave ma meno espressive. La qualità tecnica è molto superiore alla qualità espressiva ora. Hanno molte possibilità per studiare con molta attenzione e al dettaglio dei passi. Possono mettere in pausa un video, avanzarlo e riavvolgerlo quante volte è necessario. Ma per quanto riguarda l’espressività, si è perso un modo di imparare le cose che influisce molto sull’aspetto artistico. Il processo di apprendimento è molto più freddo, le sensazioni non entrano. Non entrano le esperienze vissute (con enfasi), che si ottengono imparando in modo più artigianale, più «umano», si potrebbe dire.
Si potrebbe dire che voi, in un certo senso, in quel periodo, mentre sviluppavate la vostra danza, stavate costruendo l’artista dentro di voi. Vi stavate scoprendo con ciò che ognuno voleva esprimere.
E tu, Silvia? Come hai iniziato con il tango? O con la danza?
Ho iniziato molto piccola con il balletto. A 8 anni già ballavo. E l’ho abbandonato definitivamente quando avevo circa 23 anni. Ho studiato in Una scuola di danza di alto livello qui a Napoli. Ma la verità è che la danza classica mi ha molto delusa. Inoltre, non ho nemmeno il corpo per il balletto. Il mio corpo è quello di una ballerina di tango. Sì, direi che una sylphide non sono mai stata (risate).
Ho ballato anche un po’ di danza contemporanea e ho fatto teatro. In quel periodo ho anche fatto qualche spettacolo, sia di danza contemporanea che di classico, che di teatro. Per un po’ ho anche insegnato danza ai bambini o ho organizzato alcuni spettacoli di fine anno nelle scuole elementari.
Ma la verità è che non mi piaceva e l’ho lasciato. Per molto tempo ho smesso di ballare o di lavorare nella danza. Lavoravo con mia madre in un negozio di abbigliamento e ho scoperto che la moda mi piaceva molto. Disegnavo alcuni modelli, qualche abito da sposa, anche se non ero andata a scuola di design. Tuttavia, sapevo che non era definitivo nel mio percorso, né il negozio né la moda. Sapevo che sarebbe successo qualcosa.
Un giorno mi è arrivata per errore una rivista nel negozio, in cui proprio in prima pagina c’era una foto di una coppia di tango, e la ballerina sembrava meravigliosa. Non ricordo chi fosse. C’era un intero articolo su Buenos Aires. Ho iniziato a leggerlo e alla fine c’era un piccolo annuncio di una scuola di danza dove veniva insegnato il tango. Ed era quasi accanto a casa mia! Quindi ho deciso lì per lì di andare e pochi giorni dopo ho cominciato a prendere lezioni. Mi è sembrato che mi sarebbe piaciuto. Stiamo parlando di 22 anni fa, non c’erano così tanti video come ora per capire di cosa si trattasse.
E come sei arrivata, dopo aver letto un articolo in una rivista, ad organizzare una delle milonghe più importanti d’Italia?
Beh, all’inizio ho cominciato a cercare dove poter imparare a ballare il tango. Prima ho viaggiato per l’Italia cercando argentini che lo insegnassero, perché a Napoli non ce n’erano molti. Non c’erano nemmeno molti maestri come ora, anche se i ballerini stavano cominciando a viaggiare e a venire in Europa. Ho iniziato a frequentare i festival. Fino a quando un giorno ho pensato: «Devo andare a Buenos Aires a prendere lezioni». E così ho fatto. Ricordo che la prima volta mi hanno accolto a Ezeiza, Josep e Teresa (Josep Morera e Teresa Herrero Aubanell, organizzatori per molti anni di una delle milonghe più conosciute di Barcellona), che avevo conosciuto al Festival di Napoli. Mi davano consigli su dove andare, con chi prendere lezioni. Ho preso lezioni da tutti. Iniziavo a mezzogiorno e continuavo fino a mezzanotte, poi uscivo a ballare, a ballare e a ballare… sempre. Ricordo ancora la sensazione incredibile che ho avuto alla mia prima milonga a Buenos Aires, a Canning. Fino a quando un giorno ho iniziato a lavorare qui in Italia con diversi ballerini.
Dopo ci siamo conosciuti, lui (Sergio) è venuto al Festival di Napoli per tre anni di seguito. Ci siamo conosciuti al secondo! Poiché in quegli anni faceva molte tournée in Europa, abbiamo cominciato a viaggiare per vederci. Finché è venuto a vivere qui a Napoli e abbiamo cominciato a lavorare e insegnare insieme. Un giorno i proprietari del Club Majestic, che apprezzavano il nostro lavoro, che avevano fiducia nel nostro modo di insegnare e comprendere il tango, ci hanno proposto la possibilità di portare la nostra scuola nel loro club e di organizzare la milonga. E abbiamo deciso di accettare. La verità è che ci va piuttosto bene. Prima della pandemia abbiamo organizzato numerose esibizioni e portato molti artisti e orchestre. Quest’ultimo anno abbiamo continuato a portare artisti e vorremmo portare anche un’orchestra.
«Ero incantata a guardare i ballerini che ballavano con la musica dal vivo. Quella cosa della ronda, tutti improvvisando insieme, ognuno con il suo stile, tutti diversi, ma in armonia. “Come fanno?, come fanno?”, mi chiedevo. Sembrava magico. Ed è stata quella magia che mi ha spinto a prendere un aereo per andare dall’altra parte del mondo.»
Silvia Carlino
Cosa ti affascinava del tango?
La musica. Da subito, è stata ciò che mi ha affascinato di più. E poi i costumi nelle esibizioni. Poiché mi piaceva tutto ciò che riguarda la moda. Ricordo il primo festival che ho visto, che si è svolto qui a Napoli e lo ha organizzato Miguel Angel Zotto, con il sostegno del Comune, con star internazionali del tango che arrivavano direttamente dall’Argentina. Sono venuti lui e Mantiñán con Missé , Teté, Eduardo e Gloria Arquimbau, Facundo e Kely, e l’orchestra dal vivo. Ero incantata a guardare i ballerini che ballavano con la musica dal vivo. Quella cosa della ronda, tutti improvvisando insieme, ognuno con il suo stile, tutti diversi, ma in armonia. “Come fanno?, come fanno?”, mi chiedevo. Sembrava magico. Ed è stata quella magia che mi ha spinto a prendere un aereo per andare dall’altra parte del mondo.
E cosa ha rappresentato per te, venti e più anni dopo essere entrata in quella prima milonga a Canning, ballare al Festival di La Plata con Sergio Cortazzo?
Bellissimo, davvero bellissimo. Il giorno prima avevo pensato che sarei stata nervosa, ma non lo sono stata. Il Festival è incredibile, ti dà un’energia…! Ricevo un’energia diversa quando si tratta di un evento così popolare, ha influito su di me in modo molto positivo, non ho sentito alcuna pressione. E considera che stavo ballando non solo con Sergio Cortazzo, ma con il figlio di La Plata. Inoltre, c’erano i genitori di Sergio, la sorella, amici di una vita, tanta gente che non ci aveva mai visto ballare insieme dal vivo. Ma quando sei circondata da persone che ti vogliono bene, l’energia è sempre positiva. Il Festival La Plata Baila Tango è incredibile. In effetti, a La Plata è stata una delle nostre performance che mi è piaciuta di più. Anche al Festival di Barcelona Tango Amigo mi sono sentita così. Anche se a volte mi capita il contrario, come quando abbiamo ballato a Budapest, proprio perché non conoscevo nessuno abbiamo ballato tutto in modo improvvisato ed è stato fantastico, mi piace molto quella performance.
E guardando indietro, come ti senti ad arrivare a quel momento così speciale? Hai pensato «ce l’ho fatta»?
Beh, è magia. Ci sono momenti, ancora adesso che ci penso, mi chiedo: «Forse ce l’ho fatta, anche se a volte mi fanno male le ginocchia? O forse l’ho raggiunto proprio perché mi fanno male?» La verità è che è stato un lavoro, lavoro, sudore, sudore, cercando di seguire tutto quello che Sergio mi diceva – che non è affatto facile perché Sergio è molto esigente, ed è per questo che ci ho messo così tanto a convincermi a ballare con lui, dovevo fare i miei chilometri come diceva lui -, ma alla fine la sensazione di avere la pelle d’oca mentre si è lì è il premio che arriva dopo tanto sforzo.
E tu, Sergio, come è proseguita la tua carriera professionale dopo quella prima esperienza con il cast de «La Comedia»?
Ho iniziato dalla base, poco a poco. Prima al «Bar Sur», ballando tra i tavoli dalle 10 di sera alle 4:30 del mattino, con un pianista che ci accompagnava. Poi al «Los dos pianitos». Successivamente al «Casablanca”. Infine, nello spettacolo «La Ventana» ho avuto la mia prima opportunità come partner solista.
Silvia: E lo spettacolo che hanno trasmesso un mese fa? Non se lo ricorda, come non gli piace dare importanza… Ti racconto: un mese fa hanno proiettato uno spettacolo («La Milonga«) in cui ballava con Pupi (Castello). Immagina uno spettacolo di quegli anni che è stato registrato, è stato qualcosa di importante. Oltre a Pupi, c’erano tutti i milongueros importanti. C’era Mingo Pugliese, Marta Antón, l'»Alemán» (Roberto Tonet), Pocho Pizarro e molti altri. Volevo uccidermi quando l’ho visto perché avrei potuto mostrarlo agli allievi, avrei potuto mostrargli «chi è lui». Ma no, perché lui non gli dà importanza.
Ma è che lui balla per il piacere di ballare, per amore del tango, come quando ha iniziato (risate) E poi, Sergio, come è andata?
Finalmente, è arrivato il mio primo viaggio in Giappone. Da tempo mi chiedevo quando mi sarebbe toccato andare in Giappone, perché in quel periodo era come laurearsi. E vedevo che tutti ci andavano e a me no. Fino a quando mi hanno proposto questo tour con un’orchestra diretta da un pianista di La Plata, con un cantante e tre coppie.
Poi è arrivato «Tango X2» e ho sentito di essere entrato nella «nazionale», anche se in quel periodo c’era anche «Tango Argentino», che era famosissimo in tutto il mondo. Ma per i milongueros «Tango X2» era come giocare nella Nazionale di calcio, perché rifletteva meglio il tango più autentico, quello della milonga. «Tango Argentino» era più stereotipato. Senza sminuirlo.
«Questi momenti rappresentano una grande soddisfazione per me, perché ho ballato nello spettacolo che piaceva a tutti i milongueros e in più, gli piaceva quello che Io facevo.»
Sergio Cortazzo
Sono stato anche per un bel po’ di tempo in «Tangokinesis», con Ana María Stekelman, all’inizio. E molto tempo dopo è arrivato «Tango Metrópolis» con Claudio Hoffman e Pilar Álvarez, dove ballavo con Soledad Rivero. Queste sono state le compagnie con cui ho lavorato di più. Nel frattempo, ho continuato a lavorare nelle Case di tango a Buenos Aires.
E com’è stata l’esperienza di fusione tra il tango e la danza contemporanea (Tangokinesis)?
All’inizio pensavo «quando mi vedranno i milongueros mi diranno di tutto». Ma la verità è che io e Gachi (Fernández) abbiamo imparato molto da Ana: la messa in scena, il modo di presentare la danza sul palcoscenico e tutto l’aspetto coreografico. È stata una grande esperienza per noi, che ci ha portato ad un’apertura mentale senza perdere le radici. È stato un aggiungere senza perdere ciò che volevi fare. Perché il materiale era piuttosto tanguero, per quanto riguarda i passi, ma con musica «strana». Per esempio in “Libertango» nella versione di Grace Jones, potevamo ballare sui rumori come spari e porte che si chiudevano. Abbiamo avuto la possibilità di aggiungere linguaggi diversi e una visione diversa del tango. Credo che per l’epoca fosse molto originale. Beh, è ancora molto originale. Oggi c’è gente che pensa di innovare e cade nei luoghi comuni. Per innovare devi prima fare una ricerca su ciò che è stato fatto prima per evitare di cadere nella trappola del solito. E conoscere bene a fondo quell’arte che vuoi rinnovare. Piazzolla prima di rinnovare il tango, ha suonato con Troilo.
«Per innovare devi prima fare una ricerca su ciò che è stato fatto prima per evitare di cadere nella trappola del solito. E conoscere bene a fondo quell’arte che vuoi rinnovare. Piazzolla prima di rinnovare il tango, ha suonato con Troilo.»
Sergio Cortazzo
Come vedi il tango da palcoscenico al giorno d’oggi? C’è poco, ti preoccupa?
Io credo che si stia verificando un vuoto generazionale. Il tango da palcoscenico è mantenuto vivo dalle Case di tango e dal Campionato del Mondo, ma al di fuori di ciò non c’è molto lavoro, non ci sono molti spettacoli o tournée di tango.
Inoltre, ci sono pochissimi ballerini in grado di fare bene entrambe le cose. Ci sono ballerini da palcoscenico che quando li vedi improvvisare in una milonga, pensi, «questi non sanno ballare il tango», perché sono abituati solo a fare coreografie. E, d’altra parte, vedi ballerini da esibizione, molti dei quali sono grandi ballerini e hanno molto successo, ma li metti su un palco e spariscono, o non trasmettono, mostrano passi, non è un fatto artistico. Per me sono ballerini che sono rimasti un po’ indietro, che non hanno fatto tutto il percorso che avrebbero potuto fare, perché fanno solo quello, in parte perché ormai ci sono poche compagnie di tango.
«La verità è che è stato un lavoro, lavoro, sudore, sudore, cercando di seguire tutto quello che Sergio mi diceva – che non è affatto facile perché Sergio è molto esigente, ed è per questo che ci ho messo così tanto a convincermi a ballare con lui, dovevo fare i miei chilometri come diceva lui -, ma alla fine la sensazione di avere la pelle d’oca mentre si è lì è il premio che arriva dopo tanto sforzo.”
Silvia Carlino
Si è entrati in una frenesia di viaggi, di guadagni, di benessere economico che non permette di guardare il giorno per giorno; e ci sono molti ballerini professionisti che forse sentono che «hanno già raggiunto» e non continuano a formarsi, non si preoccupano di progredire come artisti. Forse sentono che stanno perdendo livello se prendono lezioni da altri, o che non ne hanno più bisogno se tutto funziona bene. Io credo che quando si fa una performance, anche solo in una milonga, deve essere un fatto artistico. Non bisogna ballare solo per mostrare passi perché ti porta allievi, ma per trasmettere qualcosa di più.
Sergio, hai menzionato sia Gachi Fernández che Soledad Rivero come compagne di ballo. Con entrambe hai formato coppie molto importanti che hanno lasciato momenti emblematici nel tango da palcoscenico. Come si fa a lasciare una coppia e a formarne un’altra che funzioni altrettanto bene sul palcoscenico, avendo stili diversi?
La verità è che con Soledad Rivero l’intesa come coppia di tango l’abbiamo trovata molto velocemente. Il periodo in cui ho formato coppia con lei è stato molto intenso e produttivo. Abbiamo fatto innumerevoli tournée. Una delle più importanti è stata come coreografi dei campioni di tango da palcoscenico in Giappone e Taiwan, per tre mesi. È stato un vero piacere lavorare con Soledad.
Silvia, come vedi le milonghe confrontando l’Argentina e l’Italia?
Mi sembra che in Italia gli stili si mescolino di più: il milonguero come Gavito, il salone pulito e i giovani che fanno un po’ di confusione (risate). In Argentina, è cambiato molto tutto – ad esempio, non si vede più come una volta quel rispetto assoluto che i giovani ballerini avevano verso i maestri – ma ancora si può vedere un tango salon pulito. L’altra cosa è che nelle milonghe non ti fanno ballare tanto come facevano prima, e questo accade già alcuni anni . Invece, l’atmosfera del Festival de La Plata mi ha ricordato di più come erano le milonghe fino a qualche anno fa: i sorrisi delle persone, la gente rilassata, tutti si salutavano, godersi il tango, la milonga, la musica
Sergio, parlando di momenti importanti, quali momenti hai conservato nella memoria come i più significativi?
Non lo so, … La verità è che come artista non vivo ancorato al passato dicendo: “wow, ho ballato per …». Non so, non do importanza al fatto che : “wow Ho ballato al City Center di New York».
L’hai fatto?
Sì, con «Tango X2» …. Non sto nemmeno tutto il tempo dicendo che ci sono due articoli di un giornale di New York che parlano di me. Come si chiama? Oh, non mi viene in mente… il New York… Times.
Silvia: No, Sergio, non ti nominano solo! Sono due articoli del New York Times che parlano di te e di Gachi come due stelle meravigliose, due ballerini incredibili! Scusami, ma mi alzo e me ne vado (con tono sarcastico)! … Gli costa parlare di sé…
Sergio: Beh, va bene, forse un giorno lo racconterò a mio nipote, ma, che ne so, non ci do importanza.
Va bene, ma la domanda mirava a qualcosa che fosse speciale «per te», qualcosa che ti abbia emozionato molto o che ti abbia colpito.
Se devo raccontarti un momento della mia vita professionale che mi ha dato una bella sensazione, devo parlarti del periodo in cui eravamo nella compagnia «Tango X2» al Teatro Avenida. Il mercoledì si poteva entrare pagando l’ingresso a metà prezzo. E per tre o quattro mesi, durante la stagione, ogni mercoledì era pieno di milongueros, di gente del tango, che addirittura tornava due o tre volte a vedere lo spettacolo. E alla fine ci facevano un applauso infernale a tutti, e soprattutto a me in molti momenti dello spettacolo. Uno di questi momenti, per me il migliore, era il tango che facevamo noi («Mala Junta» con Gachi Fernández). Questi momenti rappresentano una grande soddisfazione per me, perché ho ballato nello spettacolo che piaceva a tutti i milongueros e, in più, gli piaceva quello che Io facevo. Quindi stavamo ballando per un pubblico esperti che ci applaudiva come pazzi.
«Io credo che quando si fa una performance, anche solo in una milonga, deve essere un fatto artistico. Non bisogna ballare solo per mostrare passi perché ti porta allievi, ma per trasmettere qualcosa di più.»
Sergio Cortazzo
È evidente che ciò che ti commuove è l’aspetto artistico, non la fama. C’è un Sergio al di là di Sergio Cortazzo l’artista?
Silvia: Lui è solamente un artista. Non sa fare nient’altro. Non può.
Sergio: Fuori dal palco o dalla pista, non ho nulla a che fare con come sono quando ballo. Il tango mi permette di esprimere qualcos’altro, molto di più di quanto possa esprimere con le parole. La parola mi costa. Ho trovato nel tango un modo di espressione.
Silvia: La parola non è il suo forte. Guarda che è anche molto bravo come mimo o nell’imitare, è geniale. C’è un video di lui, famosissimo, in cui imita Pupi.
Sergio, dopo quasi 40 anni nel tango, quando dai lezioni, cosa ti preme di più trasmettere?
Una cosa che ci preoccupa è che qui in Italia, in Europa, è difficile trasmettere il sentimento del tango. È molto difficile, soprattutto se gli stranieri non vanno a Buenos Aires. Anche se Buenos Aires è cambiata molto. Mi riferisco a ciò che si prova quando si entra in una milonga, certe forme, come invitare la donna a ballare in un certo modo, cercare di comunicare con la partner, non solo fare passi ma far sentire bene la persona. Questo è il tango, ballare con una persona e farla sentire bene. Non «usarla» per fare passi e mostrare agli altri quanto sei bravo. Il tango è diventato molto esibizionista ultimamente. Ma è chiaro che è difficile per gli stranieri capire il tango al di là di alcune abilità di movimento, perché non sempre hanno buoni esempi. Se uno straniero vede che il maestro fa solo quello, si chiederà perché dovrebbe preoccuparsi di altro.
Sergio Cortazzo e Silvia Carlino con Flavia Mercier durante l’intervista online.
La nostra soddisfazione è che gli studenti che rimangono con noi sono persone rispettose, con una certa sensibilità, che sanno come comportarsi in milonga, divertirsi, ballare per godersi il momento, molti di loro finiscono per diventare amici tra loro. Questo è una soddisfazione perché, con un po’ di tango, trasmettiamo anche un modo di relazionarsi e condividere.
Grazie mille a entrambi, Silvia, Sergio, è stata una conversazione «incantevole». Di quelle che ti lasciano a riflettere.
Potremmo pensare allo stile come quei dettagli che l’artista imprime nella sua opera a causa di ciò che lo influisce, spingendolo a esprimere questo impatto nell’arte. Lo stile deriva, quindi, da una serie di scelte, in quanto si preferisce un tratto, un gesto o un movimento, tra gli altri. Si tratta di una scelta che mette in gioco l’intimità e si esprime in un modo tutto suo. Inoltre, il suo pubblico si forma con coloro che si commuovono per questi dettagli distintivi.
Se pensiamo alle arti popolari come il tango, potremmo definirlo in termini di un «distillato di aromi e sapori» che conferisce un sapore unico alla danza o all’interpretazione musicale e che sempre fa riferimento alla terra come simbolo del fondamento di quest’arte. Va ricordato che è grazie ai tempi di cottura e riposo che il sapore si forma dalla combinazione degli ingredienti, distillando un aroma che stimola la voglia. Allo stesso modo, un insieme di elementi tecnici, per eccellenti che siano, non saranno sufficienti per creare uno stile proprio se non si concede il tempo per farlo decantare. L’opera d’arte o la composizione coreografica non è altro che un oggetto distaccato dalla realtà per l’artista e determinato da un desiderio di commuovere coloro a cui si rivolge.
Sergio Cortazzo afferma che si sta perdendo l’espressività o la qualità interpretativa, nonostante si sia guadagnata una grande qualità tecnica nella danza. Sottolinea che il processo di apprendimento, come si svolge oggi, non sta funzionando completamente. Ci dice inoltre che insieme alla sua tecnologizzazione è diventato «più freddo», lasciando fuori «le esperienze personale» del processo. Parte della dimensione educativa sembra essere andata persa.
Nelle sue origini, la figura del pedagogo era quella di colui che accompagnava il bambino o la bambina a scuola. Quindi, l’educazione sarebbe l’accompagnamento da parte dell’insegnante in un percorso che lo studente deve compiere da solo. È nel percorso che l’artista troverà il suo stile, quando le difficoltà lo porteranno a conoscere i suoi limiti e metteranno alla prova il suo desiderio. L’ostacolo, la pietra sulla strada, è ciò che che fa nascere e stimola la creatività.
La funzione dell’insegnante sarà quella di fornire supporto mentre accompagna, come un impalcatura che potrà essere rimossa quando la casa della conoscenza si stabilirà su fondamenta solide e la struttura sarà disposta in modo che sia un luogo abitabile, un luogo in cui vivere. Quella guida non potrà mai essere data da una piattaforma digitale carica di video.
Bailarín, milonguero, coreógrafo, maestro de tango danza, cantor de tango y actor, Pancho Martínez Pey es hoy miembro del Consejo Internacional de la Danza, tras una trayectoria de casi 40 años con la danza, que empezó con el folclore. Con maestros como Héctor Falcón y Susana Rojo, Rodolfo Dinzel, y Petaca -entre tantos otros maestros milongueros-, Pancho no ha dejado nunca de estar entre las primeras figuras del tango tras debutar en el show de Michelangelo dirigido por Eduardo y Gloria Arquimbau. Destaca su rol protagónico en “Tanguera, el Musical”, o su paso por el musical de Nacha Guevara, “Tita: una vida en tiempo de tango”. Ha trabajado en las Casas de tango más afamadas, desde el mítico Caño 14 hasta Rojo Tango. Ha sido además jurado del Mundial de Tango desde prácticamente sus inicios. Participó en varias películas, entre ellas “Un tango más” el documental sobre la vida de María Nieves Rego y Juan Carlos Copes. Y es desde hace más de 20 años la pareja de baile de la gran María de Buenos Aires, María Nieves Rego. Una entrevista en la que Pancho además de compartirnos su historia, reflexiona a fondo sobre la actualidad de la práctica del tango, tanto social como escenario.
Ph. portada: terrygalindo
Pancho Martínez Pey. Ph.: terrygalindo
Pancho, vos venís de una familia de músicos con raigambre en el folclore.¿Qué despierta en vos lo que vivías en tu casa? ¿O simplemente te dejaste llevar por eso?
Fue lo que se vivía en casa porque mi papá y mi tío son músicos y tocaban juntos desde los 18 años. Mi papá era muy buen guitarrista, era arreglador también, compositor; de hecho, hizo la música de un par de danzas folclóricas de proyección. Además de la guitarra, tocaba el contrabajo, y tocaba el requinto muy bien, ¿viste la guitarrita de los boleros? En casa todos los fines de semana había reunión familiar, y era tocar, bailar. Antes de los 8 años yo ya empezaba a bailar con mi mamá en las peñas folclóricas. El 2 de abril del 82 mi papá debutó con el grupo de folclore, el día que se recuperaron las Malvinas, y yo me acuerdo de ser parte y de bailar con mi mamá.
¿Tu mamá también era bailarina o bailaba informalmente?
No, no era bailarina, aunque quiso serlo, pero por esas cosas de la época que no la dejaban, que no podía, que no sé qué… A mi vieja le gustaba mucho bailar folclore y de chica había hecho danzas españolas. Se conoce con mi papá, y acá estoy.
¿Tocás algún instrumento, también?
Empecé como percusionista. Por el folclore, tocaba el bombo y aparte en el ballet hacíamos malambo, boleadoras, bombo, todo percusión.
¿Qué ballet era?
El Ballet Argentino Zupay, de Juan Cáceres, “Zupay”, y Elba Maceira quienes desde hace unos cuantos años están en Tenerife. Yo arranqué en el ballet a los 12 años. Antes iba a las peñas y tomaba algunas clases de folclore en Ramos Mejía -porque yo soy de Ciudadela-. Y al mismo tiempo arranqué también con el ballet de la Escuela Nacional de Danzas que se llamaba Tiempo de Folclore. Pero yo iba a todas las peñas, así como ahora soy milonguero, porque milonguero es el que sale todas las noches y va a todos lados a bailar.
Eras peñero.
Yo era peñero, iba con mi papá y mi tío, cargábamos los equipos, bailaba toda la noche hasta que terminaba la peña, y volvíamos a casa. Así me las pasaba todas las semanas. ¡Ni te cuento la primera vez que me compré las botas! Todo el día zapateando.
Pancho Martínez Pey bailando con el Ballet Argentino Zupay.
Y en tus primeras exhibiciones con los ballets ¿ya sentías alguna “cosita” por estar frente al público o te daba igual quién estaba delante y era sólo el placer de bailar?
Era el placer de bailar, a mí siempre me gustó bailar. De hecho, de cierta manera, ese brillo, o ese ángel, o lo que sea, la gente lo veía en mí, los que me conocían de chiquito hablaban bien de mí, pero yo no lo sentía. Yo era chico y lo único que quería era bailar.
¿Y cuándo pasás del folclore al tango? ¿Cómo llegás al tango?
Porque en el ballet empezamos a hacer coreografías de tango. Los primeros maestros que tuve fueron Héctor Falcón y Susana Rojo.
¡Ah! ¡Nada más ni nada menos! ¿Y qué sentiste la primera vez que los viste?
Me encantaron, eran geniales. La presencia, la impronta. Se agarraban, bailaban y era: “¡Uuuh!”, ¿viste? Te dejaban estupefacto.
Entonces ahí empezás.
Ahí arranco, coreográficamente. Después, en el 92, me llama un muchacho que había estado integrando el conjunto de folclore de mi papá, y que había encontrado trabajo en el circuito de Verbenas de España. Y yo que estaba trabajando en un banco, en tarjetas de crédito, y que justo había tomado algunas clases con Copes, le dije que sí y largué todo a la mierda y me fui. Un año y medio estuve recorriendo toda España. Tocábamos desde “Paquito, el chocolatero” hasta Los Lunes o Los Rodríguez, de todo para que la gente baile. Yo tocaba la batería, cantaba, y en los intervalos bajábamoscon la tecladista del grupo, ybailábamos tango y folclore para la gente, mientras él cantaba con la guitarra. Y yoterminaba haciendo un malambo.
¿Y?
Y… la gente se moría, ¡se moría! No me olvido más, en una localidad del norte, yendo para Galicia, que se llama Toreno, estábamos en la plaza -que era enorme-, nosotros y una orquesta de vientos, habría como tres mil personas, ¡una cosa de locos!; y cuando tocamos y bajamos y bailamos, la gente se murió.
¿Y vos qué abrochaste en esa vuelta para tu historia?
Yo me fui con muchas ilusiones, como todo chico joven: “Me voy afuera, puedo ganar plata… Cuando vuelva voy a poner un bar, tipo karaoke, con una pista para show y para que la gente baile, con músicos…” y ta ta tá. ¡Y volví con menos plata que con la que me fui! (Risas).
Ganaste en satisfacción, aunque el dinero no acompañó.
Total. Y ese viaje me marcó, me hizo crecer mucho como persona. A lo mejor, si yo hubiese estado acá, no hubiese visto lo que vi estando afuera, en cuanto a mí, a la relación con mi familia, a un montón de cosas. También, a lo que yo quería. No me olvido más, estaba muy triste, porque, aparte, en esa época era todo más difícil: ¡me mandaban VHS!, mis compañeros me mandaban cassettes y me decían “¿Qué hacés allá? ¿Por qué te fuiste? Volvé.” Yo estaba redeprimido. Todos estábamos medio tristes. Y un día, que volvíamos de una presentación…
¿Te acordás por qué estabas redeprimido?
Por la melancolía… Nos faltaban los códigos, que son diferentes. Los amigos, llamarte en dos segundos para juntarte a tomar un café, cagarte de risa de las mismas cosas.
Lo que te nutre.
Lo que te nutre. Tener que explicarle a un español cómo lo pensamos para que se pueda divertir con nosotros. Y porque yo, mentalmente, todavía era bastante chico, ese viaje me ayudó a madurar mi cabeza.
Pancho Martínez Pey con Lorena Ermocida en Salón Canning.
¿Y, entonces? Volvían de la presentación ¿y…?
En la radio había un programa que tenía Alberto Cortés que escuchábamos más o menos siempre, y ese día cierra hablando de estas cosas, ¿no?, de la nostalgia, no sé qué, y termina con un tango. Estábamos los tres en la cabina de la camioneta, viajando, y ¿viste cuando sentís que se hace un vacío, que no hay aire, no hay nada, y solamente escuchás ese tema? Sentía como el cristal cuando se rompe, como cuando se empieza a resquebrajar todo.
Se empezaba a resquebrajar la película, la pantalla de la película.
Exactamente. Fue como un punto nostálgico muy fuerte. Yo siento que fue ahí cuando el tango vino, me tocó y me hizo: “ping”.
Digamos que “el tango te esperó” hasta ahí, que fue cuando te llegó.
Total, porque es el tango el que te busca, vos no buscás al tango. Porque vos podés escuchar todo el día, todo lo que quieras, y no entender una goma. Pero cuando estás listo, el tango viene, te toca y te dice: “Pum, vos sos mío”, y entra.
¿Te acordás con qué tango entró?
Creo que fue «Volver». No quiero mentir, sé que fue Gardel, pero no me acuerdo específicamente qué tango, si fue «Volver» o «El día que me quieras», pero, a partir de ese momento, en lo único en lo que mi cabeza pensaba era en volver. Y me volví.
«…es el tango el que te busca, vos no buscás al tango. Porque vos podés escuchar todo el día, todo lo que quieras, y no entender una goma. Pero cuando estás listo, el tango viene, te toca y te dice: “Pum, vos sos mío”, y entra.»
¿Volviste ya con la idea de que querías seguir en algo de eso que habías vivido?
Me volví con la idea ya definida de ser artista de tango, así que llegué con una búsqueda específica. Porque, aparte, cuando volví, la mayoría de mis compañeros bailarines estaban recontraavanzados, y yo me había quedado con las cosas coreográficas que sabía, así que estaba desesperado. Entonces, me recomiendan tomar clases con diferentes personas, así que al mismo tiempo me meto a tomar clases con Celia Blanco y con Dinzel. Y, además, como antes de irme tomé clases con Pepito Avellaneda, y gracias a eso empecé a conocer a milongueros como Rodolfo Cieri y otra gente, cuando volví, llegué específicamente buscando todo eso. Me enganché con Dinzel, estuve en su estudio un año y medio a la vez que iba a bailar.
¿Dónde ibas a bailar?
El primer lugar donde fui a bailar era la práctica Cochabamba, donde daba clases Mingo (Pugliese) y hacía la práctica y también daba clases Gustavo Naveira. En esa época ahí iban todos a bailar: Fabián Salas, Pablo Verón, también. Y también empezaba a ir a bailar a las milongas: al Akarense, al Almagro. Cuando fui a Almagro, yo… flasheé. Flasheé.
¿Por qué flasheaste?
Porque pensaba que sabía bailar y la verdad de la pista de baile la conocí en Almagro. Fue la primera vez que entré a un lugar y vi la marea de gente moviéndose toda junta.
Esa famosa marea que ahora no se ve, ahora es una cosa muy caótica.
Ahora son todos remolinos. Y la pista de Almagro no era grande, era como la pista de Canning, ponele, pero se circulaba de una manera tremenda.
¿Y cómo te volvió eso como lectura sobre tu propio baile? ¿Por qué decís: “Yo pensé que sabía bailar hasta que entré a Almagro”?
Porque me di cuenta que no sabía caminar.
¿Te referís a circular en la rueda o a pisar bien?
A caminar, a caminar, porque yo cuando iba a las clases de Dinzel como eran en un cuarto, todo lo hacíamos en el lugar. Y todas eran cosas muy enroscadas y técnicamente muy buenas, aprendías un montón del dominio del cuerpo, pero no tenía nada que ver con hacer una figura desplazada, con caminar cuatro metros. Así que empecé a ir a Almagro a ver. Me sentaba en una mesa y miraba, me daba vergüenza salir a bailar porque cuando lo hacía me chocaba con todo el mundo.
«El tango te desnuda, vos ves a la gente bailar y la ves cómo es: ves el que se comunica, el que es frío, el que es distante, el que no se deja atravesar, el que se muere bailando un tango. Te desnuda.»
Además, habría que ver “si te salían”, ¿no?
Total. Yo tuve la suerte que desde el principio tuve un baile aceptable y generoso. Siempre me rescataron eso, que bailar conmigo era lindo.
¿Generoso, sabés por qué?
Me parece porque me adapto mucho al cuerpo del otro. Es un tema de adaptabilidad, en cierta manera, y al mismo tiempo, más allá de que hasta ese momento yo todavía no tenía definido mi estilo o lo que sea, porque tenía un baile desarrollado técnicamente. Y siempre me ayudó que nunca tuve una compañera fija.
Tuviste que desarrollar especialmente como talento el poder adaptarte.
Porque había pocas casas de tango y pocos bailarines, y la mayoría venía del folclore por lo que la mayoría eran bailarines coreográficos. No había bailarines que de verdad les pudieras decir: “Te veo bailando en la milonga”. Pocos sabían realmente las dos cosas. Yo tuve la suerte que arranqué con la milonga y el escenario al mismo tiempo.
¿De dónde crees que te viene esa capacidad para adaptarte, ya en aquella época, después obviamente la trabajaste?
Yo creo que tiene que ver principalmente con el amor y las ganas que yo tenía de hacer las cosas, ¿no? Y por otra condición natural que tengo, que por eso me dicen Pancho. Porque a mí me dicen Pancho por ser pancho. Yo luché para ponerme mi nombre… pero Pancho ganó siempre.
Entonces, ¿es lindo bailar con vos porque hacés sentir a tu compañera más tranquila, más contenida…, como si vos le pasaras tu tranquilidad natural?
No sé por qué… A lo mejor, porque me gusta pasarla bien, siempre. Yo hago lo que amo, lo que me gusta y, haciéndolo, soy feliz y esa felicidad, esa buena onda, se irradian.
Pancho Martínez Pey con Alejandra Gutty en Salón Canning.
¿Dónde arrancaste? Tanto el escenario como el salón.
En el 97, bailando en Michelangelo con Gloria y Eduardo, y dando clases en Almagro con Dolores (De Amo), porque me llamó Daniel Vicio para que lo reemplace porque le había salido un trabajo estable. Teníamos setenta alumnos cada domingo, era una locura. Y yo voy a caer ahí y ¡boom! Explotó todo y no paré nunca más.
Y, ¿cómo fue que aprendiste a caminar, sentado en la milonga, mirando?
El mirar te enseña también, si vos sabés mirar. Yo miraba cómo caminaban, cómo iban circulando y desplazándose todos juntos. Además, empecé a conocer a todos los milongueros -Pedro Monteleone, El Alemancito, Portalea, Poroto, El Gordo David, El Tano Nicola, Carlitos Moyano, un montón de gente… ¡Petaca!, que fue mi gran maestro- y todos ellos te cagaban a pedos.
O sea, vos bailabas en la milonga y venían y te decían…
Te cagaban a pedos. Venían y te decían: “Eso no se hace.” “¿Qué está haciendo?, eso no lo haga.” Los milongueros te miraban todo el tiempo, no se les escapaba una. Petaca venía todos los domingos a ver cómo yo daba la clase, y me decía: “Vos a la gente le tenés que decir la verdad, no le mientas con un paso que no sabés hacer. A la gente mostrale cómo vos bailás y enseñale lo que vos bailás. No le hagás caso a la gilada”, me decía. Y así arranqué, esas cosas también te empiezan a moldear, ¿viste?
¿No tendría tu generación que tomar el relevo de esa función de cuidador de la milonga? Porque de aquellos milongueros ya no quedan muchos, y además, es otra época, quizás no los escucharían, pero a ustedes como maestros, quizás sí.
Mirá, para mí se produjo un agujero negro en el tango que tiene que ver con la crisis del 2001. En el 2001, el maestro que bailaba se fue, el asistente del maestro se fue, el que mejor bailaba en la clase se fue, y el que no bailaba bien, pero tenía dos dedos de frente y era un poco vivo, se fue. Acá no quedó nadie, prácticamente. Los milongueros, la mayoría, los que podían, se fueron todos, también. Acá quedaron solamente los principiantes y unos pocos maestros que enseñaban. Y la mayoría no se fue por amor al tango y para expandir nuestra cultura… se fueron a ganar plata. Entonces, como se fueron a ganar plata, empezaron a aparecer los cursos de gancho, los cursos de barrida, los cursos de sacada, los cursos de esto y del otro, pero nadie enseñaba a circular o a caminar, nadie enseñaba el tango con un sentido social. Eran pocos lo que lo hacían. Casi te diría que el único que rompía con eso -yo me acuerdo porque lo conozco- era Pedro Monteleone que se fue a Italia y trató de llevar esa línea, en cierta medida. Pero, después, la mayoría de los que se fueron afuera, se fueron a facturar.
«…si todos hiciésemos las cosas para ser mejores y no especulativos, y no sólo tratar de rascar, a todos nos iría mucho mejor. …todos tenemos que ganar plata. Pero podemos ganar plata y enseñar bien.»
Pero todos, de alguna manera, en algún momento u otro van volviendo, vienen cada tanto. Y algunos están acá, como vos.
Sí, hoy por hoy hay mucha gente que está haciendo eso, pero también somos muy cuidadosos en la manera en la cual lo decimos. Los milongueros no tenían ningún tacto. “¿Viste el paso, pibe?”, “Sí, pero ¿me lo puede enseñar?”, te lo mostraba, “Ahí está, ¿lo viste? Hacelo”. Y vos lo tenías que sacar como podías. Hoy en día tenés YouTube, tenés el maestro que te explica cómo tenés que mover el músculo del metacarpo para poder llegar con el psoas a la utilización del eje y llegar al encéfalo para tener pensamientos positivos en cuanto a la relación con tu compañera de baile, ¿entendés? O sea, ochenta millones de pelotudeces que se agregaron al merchandising del tango. El tango se convirtió en un merchandising, y con la aparición del Campeonato mundial el interés por vender “el tango” se acrecentó mucho más, provocando esta cosa de que en todas las milongas tengan que haber una exhibición, una orquesta o algo para que la gente vaya. Antes la gente iba a bailar. Cuando se abrieron las restricciones después de la pandemia, fue un flash. Como no había ningún turista, los que bailaban, iban a la milonga ¡a bailar! Eso es genial, me hizo acordar a cuando yo iba a Almagro. Porque la gente iba a bailar por bailar, no había nadie a quien venderle nada, viste.
«…empezaron a aparecer los cursos de gancho, los cursos de barrida, los cursos de sacada, los cursos de esto y del otro, pero nadie enseñaba a circular o a caminar, nadie enseñaba el tango con un sentido social. …el maestro que te explica cómo tenés que mover el músculo del metacarpo para poder llegar con el psoas a la utilización del eje y llegar al encéfalo para tener pensamientos positivos en cuanto a la relación con tu compañera de baile, ¿entendés? O sea, ochenta millones de pelotudeces que se agregaron al merchandising del tango. El tango se convirtió en un merchandising…»
Duró poco.
Duró poco, se hizo el campeonato mundial 2021, vino todo el mundo, y se empezó otra vez con la zaraza, y todo el mundo a viajar de vuelta y a ganar plata. ¡Y está bien!, todos tenemos que ganar plata. Pero podemos ganar plata y enseñar bien.
Pancho Martínez Pey como jurado de la final del Campeonato mundial de tango escenario, en 2021.
Y antes, si no me equivoco, si había alguna jerarquía era por bailar bien o no. Si no bailabas bien no salían a bailar con vos, con lo cual te obligaban a mejorar tu baile para poder bailar con Fulana o con Fulano. No como ahora que bailan con vos que sos un maestro y tenés un montón de tango y detrás bailan con alguien que no sabe ni pisar ni abrazar, total, todo da igual.
Claramente, pero quisieron romper con eso y empezaron a aparecer las milongas relajadas donde el cabeceo dejó de existir, o estás sentado hablando con alguien y viene cualquiera a sacarte a bailar.
Ah, sí, y te interrumpe la charla sin inmutarse.
Y no solo que te interrumpen, sino que la persona a la que la interrumpen sale a bailar, o sea, avala a quien vino a interrumpir… Eso está pasando mucho afuera, porque afuera la gente va a bailar, y a bailar, y a bailar, en un sinsentido, como si fuesen al gimnasio. Y las veces que he ido afuera y te invitan a bailar, si vos decís: “No, no tengo ganas de bailar”, te miran mal porque dicen: “¿Este quién se piensa que es…”
¡Pancho Martínez Pey!
…una estrella?” (Risas). No, no soy una estrella, pero vos no estás entendiendo lo que significa ir a bailar. Bailás cuando tenés ganas de bailar, pero también te podés sentar y disfrutar la noche hablando con tus amigos o escuchando tango porque te gusta, y no estás obligado a bailar. La cuestión es que no entienden el tema de la elección, confunden la falta de elección con el rechazo. La gente no se banca no ser elegida, no se lo banca. Y, al contrario, tienen que entender que el cabeceo está para que vos no te sientas mal. Pero se lo toma como… “Ah, es un agrandado”, o no sé qué.
«La cuestión es que no entienden el tema de la elección, confunden la falta de elección con el rechazo. La gente no se banca no ser elegida, no se lo banca. Y, al contrario, tienen que entender que el cabeceo está para que vos no te sientas mal. Pero se lo toma como… “Ah, es un agrandado”, o no sé qué.»
Se confunde lo democrático con que vos tengas la obligación de abrazarte a todo el mundo. Y lo democrático se funda en el derecho a elegir, lo cual implica respetar el derecho que tiene todo el mundo a decir que no, sin necesidad de dar razones.
Totalmente, si no te lo están imponiendo y eso es violento. Cuando yo iba al Almagro había una chica que siempre me gustaba verla bailar y yo quería bailar con ella, pero no me miraba, y no me miraba, y no me miraba, hasta que no me aguanté más, me levanté y fui a su mesa, y le digo: “¿Bailás?”. Me mira con su mejor cara de culo y me dice: “Y, ahora que viniste hasta acá, voy a tener que salir”, se levantó enojada y fuimos a bailar. Después se ablandó, le gustó como bailaba, empezamos a hablar y con el tiempo nos hicimos amigos. Pero esa primera vez no me la olvido más. Nunca más fui a una mesa a sacar a una chica, jamás. Así son las enseñanzas. Lamentablemente, la mayoría de las cosas importantes uno no las aprende con dulzura, como las cosas de la vida uno las aprende golpeándose.
Lo mismo que cuando yo bailaba, tenía la costumbre de tironear con el brazo antes de moverme para que se mueva, eso me lo curó Natalia Games. Estábamos en una clase en el Canning, y le digo: “¿Puedo marcar con vos?”. “Sí, sí”, y apenas la agarro y hago esto ¡Me pegó un grito! “¡Ay, ¿qué haces?!” Yo me asusté como si la estuviera matando, pero nunca más tironeé a nadie, ¿entendés?
Y, una vez, estaba en La Viruta en una de esas noches que no tenía ganas de bailar y esquivaba todas las miradas. Había una bailarina -con la cual he bailado y somos grandes amigos- que me miraba y me miraba, hasta que no se aguantó más, se dio vuelta y me dijo: “¿Y vos, en qué momento me vas a sacar a bailar?”. “Disculpame, pero hoy no, en otro momento, cuando crucemos las miradas, y estemos los dos de acuerdo, vamos a salir a bailar”. Creo que fue al otro fin de semana o la otra vez que fui a La Viruta, pero esas situaciones, que en el fondo son graciosas, son necesarias. Esos códigos le daban calidad al tango. Ahora no se valora todo eso y se pierde calidad.
La verdad es que las mujeres siempre pudimos sacar a bailar con el cabeceo, no yendo a la mesa como se hace ahora.
Siempre. Es que el poder lo tienen las mujeres. Siempre lo tuvieron, te lo cuentan todas las milongueras. Ellas no le iban a aceptar a un tipo si no lo veían bailar primero -y tenía que bailar bien. Hoy en día las mujeres salen a bailar… con tal de no planchar.
Con tal de moverse.
Con tal de ir al gimnasio. Y salir a bailar con alguien que vos no elegiste sólo porque no querías perderte bailar ese tango, es muy egoísta, también. Lo principal que tiene esto es el encuentro con otra persona para disfrutar del tango o de la tanda que querés bailar, y si te da lo mismo salir a bailar con cualquiera es que la otra persona realmente te chupa un huevo, no te interesa ni cómo se mueve, ni cómo siente; o sea, que si salís a bailar con una columna es lo mismo. Insisto, eso es muy egoísta.
«…afuera la gente va a bailar, y a bailar, y a bailar, en un sinsentido, como si fuesen al gimnasio.»
Volviendo a tu trayectoria profesional, ¿cómo fue esa experiencia con Arquimbau?
Fantástica. Pensá que yo pasé del ballet de folclore a bailar ¡con Gloria y Eduardo! O sea, entré allá arriba, y ellos me reaceptaron. Unos divinos, la verdad. Y Eduardo, un capo, un maestro, no sólo de baile, de vida, de vida milonguera. De lo que es el tango. El tango sos vos.
¿Qué quiere decir sos vos?
El tango sos vos y cómo te relacionás con las personas, cómo lo vivís, cómo te expresás. El tango te desnuda, vos ves a la gente bailar y la ves cómo es: ves el que se comunica, el que es frío, el que es distante, el que no se deja atravesar, el que se muere bailando un tango. Te desnuda.
¿Y cómo hacía Arquimbau para hacerte poner eso en el escenario?
Porque Eduardo es historia. Es lo mismo que con María o con Copes. Vos aprendías historia cuando te contaban cómo ellos iban a bailar en los corralones de Mataderos, o todas esas cosas que nosotros no vivimos nunca, que las viste en fotos, pero no las entendés. Y cuando te contaban todas esas historias empezabas a entender, en cierta manera, el principio de las cosas y qué era lo que pasaba. Entonces vos ves “Sucesos Argentinos” y flasheás acordándote de lo que ellos te contaban de cuando eran pibes e iban al club de barrio, e iban las orquestas y había quinientas personas bailando en la pista, y era una cosa de locos. Todo eso te enseña, también.
Pancho Martínez Pey – Ph.: Pilar Bustelo
¿Y cuáles fueron, digamos, los hitos o los umbrales, en tu carrera de escenario a modo de cuando llegaste a Almagro y dijiste: “No sé caminar, no sé circular”?
El primero fue cuando hice el casting para estar en el ballet del Parque de la Costa, en la misma época que arranqué en Michelangelo, y fui pasando, pero en la última selección, no quedé. Aunque, por esas cosas de la vida -que son causales, nada es de casualidad-, a Jesús Velázquez, que había quedado, le sale una gira a China y me llama a mí para que lo reemplace, porque Patricio Touceda que había quedado con su compañera le había dicho de mí y le habían pasado mi teléfono. En esa época yo estaba trabajando en los trenes. Entraba a las cinco de la mañana y salía a la una de la tarde….
¿Un trabajo administrativo?
Era boletero de la estación de Floresta y al año me ascendieron a jefe de estación en Moreno por la mañana. Pasé de vender cincuenta boletos con toda la furia en todo el día, a vender mil doscientos y ser el jefe de estación. Tenía a cargo una caja de tres mil dólares y tres pibes que eran mi responsabilidad, más los que estaban en los trencitos, en la chanchita que iba a Luján y Mercedes. Una locura. De ahí pasaba por casa, me cambiaba, comía, y tipo tres de la tarde me iba a lo de Dinzel hasta las diez de la noche. Yo cerraba el estudio.
¡Siete horas de ensayo diario! ¡No está mal! ¡Una jornada laboral! O sea, tenías jornada doble, una de tren y otra de baile.
Y así me pasé dos años hasta que me salió lo del Parque de la Costa.
¿Supiste por qué no habías quedado en aquel casting, más allá de que luego te llamaran? ¿Ubicaste qué tenías que mejorar?
Tenía que ver con cosas técnicas de ballet. Yo pasé de bailar folclore a bailar tango, y no tenía ni idea de lo que era hacer una barra. Yo giraba y en el segundo giro ya me empezaba a caer, y el primero me salía de casualidad. Con el tiempo y clases, mejoré.
«…entre bailar tango y ser un bailarín hay una diferencia enorme. …Hay mucha gente que es muy talentosa para bailar, pero no puede ser artista, porque no es para el escenario. Y hay gente que es muy buena artista y baila tango muy bien en el escenario, pero no puede bailar en la milonga, o hace una exhibición y no pasa nada. Son tan opuestas y es tan difícil hacer ambas cosas, tenés que entender lo que se necesita en cada lugar.»
¿Y cuál fue el siguiente umbral o desafío que te hizo crecer artísticamente?
Cuando debutamos en Tanguera, Junior que hacía el protagónico, se corta el dedo mal en la pelea de cuchillos y tengo que salir al toro, a cubrirlo. Así me fui ganando el puesto de cover; a los tres meses Junior se va y quedé como protagonista. Ese fue el otro umbral porque subí veinte escalones de un cachetazo. Tanguera me hizo evolucionar mucho como bailarín. O, mejor dicho, me ayudó a desarrollar mis talentos.
Pancho Martínez Pey y Gabriela Amalfitani en «Tanguera, el Musical».
¿Qué te exigió ese umbral?
Todo, porque entre bailar tango y ser un bailarín hay una diferencia enorme. Y yo me hice bailarín ahí. Y Tanguera me exige, una porque era el protagónico, y dos porque tenía que actuar, si bien no tenía texto, pero tenía que actuar.
¿Ahí descubrís tu vertiente hacia la actuación o vos ya sabías que querías actuar?
Yo siempre fui payaso. En casa, cuando venían a tocar los fines de semana, o nos juntábamos en una reunión familiar, yo siempre me disfrazaba, o hacía un sketch imitándolo a mi papá volviendo del laburo. En los actos del colegio siempre me ponían a actuar. Tenía fijo el papel de San Martín.
Para la época de Tanguera ¿ya habías hecho la película con Copello?
Sí, lo primero que yo hice escénicamente fue la película que filmé con Copello, Tango Fatal, y eso fue antes de Tanguera. En realidad, yo empecé a hacer las primeras cosas con una amiga que se llama Marina Vázquez. Ella fue la que me dijo: “Vos sos actor”.
Pancho Martínez Pey con María Nieves Rego.
¿Por qué te lo dijo? ¿Por cómo interpretabas?
Por cómo interpretaba, cómo entendía las consignas, cómo podía expresar. “Bueno, enséñame”, le dije y empezamos a probar algunas cosas. Pero nunca tomé un curso de actuación fuerte, nosotros nunca tenemos tiempo, ¿viste cómo es nuestro laburo? La agenda es un cocoliche, no sólo cambia de día a día, ¡sino que en el mismo día!
Y después en realidad hice cosas más de estudio con Gaia Rosviar, que es una amiga bailarina y cantante que estuvo en Cabaret, y con ella sí fui a tomar cursos.
¿Y leí que te gusta escribir, o estudiaste narrativa, también?
Siempre me llamó la atención porque siempre quise armar un guión, o algo así. Empecé a escribir algunas cosas, pero quedaron inconclusas. Porque lo que yo tengo son más bien algunas ideas que llegué a bajar al papel, para desarrollarlas tendría que hablar con alguien que sepa de verdad cómo hacerlo.
Porque también me canso de ver gente que… aunque está bien, me parece bárbaro, que todo el mundo haga cosas porque todo aporta. La verdad, es más lo que se critica que lo que se hace, y hace falta gente que haga. Cuando en el 2017 me tocó trabajar en la producción de Mundiales, me pidieron que buscara espectáculos de tango y ¡no había! Para esa época ya se habían caído Tango Pasión, Tango X2, Forever Tango.
«¿Cuál es para vos la explicación de por qué se cayeron ese tipo de giras o shows? En cierta manera por la crisis mundial que hizo que cayera la inversión de las productoras y también porque los espectáculos de tango no evolucionaron. …Porque no hay comedia musical, una historia hablada, cantada y bailada…»
¿Cuál es para vos la explicación de por qué se cayeron ese tipo de giras o shows?
En cierta manera por la crisis mundial que hizo que cayera la inversión de las productoras y también porque los espectáculos de tango no evolucionaron.
¿Y en qué sentido se debió a que los espectáculos de tango no evolucionaran?
Porque no hay comedia musical, una historia hablada, cantada y bailada. De hecho, el suceso de Tanguera se debió a que, aunque era una historia simple -el malo, el bueno y la chica en el medio-, con la magia que le supo aportar Omar Pacheco te tenía atrapado todo el tiempo, tipo, “¿Qué carajo está pasando?” Más que por el guión, por cómo estaba narrada e iba llevándose la historia, por una buena dirección. La hemos hecho en lugares que no estaban para nada preparados para poner el escenario y la gente aplaudía de pie.
Cuando hicimos “Tita: Una vida en tiempo de tango”, con Nacha (Guevara), Julio (Balmaceda) y Corina de la Rosa, ese era un musical. Pero, sin embargo, de una sala de unas mil localidades, se laburaba el cincuenta por ciento, no había consumo de tango.
Pancho Martínez Pey con Julio Balmaceda en el backstage de «Tita: una vida en tiempo de tango».
Dolores de Amo planteaba una visión similar en su entrevista: la necesidad de pasar del show tradicional de tango a algo más guionado, en el que los artistas no sólo bailaran, sino que tuvieran que actuar, hablar, cantar. Pero, a su vez, ella advertía que para ese tipo de show a los bailarines de tango les falta una formación más integral. ¿Vos qué opinás?
Estoy de acuerdo. En general, el bailarín de tango primero es autodidacta y segundo no somos nunca coucheados. Una vez que aprende, el bailarín de tango empieza con eso a armar sus coreografías y a generar su camino, y ya no toma clases nunca más. ¿Por qué?, porque el trabajo siempre puede más que la evolución personal. Principalmente, porque no abunda el trabajo, y además no está bien pago. Si una persona que gana un sueldo fijo la está arañando, ¡imagínate un bailarín de tango! O se tienen que ir a bailar a la calle Caminito, o pasársela todas las noches haciendo Taxi Dancer, o lo que sea. Y eso hace que le des prioridad al trabajo antes que a la evolución como artista.
¿Echás de menos ese tipo de show?
Sí, claro que sí, porque yo soy tipo de escenario. Yo nunca dejé de ser un artista, más allá de que me hice milonguero y siempre fui milonguero.
Pero la exhibición que podés hacer en una milonga no es lo mismo, no te llena igual.
No, no es lo mismo; en cierta manera, ir a bailar a una exhibición es más sencillo. Subirte al escenario es otra cosa. Por todo lo que conlleva la preparación, el ensayo, las luces, el clima, la gente, la butaca… Y más allá de todo eso porque te pone en otro lugar como artista: subirte a un escenario… es subirte a un escenario.
Hay mucha gente que es muy talentosa para bailar, pero no puede ser artista, porque no es para el escenario. Y hay gente que es muy buena artista y baila tango muy bien en el escenario, pero no puede bailar en la milonga, o hace una exhibición y no pasa nada. Son tan opuestas y es tan difícil hacer ambas cosas, tenés que entender lo que se necesita en cada lugar. Una vez Pablo Verón dijo: “A mí me encantan todos los que hacen fusión, pero para fusionar, primero tenés que saber: tenés que saber lo que es el jazz, lo que es el tango, lo que es el folclore”.
Sergio Cortazzo hizo un comentario similar en su entrevista, cuando dijo: “Piazzolla, antes de revolucionar el tango, tocó con Troilo”.
“Tocó con Troilo”, total, total.
Y Pepe Colángelo, compartía la misma idea: “Para revolucionar algo, primero tenés que conocer bien las bases”.
Tenés que saber bien lo que estás haciendo y por qué. Cada paso tiene un por qué. Y eso la mayoría de la gente, aun los profesionales, no lo sabe explicar.
¿Qué se quiere expresar con ese paso o secuencia?
“¿Por qué lo hacés? Explicámelo, justificámelo. La mayoría no tiene idea, o no te lo puede explicar. Como hoy es tan fácil rascarla con el tango, todo eso se pasa por arriba y todo pierde sentido.
«En general, el bailarín de tango primero es autodidacta y segundo no somos nunca coucheados. Una vez que aprende, el bailarín de tango empieza con eso a armar sus coreografías y a generar su camino, y ya no toma clases nunca más. ¿Por qué?, porque el trabajo siempre puede más que la evolución personal. Principalmente, porque no abunda el trabajo, y además no está bien pago. Si una persona que gana un sueldo fijo la está arañando, ¡imagínate un bailarín de tango! O se tienen que ir a bailar a la calle Caminito, o pasársela todas las noches haciendo de Taxi Dancer, o lo que sea. Y eso hace que le des prioridad al trabajo antes que a la evolución como artista.»
La verdad es que sí… ¡El tango es muuuy generoso!
Total. Porque aparte todo se tergiversa. Los festivales no llevan a los jurados a dar clases, llevan a los campeones y los campeones a lo mejor hace un año que arrancaron a bailar, y los pibes enseñan lo que pueden. Imaginate lo que es para los pibes: llegan, son campeones, y de un día para el otro los llaman de todos lados. Yo también estaría chocho saltando en una pata. El problema no es de los pibes, sino del criterio de los organizadores. ¿Qué generás, por qué y para qué?
Es que en la sociedad del rendimiento -como llama a nuestra época Byung-Chul Han-, todo se mide por los resultados o los likes.
Vende más la estética que un paso bien dado. Vende más el vestido que te pusiste que cómo movés las piernas.
«Yo creo que, si la gente se la jugara más por lo que ama hacer, seríamos todos más felices. En mi caso personal, si bien tengo trayectoria, no siempre me fue bien económicamente, pero siempre tuve momentos maravillosos que valieron más que cualquier cosa.»
Contame algún momento especial de tu trayectoria, de esos que se miden en latidos del corazón y no en likes.
Yo tuve una maestra durante tres grados -que era la maestra amada por todos nosotros y la que me ponía en todos los actos-, que después de un tiempo de terminar el secundario, me la encuentro y me dice: “¿Cómo estás, Bombón?” -porque ella siempre me decía Bombón-, “¿Qué vas a hacer?”. “Y, estoy viendo si me meto a hacer algún curso de computación o me meto en económicas porque me gustaría hacer administración de empresas o algo de eso, qué sé yo.” “Ah, mirá vos. Yo pensé que ibas a ser actor”. Boom, se me sacudió el marote. Pasó mucho tiempo, no la volví a ver, y, un día, en Esquina Homero Manzi, Gavito no viene, por lo cual nosotros teníamos que bailar más para cubrir todos los temas. Terminamos el show y bajan los mozos del Homero Manzi y me llaman: “Pancho”, “¿Qué?”, “Tomá, me dieron una carta, esto es para vos de una persona de arriba”.
¡Ay, me muero!
Abro la carta, y decía: “Hola, Bombón, yo que vine a ver a Gavito, te encontré bailando en el escenario como el mejor de los mejores. Te espero arriba, tu señorita Elisa”. Yo no lo podía creer, me cambié rápido, subí corriendo y me senté. La miraba y no podía emitir voz, nada. La miraba y sonreía y ella se cagaba de risa. No podía creer que había ido a ver el show. A partir de ahí, seguimos en contacto, la invité a Tanguera, y siempre que se enteró de que yo daba clases o hacía un show, y ella pudo, vino.
Pancho Martínez Pey con su «Señorita» Elisa Norma Vázquez de Pesca, frente a la Usina del Arte, en 2015.
¿Cómo fue la experiencia de trabajar con María Nieves?
Con María tuvimos ¡una química!, desde el principio, pegamos una onda brutal. La primera vez que bailamos en una milonga fue en Madrid, en el 2003, en medio de una gira con Tanguera, en una milonga que tenían Julio Luque y Leo Calvelli. Y a partir de ese día fue… un matrimonio. Me dice: “¿Bailamos otra?”, y: “¿Querés otra?, dale”, y: “Esperá, vamos a escuchar lo que viene y depende de lo que sea, seguimos bailando”. Y así nos pasamos la noche, al punto de que nos invitaron para que el siguiente fin de semana hiciéramos una exhibición. Y la hicimos.
Pancho Martínez Pey con María Nieves Rego en «Tanguera, el Musical».
¿Qué se siente como bailarín y como milonguero de emocionar así, bailando, a la gran María Nieves?
Uff… tremendo… emocionante… ella es el tango hecho persona… y te lo hace sentir. Mucha emoción. ¡Y adrenalina también! Y esa química que tenemos es lo que se disfruta, aunque tenemos mucha diferencia de edad somos dos chicos jugando, lo pasamos muy bien.
¿Y en el escenario? ¿Cómo es María?
María es…
Pancho Martínez Pey y María Nieves Rego en «Viva la Pepa» milonga.
Esa mirada… que parece que te perfora.
Tremendo. La primera vez que bailé con ella me temblaron las piernas. En el momento en que ella se dio vuelta, se plantó y me miró… y… a mí se me cayeron las medias.
Y vos ya con algunos años de profesión, no eras un recién empezado.
No, yo ya tenía cinco años de profesional, trabajando fuerte. Pero María es María. Ella se para arriba del escenario y derrumba un edificio. Es tremenda.
¿Se puede enseñar eso o viene de fábrica?
Eso viene de fábrica y se potencia.
¿Con la vida?
Con la vida, con las experiencias, con el trabajo. Porque en realidad uno el talento lo tiene innato, no se aprende, lo tenés o no lo tenés. Si lo tenés.. y si te mueve. Como cuando María contaba que de chica se ponía a bailar con la escoba, con eso te das cuenta que te mueve o no te mueve. Hay gente que a lo mejor lo tiene y lo niega porque no acepta que su talento es ese o no sabe que lo tiene.
«Era el placer de bailar, a mí siempre me gustó bailar. De hecho, de cierta manera, ese brillo, o ese ángel, o lo que sea, la gente lo veía en mí, los que me conocían de chiquito hablaban bien de mí, pero yo no lo sentía. Yo era chico y lo único que quería era bailar.»
¿Y qué otros momentos señalados que te hayan dejado huella, como el que me contaste de tu profesora, podés contarnos?
Tiene que ver con mi papá y mi vieja. Más allá de que a mi vieja le gustaba bailar y que mi papá era un artista, él nunca se dedicó al cien por ciento. Porque cuando quiso hacerlo, y dejó de trabajar para ser un artista, pasó que, cuando ya estaba en el aeropuerto, se entera de que se le había caído el trabajo. Entonces dijo: “Nunca más dejo un trabajo por el arte, por la música”. Así que fue una lucha interna poder lograrlo. Traté un montón de veces con mi terapeuta el tema de superar a mi papá. Y fue un momento muy fuerte para mí mostrarles a mis viejos que lo logré.
Te tenías que autorizar a llegar a lo que él no pudo llegar.
Exactamente. Pero, bueno, mi viejo era un divino, siempre con la mejor onda, siempre me apoyó en todo. Como él decía: cuando yo era chico, yo era el hijo de Cacho, y después él pasó a ser el papá de Pancho.
Y si mirás para atrás y ves al pibe que bailaba con su mamá en las peñas, que escuchaba tocar al papá, al tío, ¿imaginabas algo de esto o te lo fuiste encontrando?
Mirá, tengo otra anécdota. Cuando termino el secundario, me meto a vender cursos para manejar ultralivianos. Nunca gané un mango, más bien perdí un montón de plata. Pero en la empresa había un tipo que llevaba recursos humanos, el manager, digamos. Era un bocho, sabía psicología y no sé qué más. Un día él nos hizo grabar en un cassette cuáles eran nuestros sueños. Yo hice todo lo que había dicho el tipo: me encerré en mi baño, cerré los ojos y soñé que viajaba, que me recibía gente importante, que me subía a un escenario y que en la primera fila estaban mis viejos. Eso soñé.
Y ocurrió.
Y ocurrió.
¿Y cómo empezó el Pancho cantor de tangos?
La principal culpable de que yo esté cantando es Roxana Fontán.
Pancho Martínez Pey cantando con la orquesta «La Gran Gobbi», en la milonga «El Bilongón».
¡Ah, bueno! Alguien que no canta…
Que no canta nada. Estábamos laburando con Gloria y Eduardo en el 97 o 99, y Roxana me escuchaba siempre cantar en los camarines, hasta que me dice: “¿Cuándo vas a empezar a tomar clases de canto?”, y yo le digo: “Cuando vos me enseñés”, “Bueno, mañana venite a casa”, y así arranqué. Así como tuve la amiga que me dijo: “Vos sos actor”, Roxana me dijo: “Vos sos cantante”, y tomé clases con Roxana. Después, cuando estuve en Tanguera, me hice amigo de Lidia Borda y tomé clases con ella. Y después tomé clases con otra gente, de a poquito, paulatinamente, pero no de una manera disciplinada. La pandemia me ayudó para volver a reforzar eso y disciplinarme.
Y, con el tiempo, uno también aprende que una cosa es lo que uno quiere hacer y otra cosa lo que le llega a la gente, no tiene nada que ver. Un día voy a cantar, una de las primeras veces, cantaba lindo, pero no tenía una técnica depurada, y fue uno de los días que peor canté en mi vida. Uno de esos días donde vos terminás el show y decís: “Hoy no me pagués porque fue un desastre”. Pero, al final salimos a saludar a la gente, y vino un tipo llorando, emocionado por cómo yo había cantado. Ese día aprendí que muchas veces uno tiene el crítico muy alto y que mi crítico tiene que dejarle lugar a la crítica “externa”, y que tengo que valorar lo que me dicen de afuera, porque el crítico propio nunca va a estar conforme.
«…las cosas llegan porque la gente ve y elige. Y cuando te elige, es porque estás haciendo las cosas bien. Yo creo que todo lo que me llegó fue porque yo estaba haciendo las cosas bien.»
¿Querés decir algo más, ya sea en relación al arte, al escenario, o al tango?
Yo creo que, si la gente se la jugara más por lo que ama hacer, seríamos todos más felices. En mi caso personal, si bien tengo trayectoria, no siempre me fue bien económicamente, pero siempre tuve momentos maravillosos que valieron más que cualquier cosa. Por ejemplo, en el peor momento de mi vida, cuando me estaba separando, dejando mi casa, mis hijos, me toca bailar con María en el Luna Park. Fue uno de los primeros homenajes fuertes que le hicieron a María y ella estaba reemocionada. Yo estaba viendo el video y me empiezo a emocionar. Pienso: “Si aflojo ahora, se va todo a la mierda”. Así que subí, bailamos, y la rompimos mal, nos aplaudieron ocho mil personas.Yo después volvía en mi auto para mi casa…
De la que te estabas yendo…
De la que me estaba yendo, y no paraba de llorar, no paraba de llorar.
Flavia Mercier con Pancho Martínez Pey en el Café Tortoni, delante de la sala Alfonsina, donde realizaron la entrevista.
¿Eso le da sentido a todo?, momentos como ese.
Eso le da sentido a todo.
Porque es lo que te agarra a la vida, ¿no?, en los peores momentos.
Es lo que te agarra a lo que vos sos, o a lo que vos decidiste ser o jugártela. Esos son tus triunfos. Uno los busca inconscientemente, no porque digas: “Quiero lograr esto…”, sino porque todo el tiempo querés ser mejor en lo que hacés. Y las cosas llegan porque la gente ve y elige. Y cuando te elige, es porque estás haciendo las cosas bien. Yo creo que todo lo que me llegó fue porque yo estaba haciendo las cosas bien.
Por eso decís que si la gente se jugara…
Totalmente, si todos hiciésemos las cosas para ser mejores y no especulativos, y no sólo tratar de rascar, a todos nos iría mucho mejor.
Muy bien, Pancho, lo dejamos ahí, “picando”, para ver si pasa el mensaje, incluso si sucede. Gracias por tu tiempo y por esta charla tan linda. Un placer, Pancho.
Pancho Martínez Pey plantea que el tango se plagó de “merchandising”, a riesgo de convertirse en un objeto más de mercado, como consecuencia de la mercantilización de su enseñanza. A esta realidad se le suma que la sociedad actual, regida por los cánones del rendimiento, empuja a la hiperactividad y al utilitarismo. Las cosas están obligadas a tener un “para qué”. Al tiempo se lo considera como un capital que se invierte a cambio de una ganancia, y si no es usado con un fin, es percibido como una pérdida de tiempo. Bajo el influjo de esta concepción utilitarista, el encuentro social que originalmente era una milonga se parece cada vez más a un gimnasio, al decir de Pancho, en tanto ya no basta escuchar un tango o conversar con amigos para disfrutar. Resulta tan disonante como concurrir a un banquete pretendiendo servirse como en un tenedor libre. La paradoja es que, en ese frenesí, la vida se escurre como agua entre los dedos. Sin una parada no hay posibilidad de habitar, hay que demorarse lo suficiente para construirse una morada. Además, en la cuenta de tandas bailadas por noche, nadie es tenido en cuenta, como bien señala Pancho.
Por otro lado, el mercado ha calado en el seno mismo del tango, no sólo en su enseñanza, sino en su práctica cuando se pretende obtener un rendimiento por el dinero invertido en clases o en la entrada, valorando la milonga o el evento por el número de tandas bailadas o el “nivel” de los bailarines o bailarinas a los que se accede. En la búsqueda de asegurarse un momento satisfactorio, se pierde la posibilidad de lo extraordinario.
Es efecto del mercantilismo y utilitarismo que la cultura sufre y se deteriora, en tanto ella nace en el seno de una comunidad, cuando la vida se despega de la mera supervivencia. La imaginación y la creatividad florecen en el errar más que en ese andar sin parar que dificulta el encuentro y el hallazgo. Es en la pausa cuando resuenan en el cuerpo los ecos de lo sentido hasta dejar una huella que procreará experiencia adhiriéndose al mero recuerdo. Después de todo, la emoción está compuesta por cosas del ayer y es en la resonancia donde encontrará su compás.
Así, la vida cobra otra dimensión a medida que los episodios que la componen van adquiriendo peso. Y cuando la vivencia es colectiva, su celebración periódica construye una memoria afectiva común que va tejiendo lazos entre sus protagonistas a la vez que una tradición cultural, sobre todo cuando se hace lugar a la evocación en una charla compartida. Entonces, la eterna fiesta de los que viven al ritmo de un gotán podrá ser lugar de reunión y reencuentro que ilumine la vida con alegría y amortigüe sus golpes con afectos, tal que ésta no se reduzca a una herida absurda en la que todo, todo es tan fugaz.
Yanina Erramouspe potrebbe essere definita una ballerina di tango sociale, anche se non si riconosce come tale ma piuttosto come una milonguera, secondo una concezione in cui la milonguera non è solo colei che balla il tango ma anche colei che dirige lo spettacolo milonga. Milonguera nell’animo, è anche insegnante per vocazione e convinzione. Si è formata in entrambi i ruoli insieme ad alcuni dei più rinomati milongueros e insegnanti di tango come Jorge Dispari e María del Carmen Romero detta La Turca, Carlos Gavito, Julio Balmaceda e Corina de la Rosa. Oltre alla formazione didattica (per la quale detiene il titolo di insegnante di belle arti), possiede anche il titolo di psicologa e psicoterapeuta, con i quali esercita da alcuni anni. Divertente, schietta, acuta, senza mezzi termini, con tutta la storia, più ai suoi piedi che alle sue spalle, Yanina ci regala un’intervista che è un omaggio al tango.
Yanina Erramouspe con il suo compagno di ballo, Leo Ortíz.
Ciao Yanina, come introduzione ti dirò: l’obiettivo finale di tutte le interviste di Patio de Artistas è cercare di esplorare il desiderio dell’artista. Perché chi si dedica a qualche aspetto artistico continua, nonostante tutto, contro ogni avversita? Cosa ti ha spinto a non mollare sulla strada? Perché magari sei arrivato per caso -come mi dicono in molti «non lo so, ho cominciato a ballare da piccolo perché mi ci ha portato mia mamma»- ma perché non hai mai detto adesso basta”
Allora, per cominciare, dimmi, come sei arrivata da Tandil a Buenos Aires e al tango?
Quando avevo 14 anni, studiavo in una scuola d’arte: il Centro Polivalente de Arte de Tandil. La vena artistica ti predispone già in altro modo…
Era il tuo liceo o era un istituto in cui facevi arte dopo scuola?
Era il liceo. Durante la mattinata si studiava per il diploma di maturità e nel pomeriggio c’erano i laboratori artistici. C’erano tre orientamenti: ceramica, musica e belle arti. Ho scelto quello di belle arti. È stata una delle mie insegnanti del liceo, l’insegnante di musica, Marta Larrondo, a portare il tango nella mia vita. Aveva iniziato a ballare lei, e le venne in mente di tenere un seminario il sabato mattina. Hai presente quel momento dell’inizio, quando abbiamo tutti questo entusiasmo e vogliamo diffonderlo? Così. Non era obbligatorio, ma siccome è tutta la vita che mi piace ballare, veramente amo “muovermi” in generale, mi sono detta: “Proviamoci”. Ed mi sono trovata in una strada a senso unico.
Quando si formarono tre o quattro coppie, l’insegnante vide che la cosa non era più alla sua portata, e decise di portare un’altra persona a insegnare.
Ha avuto la generosità di raddoppiare la scommessa.
Umiltà, cosa che molte persone non hanno. Dire: «beh, sono arrivato fin qui, non so più di questo, ti porto da qualcuno più esperto», il che dovrebbe essere una clausola sine qua non per gli insegnanti. Ma, beh, non succede… Nel tango c’è ben poco di ciò che noi psicoterapeuti chiamiamo derivazione.
Bisogno di guadagnare per sopravvivere o difficoltà a riconoscere che un altro ne sa di più?
Non credo che il fatto di farlo per necessità sia un’attenuante, perché se ti ritrovi spinto a dedicarti a qualcosa che non conosci, dovresti almeno iniziare a studiare. «Da grandi doni derivano grandi responsabilità», diceva lo zio di Peter Parker in Spider-Man. Perché se vuoi davvero lavorare con questo e vuoi trarne vantaggio, il minimo che puoi fare è un piccolo investimento.
Precisamente; una delle cose più affermate è «Non ho soldi per seguire le lezioni».
Guarda, il tango è pieno -e lo dico con cognizione di causa, molta cognizione di causa- di persone capaci di condividere il loro grande sapere e non a scopo di lucro. Ci sono grandi insegnanti che hanno dato lezioni gratuite per tutta la loro vita a persone che non avevano risorse e che non gliele hanno mai riconosciute: non hanno mai dato loro nemmeno un briciolo di reciprocità.
«Il problema è che nel tango arrivi a dare lezioni per i motivi sbagliati: è molto difficile poter andare in tournée solo ballando. Oggi il ruolo che ti dà lavoro è quello di insegnante. Ed essere insegnante perché il mercato ti spinge, è sempre sbagliato per te. Se non hai intenzione, motivazione e vocazione, è molto difficile per te lasciarti coinvolgere da cosa significa essere un insegnante.»
Quindi la tua insegnante di musica ha portato un insegnante con più preparazione, e…?
Marcela Nicolini, lei aveva un’altra vena: voleva formare dei professionisti e ancor di più quando vedeva tanti ragazzi interessati. È stato uno shock. Era una ballerina di danza classica -a quel tempo (anni ‘95, ‘96) era molto comune per le ballerine iniziare dalla danza classica e per gli uomini dal folklore-. Più tardi, uno dei ragazzi del gruppo mi suggerì di unirmi allapeña «El Cielito», nella classe di Darío Porta, molto conosciuto a Tandil tra quella generazione perché era uno dei più impegnati nell’educazione dei ragazzi. Dato che ero l’unica ragazza, 15 anni, sono andata con mio padre. Il santo è venuto a sostenermi nelle prime lezioni.
Così ho iniziato ad andare a quelle che sembravano milonghe. A quel tempo, la milonga all’Interior (modo di nominare il territorio argentino fuori la Provincia di Buenos Aires) non sembrava ancora una milonga. Oggi ci sono posti che sì, ma ventisei anni fa non tanto. Si trattava generalmente di ristoranti o bar che prestavano le loro sale per far suonare un po’ di tango. Molte volte dal vivo, non c’erano nemmeno registrazioni. Un piano eletronico e, con un po’ di fortuna, un bandoneon.
A tutto questo, parallelamente, da quando ho iniziato con il laboratorio il sabato, nei pomeriggi che avevo liberi, andavo in una piazza vicina a casa mia con un libro usato che avevo comprato per leggere i testi del tango. E mi sono innamorata dei testi del tango.
Perché hai sentito il bisogno di leggere i testi? Se tu stavi solo ballando…
Quando imparo un’attività sono piuttosto ossessiva, non faccio semplicemente quella attività. Mi piace fare la mia esperienza ascoltando tutto quello che posso su tutto -per questo ho preso lezioni con mezzo mondo- e andando alla fonte di tutto. E per me il tango è cultura, per questo ho cercato altre cose. E ho iniziato con i testi, e da brava adolescente…
Romantica.
Intenso…, ho detto «Wow, che pazzia che qualcuno all’inizio del secolo…» -senti questo, così autoreferenziale- «ha interpretato così bene quello che io provo!». Mi sono meravigliata di come possano essere attuali i testi. Mi ha lasciato molto a bocca aperta.
E l’altra vena era la musica. Quel periodo ci fu il passaggio dalle cassette al CD; a Tandil è apparso il primo Musimundo, e io andavo lì e tornavo con quattro o cinque CD a casa.
«La cultura dell’immediatezza, tutto veloce e tutto facile, va contro tutto ciò che propone il tango. O cerchi di ballare un tango facile e veloce, che per me è un ossimoro; oppure lasci l’apprendimento a metà per mancanza di tolleranza per la frustrazione.»
E come arrivi a Buenos Aires?
Dopo Darío ho continuato il mio apprendistato con Rosana Romano, che era la coreografa del ballet universitario di Tandil. Mi ha chiesto più di una volta se volevo fare un’audizione per il suo ballet, ma non era ancora il mio momento. Ero troppo impegnata ad imparare per me stessa. per espormi a un gruppo, quindi sono solo andata alle sue lezioni.
E quando ho compiuto 16 anni ho potuto fare una cosa per me rivelatrice: ho fatto un viaggetto di una settimana a Buenos Aires, in compagnia di mia mamma e della mia madrina, per girare le milonghe, approfittando del fatto che c’era un incontro di tango, una specie di antecedente a quello che oggi sarebbe il Festival del Tango che fa da cornice al Mundial . Stiamo parlando del ‘97.
Ho conosciuto il Morocco, il Almagro; La Viruta e La Estrella erano state aperte di recente. Un martedì sera sono capitata ad Almagro e una persona affascinante mi ha detto: “Che ci fai qui? Tu dovresti essere al martedì per i giovani de «La Viruta». Non sapevo nemmeno che esistesse. A quel tempo non c’erano né YouTube né i social network, quindi, trovandomi a quattrocento chilometri di distanza non era per niente facile sapere cosa succedeva a Buenos Aires. Quella settimana fu per me molto rivelatrice: fu il momento in cui compresi che se volevo dedicarmi completamente al tango, dovevo andare a Buenos Aires.
Perché? Anche se può sembrare ovvio.
Perché il tango è ancora porteño. Ancora oggi. Si sta federalizzando, proprio grazie alle reti sociali, da quando -grazie a Dio!- gli insegnanti hanno cominciato a circolare all’ Interior. Prima era molto difficile, se non impossibile, seguire un corso con un insegnante riconosciuto a livello internazionale senza essere a Buenos Aires. Se si voleva davvero educarsi, bisognava andare, come dicevo all’inizio, alla fonte. E la fonte era a Buenos Aires e non si muoveva da lì.
«Dio è ovunque, ma opera a Buenos Aires», si diceva sempre nel Interior.
Completamente. E le città metropoli sono una terra di opportunità: le persone si mescolano, i progetti si assemblano. Anche perché l’investimento economico dello Stato nella cultura è stato molto più elevato che all’Interior. Quindi, se volevo davvero dedicarmi al tango, dovevo andare a Buenos Aires. Ma …
…eri ancora minorenne. (annuisce).
Quando l’ho detto a mia madre, lei mi ha detto: “Vedremo. Per ora hai altro da fare, devi finire il liceo, poi ne parliamo.» Non mi ha mai detto un no totale perché sapeva che era la cosa peggiore che potesse fare. La fortuna, tra virgolette, -o la causalità, come mi piace chiamarla-, ha fatto approdare a Tandil una coppia straordinaria di ballerini: Marcela Vallejos e Guillermo Boyd. Persone che per me sono state dei seri punti di riferimento, non solo nel ballo, ma nella formazione delle persone, che è tutta un’altra cosa. Ad un certo punto escono in pista, e mi brillano gli occhi. E siccome non ho mai avuto grossi problemi di imbarazzo, quando si sono seduti ho attraversato tutta la sala e ho chiesto loro: «Che fate qui e che possibilità ci sono che venite a insegnare?» Marcela aveva dei parenti lì, ed erano andati a vedere com’era il tango a Tandil, blah, blah, blah. E mi hanno detto: “E poi, se c’è un gruppo interessato, siamo contentissimi”.
Dato che lì c’era il ballet (formazione gruppale di coppie di ballo) universitario, mi venne in mente di presentare un progetto per un ballet municipale, di cui loro fossero direttori.
Il format del ballet sta scomparendo da un po’, non esiste quasi più, ma era molto comune. Era una possibilità di formazione gratuita o molto accessibile per coloro che la integravano.
Mancano insegnanti che vogliano fare un ballet o persone che vogliano formarsi professionalmente in questo modo?
Per me il secondo, senza dubbio. Per lo stesso motivo per cui è scomparsa la figura dell’assistente. La figura dell’assistente, per come l’ho vissuta, ti permetteva di iniziare ad insegnare con la supervisione di una persona più esperta che poteva risolvere qualsiasi problema. Stavi iniziando la pratica, istruito. Oggi quel ruolo è un po’ scomparso. Forse, visto che le possibilità lavorative ci sono, non c’è bisogno di formarsi così tanto.
Perché chi frequenta i corsi si accontenta di meno? Il segno del tempo è un po’ un cambalache (si riferisce al nome del conosciuto Tango che in lingua lunfarda significa “scambio per cose di un valore minore,” in modo peggiorativo, tipo bazar o mercato rionale), giusto? E lo stesso un asino che un grande insegnante.»
Penso che sia una somma di cose, che ci sia una multicausalità, una questione sociale più generale che allude a tutte le discipline, e anche a varie culture. La cultura dell’immediatezza, del tutto veloce e del tutto facile, va contro tutto ciò che propone il tango. Oppure vuoi ballare il tango facilmente e velocemente, il che per me è un ossimoro; oppure l’apprendimento viene lasciato a metà a causa della mancanza di tolleranza per la frustrazione.
La cultura dell’immediatezza è contraria allo sforzo perché è contraria all’aspettativa che ogni processo di apprendimento implica. Ci si sforza in attesa di un risultato.
Ma lo sforzo è qualcosa di molto soggettivo, ed è lì che secondo me la formazione degli insegnanti di tango fallisce, sì? E lo dico con sufficiente cognizione di causa. Per insegnare, devi avere una profonda consapevolezza di ciò che stai facendo. E una conoscenza di come trasmettere quelle cose che magari per te erano naturali, o che ti sono state date in un certo modo, e chi hai di fronte ha bisogno che tu glielo spieghi in un altro. E questo per me ha a che fare con la formazione degli insegnanti, non con il tango, ma con gli insegnanti. Bisogna sapere tante cose, proprio come in qualsiasi altra disciplina. È pazzesco, solo che nel tango non si sia capito ancora.
«La figura dell’assistente, per come l’ho vissuta, ti permetteva di iniziare a insegnare con la supervisione di una persona più esperta che poteva risolvere ogni inconveniente. Si avviava la pratica, supervisionato. Oggi quella figura è parecchio scomparsa.»
Il problema è che nel tango finisci per insegnare per i motivi sbagliati: è molto difficile riuscire ad andare in tournée solo ballando. Oggi il ruolo che ti dà lavoro è quello di insegnante. Ed essere un insegnante perché il mercato ti spinge è sempre sbagliato per te (e per gli altri). Se non nasce come intenzione, motivazione e vocazione, è molto difficile dedicarsi a tutto ciò che significa essere insegnante. Perché per ballare ci sono cose che non sono necessarie, ma l’approfondimento e l’interrogatorio permanente non sono solo necessari, ma essenziali per insegnare. Non si può suonare a orecchio per insegnare. Oppure non si dovrebbe, per una questione di responsabilità, giusto?
La cosa bella sarebbe poter stabilire nuove fonti di lavoro. Mi piacerebbe diventare un produttore domani. Perché un altro marchio di quei tempi erano le grandi compagnie come “Tango Argentino”, “Forever”, “Tango Pasión”… I tour erano una forma di lavoro. Oggi sono una specie in via di estinzione. Ci sono ottime aziende che lavorano molto seriamente, ma è più difficile che vengano assunte.
E come è andato il ballet per te?
I nostri direttori ci hanno dato un obiettivo: in quattro o cinque mesi dovevamo formarci come ballet, perché saremmo stati l’atto di apertura di un ballerino classico molto noto in Argentina, Iñaki Urlesaga. Qualcosa di molto intelligente perché ci ha spinto tutti a impegnarci per renderlo un buon prodotto. La squadra ha lavorato molto bene e poi i direttori si sono appassionati, si sono entusiasmati di questo gruppo che lavorava al loro fianco, facendo le prove per sei, sette ore finché le cose non prendevano forma, e hanno deciso di creare una compagnia: Abrazo de Tango. Non c’è molta documentazione, perché facevamo tutto prima che esistessero le riprese di massa con i cellulari. Abbiamo fatto un tour in Cile e Brasile, tutto era molto tranquillo, di basso profilo, come lo erano loro, ma mi hanno dato un’ottima formazione: gli sarò sempre grata.
Membri della compagnia Abrazo de Tango.
E allora, eri già arrivata a Buenos Aires?
Nel 2003, con il mio compagno di tango -e compagno di vita all’epoca- Adrián Vallejos, siamo andati al primo Campionato Mondiale di Tango perché mamma, mia mamma, ci aveva iscritti e ci aveva pagato la settimana a Buenos Aires affinché potessimo andare per competere. È stata una piccola sorpresa. È stata un’esperienza molto intensa perché ha rappresentato l’inizio del confronto con altre realtà, con Buenos Aires: lo shock di entrare a Buenos Aires è sempre forte.
Non ci è andata male per essere il primo Mondiale. Arrivammo in finale, eravamo dodicesimi su trecento coppie circa. Ma la cosa più bella è stato incontrare tanta gente, ballerini stranieri e anche provenienti da diverse parti del paese, tanti milongueros, persone che purtroppo non ci sono più fisicamente, ma che ci hanno dato tantissimo; e, soprattutto, abbiamo conosciuto quelli che sarebbero stati i nostri prossimi maestri, Jorge Dispari e la turca María del Carmen, attraverso Javier e Geraldine. La mia direttrice di ballo, Marcela Vallejos, mi aveva detto: “Per come capisci il tango, il giorno in cui vedrai Geraldine Rojas cadrai a terra. L’adorerai. Quindi vai a cercarla.” Ovviamente, mi ha fatto impazzire. Geraldine era l’incarnazione di ciò che rappresentava il tango per me. Se avessi potuto realizzarlo su misura non sarebbe venuto così perfetto. E quello che trasmettevano con Javier in coppia ballando era una cosa straordinaria.
Sono diventati i miei riferimenti e, quando sono andati in tournée, l’ultima che hanno fatto insieme nel 2003, ho chiesto a Javier con chi potevo prendere lezioni e lui mi ha detto, senza esitazione, che dovevamo andare con Jorge e La Turca. Abbiamo fatto una privata con Jorge e abbiamo iniziato ad andare a tutte le lezioni di gruppo che loro facevano. Prima una volta al mese, poi ogni fine settimana. C’erano i miei “mecenati,” i santi dei miei genitori, che ci hanno preso e portato e, inoltre, sono venuti con noi alle milonghe. I miei genitori non ballano, ma tutta la milonga li conosce perché mi hanno sempre accompagnata.
Quando Jorge e La Turca fecero il loro primo viaggio internazionale, in Brasile – se ricordo bene era la fine del 2003 – e dovettero abbandonare le lezioni collettive, è lì che siamo arrivati noi. Questa opportunità è ciò che ci ha spinto direttamente a Buenos Aires.
Insomma, ormai erano loro assistenti.
Sì, dopo aver frequentato le lezioni praticamente tutto l’anno con loro. Fu amore a prima vista. La stessa cosa che mi è successa con Gerald, mi è successa con Jorge. La prima volta che l’ho visto ballare mi ha lasciato senza fiato, sembrava un inno al tango: quei piedi come pattini, quei “enrosques” perfetti, quelle “agujas” incredibili e con tale naturalezza.
E ho detto «Wow, è qui, voglio restare qui e voglio che il mio partner prenda questa strada».
E così è stato, anche se purtroppo devo dire che Adri – mio “marito”, come lo chiamo io – ha lasciato il tango professionalmente nel 2010. Quando abbiamo divorziato nel 2017, è tornato; anche se non con la stessa dedizione con cui l’avevamo affrontato insieme, ma sta tenendo alcune lezioni locali. Per me è un grande spreco, perché questo ragazzo è un patrimonio del tango.
Quindi abbiamo continuato a tenere le lezioni di Jorge e Turca, praticamente ogni giorno. Davano lezioni a La Ideal, il sabato pomeriggio, la domenica al John’s Bar in Plaza Dorrego, San Telmo, i martedì a Unitango, vicino a San Juan e Boedo (nessuno di questi ultimi due esistono più), mercoledì al Sin Rumbo. I giovedì dell’Antesana, una saletta divina a Villa Crespo. Il lunedì non lo so, il venerdì non ricordo. E così quello che desideravo da sei anni finalmente si era realizzato.
Yanina Erramouspe con María del Carmen Romero, La Turca, e Jorge Dispari alla milonga El Arrabal, di Roma.
Cosa ti resta di più dell’esperienza con Jorge e La Turca?
Per me loro hanno rappresentato grandi opportunità. Mi hanno dato opportunità che non avrei mai sognato nella mia vita. Innanzitutto perché se c’è una cosa su cui tutti i milongueros erano d’accordo è che erano una fabbrica di bravi ballerini di tango. Quindi condividere il tavolo con loro ti dava già una gerarchia, giusto? Per esempio, alle loro lezioni, poteva arrivare così di sorpresa un personaggio come il Pibe Palermo. El Pibe Palermo, per chi non sa di cosa sto parlando, è stato l’ultimo ballerino di canyengue, ma sul serio canyengue, della gente che ballava nell’era del cayengue, non quello che poi venne creato come movimento. Allora aveva 83-86 anni. Poter abbracciare un uomo con quella storia, capisci cosa intendo?
Un mercoledì – ricordo bene – andammo all’aeroporto a salutare Marcela Guevara e Stefano Giudice con la Sierra rossa di Jorge e, al ritorno, La Turca disse: “Ragazzi, andiamo a Sin Rumbo? Oggi è il compleanno di mio zio e voglio andare a salutarlo.” “Ma, Marita, guarda che aspetto ho.” “Non importa, vi portiamo a casa, e vi cambiate, non c’è problema.” Perché Sin Rumbo, per me, era rispetto, capisci? Non era a La Viruta, che mi permetteva di andare pure in pareo. Quella scacchiera dove erano passati i piedi che più stimo nel tango, non potevo andare proprio così. Alla fine, ci siamo cambiati i vestiti e siamo andati. “Senti, tesoro, almeno dovrai ballare con mio zio, ok? Perché è il suo compleanno e se vuole ballare con te, tu ci ballerai, ok?” Chi era lo zio? Gerardo Portalea. Insomma, mi sono ritrovata così, da un momento all’altro, a ballare «El Ingeniero» – che era il suo tango – con Gerardo Portalea, mi capisci? Ciò significava stare con Jorge e Turca, al di là dello straordinario tango di cui ti impregnavano.
«Non è che devi indossare un abito per la milonga, ma che devi vestirti bene… per l’occasione. Che oggi vai con i chupines e con le scarpe con la punta tipo Bob Patiño, non è male, perché è quello che oggi si usa per andare ad una festa importante, a quel tempo era lo elegante-sportivo. …Come diceva sempre Jorge Dispari, i vecchi davano lezioni gratuite; ma ti chiedevano di venire vestito con abiti eleganti, cercavano quel rispetto simbolico.»
D’altronde Jorge mi ha dato gli strumenti non solo come milonguera -perché non mi sono mai considerata una ballerina- ma, soprattutto, come insegnante. Era un Maestro nell’anima. Non insegnante, Maestro. Cercava ovunque la vena per spiegarti nel modo in cui avevi bisogno di quello che cercava di trasmetterti. Come insegnante, è uno di quelli di cui ho più impronta, e con grande onore. E ho seguito le lezioni con tutti, anche con colleghi molto più giovani, perché mi sembrava importante ascoltare quello che avevano da proporre quelli che erano i referenti di allora. Ma con Jorge ho sentito: “Resto qui. «Voglio assorbire tutto ciò che questa persona ha da dare.»
A quel punto hanno iniziato a fare esibizioni anche a Buenos Aires?
Il nostro debutto in una milonga di Buenos Aires è stato al Salón la Argentina, a El Arranque, che era una milonga nel pomeriggio. E la milonga che ci ha accolto a Buenos Aires è stata Porteño y Bailarín. La nostra prima esibizione in una milonga porteña «seria» è stata Porteño. Carlitos Stassi è un po’ come il nostro padrino. Dico sempre che le cose migliori -e quelle meno migliori- della mia vita di tango, mi sono successe a Porteño.
Porteño y Bailarín è sempre stata una milonga molto iniziatica. Carlitos è stato storicamente un uomo che ha dato a tutti l’opportunità di ballare e continua a farlo. Molti di noi abbiamo fatto la nostra prima esibizione a Porteño. Ho fatto la mia prima esibizione con Adri, la mia prima esibizione con Jesús (Velásquez), la mia prima esibizione con Leíto. Lì anche Leo (Ortíz) ha tenuto la sua prima esibizione con la sua compagna.
Porteño è un posto dove è molto facile sentirsi a casa. Per me ha una magia. E Porteño per me è Carlitos, un organizzatore che di tango se ne intende. Sceglie i suoi musicalizatori con molta attenzione. E anche questo manca, tanto, sia a Buenos Aires, sia nel resto del mondo, gente che conosca il tango.
E come sei diventata assistente di Carlos Gavito?
Nel 2004 avevamo creato una sorte di team con un’altra coppia di ragazzi, che erano Bichi e Bichina, Andrés Laza Moreno e Mariela Soledad Chávez. Andavamo ovunque insieme. E una sera che con Adri dovevamo fare un’esibizione al “Lo de Celia”, vennero loro a sostenerci, come facevamo sempre tra di noi, e dietro loro, arrivò Carlos Gavito con il suo entourage di milongueros dietro. Ero felice, perché io – come dicevo prima – molta paura e vergogna, non ne avevo mai avute.
Non ti ha scomposto minimamente?
Ah no, per me è stato un regalo. Un privilegio. Era sentirsi appoggiati, sostenuti, contenuti, lontani dal sentirsi richiesti. Invece il mio povero exposo (gioco di parole che uniscono tramite una contrazione le parole “ex” e “esposo” = marito) tremava fino ai capelli perché era più consapevole. Io no, ero strafelice. Ho ballato per lui! Stavo cercando di dargli quanto avevo. Per quanto mediocre potesse essere, volevo darglielo.
Finita la mostra chiamò me e Bichina al suo tavolo e ci disse che voleva aprire una scuola a Buenos Aires, che aveva bisogno di assistenti e che aveva pensato a noi quattro. Ci ha invitato a un suo seminario a condizione che assorbissimo concettualmente il suo stile quel fine settimana: impareremmo la prassi essendo i loro assistenti.
Con una pratica supervisionata, come dicevamo prima. Com’è stato lavorare con lui?
È stato un apprendimento accelerato a 360 gradi riguardo all’insegnamento e alla coerenza tra cosa significava essere un milonguero, come comportarsi in milonga e quello che si trasmetteva nelle lezioni.
Yanina Erramouspe con Carlos Gavito, come sua assistente nelle sue lezioni, a Mansion Dandi.
Che ricordo puoi salvare adesso, soprattutto di quel periodo con Gavito?
Soprattutto averlo conosciuto come essere umano in quella particolare fase della sua vita, al di là del personaggio.
E la pizzeria di Nelson, suo fratello. Il lunedì sera, quando finivamo le lezioni di gruppo, prendevamo la metropolitana e andavamo in pizzeria. Era “la previa” al Canning. Rimarrà sempre per noi come uno dei tesori più preziosi perché significava condividere con tutti i milongueros, ma fuori dalla milonga, valorizzarli, ascoltarli, ascoltare le loro storie personali, di vita, con il silenzio di una pizzeria, non il casino della milonga.
E allora, che c’ha di speciale ascoltare le loro storie personali?
È stato un privilegio, perché era un segno di fiducia, vederli completamente nudi, capire molto del loro tango. Di poter capire molto dal loro abbraccio.
Da quello che trasmettevano con il loro abbraccio, da cosa si vedeva dal loro ballo?
Di ciò che si sente e si vede, perché sono tante le cose che si vedono. Del loro comportamento in milonga, perché il significato che il tango ha avuto nella vita di ognuno di loro ha molto a che fare con il loro comportamento in milonga. La milonga come luogo sacro, come luogo dove non si tengono i «quilombos» (casini) –quilombos fuori-, come luogo per curare le ferite, come luogo di sostegno emotivo, come famiglia, come l’abbraccio di cui avevano bisogno proprio quella notte, e come luogo che ha permesso loro di essere il milonguero X.
«La milonga come luogo sacro, come luogo dove non si tengono i quilombos (casini) -quilombos fuori-, come luogo per curare le ferite, come luogo di sostegno emotivo, come famiglia, come l’abbraccio di cui avevano bisogno proprio quella notte, e come il luogo che ha permesso loro di essere il milonguero X.»
Come ti sei guadagnata quella fiducia? Che meriti avevi avuto? Ha a che fare con la serietà che hai dedicato allo studio del tango? E non mi riferisco solo alla tecnica, ma allo studio del tango come cultura.
Rispetto e amore. Anche la concezione simile del tango. Penso che quelle sono le cose che possono unire. O addirittura separare le acque. L’amore e il rispetto verso questa concezione che condividevamo del tango come cultura popolare e non come semplice ballo. Non prendere nulla alla leggera. Non dico di idolatrarlo, ma di averne molto rispetto e di trattare il tango con grande cura. E penso che ci sia stata anche la ricerca di iniziare a lasciare un’eredità, di passare il testimone alle generazioni future scegliendo qualcuno in particolare.
«Sono una milonguera, e sono una milonguera da prima che conoscessi il tango. È il luogo a cui appartenevo senza sapere che esistesse. La milonga mi ha dato il luogo dei miei sogni. La sensazione quando entrai in milonga per la prima volta è stata di trovare quel puzzle il cui pezzo mancante ero io.»
Perché un conto è credere che “il tango resterà sempre vivo”, ma il problema è come.
Esattamente. Un desiderio di perdurabilità, giusto? “Ho il mio tango da offrire, ed è così. Voglio passarlo a qualcuno, voglio trasmetterlo. E il modo è regalare questa sfera del mio tango a qualcuno. Bene, vediamo, chi? E perché?». Come se fosse stata trasmessa una password. Questa cosa della trasmissione orale e dell’importanza che ha.
Ma non nel senso di «Vediamo se meriti che ti trasmetta il mio segreto?», scavando nella conoscenza e rendendo l’accesso ad essa una riserva chiusa.
C’è una generazione intermedia, che non è quella degli anziani, che sentivano il bisogno di proteggere il loro segreto in modo molto meritocratico, e “decido io a chi lo racconto”. Una cosa molto settaria, se vuoi. E questo è avvenuto ancora di più con la distinzione tra argentini e stranieri. Chi dice che uno straniero abbia meno merito di un Argento quando esistono tantissimi argentini che sanno di tango quanto io di fisica quantistica, perché a loro non interessa? Si produce così una crepa che ci porta agli estremi di credere che possa esistere una concezione europea del tango e un’altra argentina. Potevo capire questa idea 30 o 40 anni fa, ma oggi con la globalizzazione e la democratizzazione dell’informazione, una divisione basata sull’origine mi sembra molto arbitraria e priva di fondamento.
Come diceva Troilo, il tango è uno.
Questi vecchi –sto parlando di Tete Rusconi, Gerardo Portalea, Nene Masci, Flaco Dani, Pupi Castello, tutti quelli che erano rimasti alla fine degli anni ’90, inizio anni 2000– quello che cercavano, in realtà , era garantire il rispetto e l’amore per il tango, prima di trasmetterlo. Come diceva sempre Jorge Dispari, i vecchi davano lezioni gratuite; ma ti chiedevano di venire vestito con abiti eleganti, cercavano quel rispetto simbolico.
«C’è una generazione intermedia, che non è quella degli anziani, che sentivano il bisogno di proteggere il ‘loro segreto’…, e «Decido io a chi raccontarlo.» Una cosa molto simile a una setta, (.. .) ancora di più con la distinzione tra argentini e stranieri. Chi dice che uno straniero abbia meno merito di un argentino quando esistono tantissimi argentini che sanno di tango quanto io di fisica quantistica perché a loro non interessa? Questo ha prodotto una crepa che ci sta portando agli estremi di credere che possa esistere una concezione europea del tango e un’altra argentina (…)
Come diceva Troilo, il tango è uno solo.»
Chiedevano un pagamento con rispetto, garantendo così il rispetto.
Esattamente.Credo che questo aggrapparsi allo squallido oggi sia perché il vestirsi bene per la milonga è stato tanto abusato che si crede che sia una cosa vuota. Non è che devi indossare un abito per andare alla milonga, ma che devi «vestirti,» questo è il concetto dietro quella cucciolata di vecchi, devi vestirti per l’occasione. Che oggi indossi chupines e scarpe con la punta tipo Bob Patiño, non è male, perché è quello che indossi oggi per andare a una festa importante. A quel tempo era lo elegante-sportivo. Sta a noi interpretare e spiegare queste tradizioni, affinché non siano viste come semplici attaccamenti.
È come… vediamo, l’argomento del “cabeceo”. Non è mettersi di fronte a una persona per cercare il contatto visivo…
No, questo è molestia
È che, per me, il primo problema è ridurre il cabeceo a un semplice movimento della testa. NO! Innanzitutto è necessario essere in connessione con la musica.
Perché dico che devi essere in connessione con la musica? Perché il cabeceo dipende da cosa ti succede con quella musica. Non ti può piacere o dispiacere tutto in modo uguale. E non sto parlando della realtà oggettiva che ci sono orchestre migliori di altre -e faccio attenzione a quello che dico-; parlo di una questione di gusto personale che si cresce con l’esperienza e con l’ascolto attento e attivo.
«Questo è il cabeceo: l’incontro reciproco di due persone che provano la stessa cosa riguardo a un particolare brano musicale. …bisogna fare attenzione a chi prova qualcosa di simile per quella musica e il cabeceo avviene molto facilmente. Non devi fare null’altro che girare la testa in quella direzione… l’incontro avviene subito.»
Ecco perché un’orchestra, o un tango, ti emoziona più di un altro in un dato momento.
Assolutamente sì, perché succede anche questo. Ci sono momenti in cui una cosa ti colpisce più dell’altra, ok? Allora, stando attenti alle proprie esigenze, si comincia a guardare la pista e ci si rende conto che ci sono persone che sentono quella tanda allo stesso modo. Quindi l’invito viene dal sentirsi in modo simile con qualcuno. Questo è il cabeceo, l’incontro reciproco di due persone che provano la stessa cosa riguardo a un particolare brano musicale. Perché se per quella persona fa lo stesso ballare un Malerba o un Troilo con te… (ride) -non potevo non permettermelo-… se per te non ha importanza, allora…
Vai a ballare con qualcun’altra! (ride) O altro!
Certo, perché se per te è lo stesso ballare una cosa che l’altra, probabilmente sarà lo stesso ballare con una che con l’altra persona. Sei a quel livello di incoscienza, che attraversiamo tutti, e vabene (conenfasi), ma arriverà un momento in cui una musica ti prenderà più dell’altra e, quindi, bisogna prestare attenzione a chi quella musica provoca qualcosa di simile e il cabeceo avviene molto facilmente. Non devi fare nulla, basta girare la testa in quella direzione… l’incontro avviene subito.
Queste cose per me sono fondamentali e basiche, eppure ogni volta che le spiego sembra che sto dando una grande rivelazione, e lì ti rendi conto che qualcosa non va. Se chi balla da più di dieci o quindici anni non le ha capite è perché qualcosa è andato storto con il canale. Io le ho imparate perché ho avuto persone che mi hanno preso per mano e me le hanno fatte capire. Ma, così come le ho avuto io, sarebbe necessario che tutti le avessero. D’altronde non confondiamo la scelta con la discriminazione. Non credo nell’andare d’accordo con tutti, non credo nel dire sì a tutto. Hashtag “boludeces» no (#cazzateno). Entriamo in pista per offrire qualcosa di molto valioso (che ha valore, non solo in senso di importanza ma anche di coraggio, come il valore cavalleresco) e prezioso: il nostro abbraccio.
La tua intimità va con il tuo abbraccio, i tuoi sentimenti, tutto.
Totalmente, è il tuo abbraccio con tutto ciò che significa. Quindi non mi sembra qualcosa che si debba dare a destra e a manca. È come il tempo, per me sono beni preziosi, non devi volerli condividere con tutti. Scegliere è umano, logico e naturale e non è discriminante. Ho tutto il diritto di dire di no, nel momento in cui mi viene in gana (“in gana” = “la voglia”) e per la ragione per cui mi vengono in gana.
Yanina Erramouspe e Leo Ortiz.
Non c’è nemmeno bisogno di spiegare. No perché no, punto.
No perché no, punto. Ma, e qui mi fermo, non occorre nemmeno essere altezzosi.
Ah no, trattar male l’altro, no. Siamo d’accordo.
Poiché ho visto il rifiuto in modi orribili, e non è una bella situazione, il rifiuto non è divertente per nessuno. Cerchiamo di non arrivare al rifiuto e, se dovesse succedere (a volte non c’è altro da fare), risolverlo nel miglior modo possibile. E chi di noi ha più esperienza ha maggiori responsabilità. Se ho ventisette anni di tango, ho la responsabilità di risolvere le cose nel migliore dei modi, sia dentro che fuori dal ballo.
«Se ho ventisette anni di tango ho la responsabilità di risolvere le cose nel migliore dei modi, sia dentro che fuori dal ballo.»
E secondo te, perché il messaggio non arriva o arriva storto?
Per me queste cose accadono ripetendo parole senza essersi presi il tempo di chiedere e interrogarsi. Non devi dare nulla per scontato, né credere di aver capito tutto, perché altrimenti sei fottuto, ripeterai un messaggio probabilmente vuoto di contenuto, o che non hai mai capito, solo perché è così e così te l’hanno detto.
Tornando alla storia, siamo arrivati dove eri tu con Gavito.
Parallelamente alle lezioni che abbiamo seguito con Jorge e La Turca, abbiamo seguito anche molte lezioni con Julio Balmaceda e Corina de la Rosa, anche loro insegnanti straordinari. La verità è che le loro lezioni erano molto divertenti, grandi sfide, perché avevano un livello abbastanza alto, quindi, anche quando cambiavi partner, incontravi sempre persone interessanti.
Nel 2003, al Campionato Mondiale, abbiamo conosciuto uno straordinario personaggio del tango, a cui ci tengo tanto, che è Fabián Salas. Quell’anno Fabián ci invitò a partecipare alla notte dei giovani del CITA. Siamo entrati al CITA con Julio e Corina, come assistenti loro durante il festival, il che ci ha permesso di seguire lezioni gratuite con tutti gli altri insegnanti. Cosa ho fatto? Ho seguito tutte le lezioni, tutte. E questo mi ha aperto anche un mondo: incontrare diversi insegnanti, un’altra idea concettuale del tango, vedere altri tanghi. Vedere persone di età superiore ai 50, 60 anni che non avevano mai fatto nulla con il proprio corpo, senza consapevolezza corporea, fare una lezione di Tango escenario, e vedere come Roberto “Cachorro” Reis li ha guidati in modo che il 98% delle persone raggiungesse il loro obiettivo. Questo è stato il primo che mi ha fatto impazzire e l’altro è stato Sebastián Arce, che in quel momento era completamente preso dal «Tango Nuevo«. Vedendolo come dal movimento più distillato e semplice ottenesse movimenti di complessità impressionante; e come -ancora- abbia guidato l’intera classe in quel senso. Ero interessata soprattutto nel vedere come insegnavano le persone perché ero già in quella sfaccettatura.
Nella fase di formazione come insegnante, o di scoperta della tua vocazione all’insegnamento?
Nella mia pratica di insegnamento, all’età di 17 anni, ho testimoniato come la giusta motivazione potesse far sì che alcuni ragazzi di 8, 9 anni di cui tutta la scuola si lamentava, -il gruppo di «indios» (modo peggiorativo de parlare dei gruppi casinisti, facendo un paragone con i nostri popoli originari aborigeni, «los indios»), gli veniva detto-, lavorassero molto bene, concentrati, senza far volare una mosca. Ciò mi ha fatto capire quanto sia potente il ruolo dell’insegnante. Ed è per questo che ho incorporato tutti gli strumenti possibili. Il master in Programmazione Neurolinguistica e la laurea in Psicologia avevano quella motivazione, perché per me non è solo un ballo, ma smuove molto a livello emotivo e mi sembrava importante essere all’altezza della situazione.
«Non devi dare nulla per scontato, né credere di aver capito tutto, perché altrimenti sei fotuto, ripeterai un messaggio che per te non ha mai avuto contenuto o che non hai mai capito, solo perché è così e così te l’hanno detto.»
E in questa ricerca di imparare tutto, di andare alla fonte, quando hai individuato il significato di andare in milonga? Cosa ti ha insegnato la milonga?
Con quale faccia posso trasmettere il tango sociale se non faccio parte del tango sociale? Questa è la mia prima domanda.
Ma se tu fossi una ballerina di Escenario, prenderesti in considerazione l’idea di non andare alla milonga?
E certo! Perche non c’entrerebbe assolutamente nulla con me… “se fossi una ballerina”, cominciamo da lì. Sono una milonguera, e lo sono da prima che conoscessi il tango. È il posto a cui appartenevo senza sapere che esistesse. La milonga mi ha regalato il luogo dei miei sogni. La sensazione entrando per la prima volta in milonga è stata quella di trovare quel puzzle il cui pezzo mancante ero io. Dove potevo vestirmi come piace a me, dove i tacchi non erano un problema, dove la… mi viene in mente il termine in italiano, accoglienza…
L’ospitalità.
Ecco! Quella ospitalità con cui ti accoglievano i milongueros, che per me oggi è anche una specie in via di estinzione -non i milongueros, ma l’ospitalità nella milonga- ti faceva diventare presto parte di essa. Non era necessario distinguersi perché ti sentivi a casa. Come mai? Perché quelle persone che già facevano parte della casa si prendevano il compito di aprirti le porte, di indicarti dov’era il bagno nel caso ne avessi bisogno, di chiederti se volevi bere o mangiare qualcosa, di condividere con te, di sorridere da lontano, per farti sentire che non sei strano, non sei mai strano in milonga. Penso, purtroppo, che questa sia una delle cose che manca oggi a quella che ho vissuto come milonga.
«Avere il “tuo” tavolo significa essersi guadagnato il diritto di essere trattato e rispettato come se fossi a casa tua. Da quello che dici – perché sei un habitué, perché frequenti lo stesso posto da venticinque anni, e per questo nessuno può toccarti il tuo posto, e ogni volta che sarai lì, quel tavolo ti apparterrà. Certo questo è un privilegio, la domanda è cosa scelgo di fare con quel privilegio che mi è stato concesso o che ho. Nel mio caso ho scelto di aprire la porta di quel mio piccolo spazio nella milonga, e accogliere le persone per farle sentire sicure, protette. Un’altra delle lezioni che i milongueros mi hanno lasciato in eredità».
Per me la milonga è diventata un ambiente troppo ostile. La milonga come ambiente, non una in particolare, oggi rende sempre più difficile sentirsi a proprio agio per chi non fa parte del mondo professionale. Perché credo, la mia ipotesi, che la questione della professionalizzazione del tango la abbia fatta diventare un po’ una vetrina, un luogo dove tante persone vanno a lavorare, cosa che prima non accadeva. Prima, i ballerini di Casa de Show lasciavano il lavoro e venivano a Sunderland perché gli piaceva, perché provavano piacere nel sentirsi accolti dai milongueros che erano felici che quei ragazzi che lavoravano con il tango venissero alla milonga, e li facevano sentire ciò… Non era un obbligo, era un piacere.
Jorge Dispari e María del Carmen Romero, «La Turca», in Porteño y Bailarin.
È ancora possibile recuperare quella ospitalità?
Non si può far finta che tutto sia come prima, ma ci sono cose essenziali che si potrebbero mantenere, in primo luogo perché sono funzionali – e insisto sul tema del cabeceo -, e in secondo luogo perché rendono la milonga magica – quell’odore mistico, che ad un certo punto ha attirato la nostra attenzione.
Oggi mi considero in quel ruolo perché mi piace, me ne faccio carico e lo difendo fino alla morte. Il ruolo della milonguera che accoglie la milonga. Posso farlo a Roma e Buenos Aires, perché per me non è il luogo fisico che mi fa sentire uno del posto, ma l’esperienza e il fatto che vado a qualsiasi milonga del mondo e trovo qualcuno che mi conosce. Non per essere una ballerina famosa o campionessa di qualcosa, ma per essere qualcuna che ha sempre difeso gli standarti del tango.
«Se persone che ballano da più di dieci o quindici anni non le ha capite è perché qualcosa è andato storto con il canale. Io le ho imparate perché ho avuto persone che mi hanno preso per mano e me le hanno fatte capire. Ma, così come le ho avute io, sarebbe necessario che tutti le avessero.
…Se c’è qualcosa che hanno fatto i milongueros, è stato costruire la milonga, sostenere la milonga, finanziare la milonga.»
Chi potrebbe interpretare quel ruolo? Quello che va alla milonga da più tempo?
Vediamo, per ricoprire questo ruolo è necessario qualcosa di molto speciale e questo è, come dicevamo prima, il rispetto e l’amore per il tango in tutti i suoi aspetti, non il tango come mezzo di lavoro. Il problema, per me, è che la professionalizzazione del tango ha fatto sì che questo aspetto venisse un po’ lasciato da parte, come se fossero cose che non possono andare di pari passo; ma, al contrario! dovrebbero andare di pari passo. Diventare un professionista non è solo frequentare un corso di tecnica. La musica la devi conoscere, ci vuole la conoscenza storica, perché se non la conosci ci sono tante cose che non capisci e tanto meno riesci a trasmettere.
Non capisci in termini di stili, in termini di…?
Per quanto riguarda il modo in cui vengono eseguiti i movimenti, una cosa così basilare, non riesco nemmeno ad arrivare allo stile. In altre parole, tutto ciò che viene fatto nel tango ha una spiegazione logica e di buon senso. Se non sai da dove è iniziato, non lo capirai mai.
Quindi, il padrone di casa, o la padrona di casa, dovrebbe essere qualcuno che ama il tango.
Per prima cosa devi sentirti a tuo agio nella milonga, e questo è un problema. Quante persone conosci in questo momento che si sentono a casa nella milonga? Con questa scusa che «la milonga non è più quella di una volta, non trovo piacere ad andarci…» a Buenos Aires sono tanti i personaggi noti della scena che non hanno mai messo piede in una milonga , che vanno solo quando devono fare qualche esibizione e nient’altro. E quelli dopo sono i primi a lamentarsi che la milonga non è più quella di una volta. Ma se non vieni alla milonga come diavolo vuoi che sia un po’ quello che era? Se c’è qualcosa che hanno fatto i milongueros, è stato costruire la milonga, sostenere la milonga, finanziare la milonga. Capisco che ci siano molte persone che non possono pagare il biglietto ogni sera, ma siamo sinceri, quanti ballerini professionisti pagano per la milonga? Allora con che faccia lavori a qualcosa che non sostieni da nessun punto di vista? Né a livello di ciò che trasmetti, né a livello economico, né altro. Per me, c’è impunità! (con enfasi) quando si può lavorare sul tango senza conoscerlo, il che è terribile.
Yanina Erramouspe musicalizza.
E quali altri codici manterresti per rendere la milonga la casa di tutti?
Le milonghe che se la tirano di tradizionali, e che in realtà non lo sono, tirano fuori il peggio di me. Sono rigide, non tradizionali. Per me sono l’anti-tango. Le milonghe tradizionali non sono mai state rigide. Le milonghe tradizionali erano naturalmente inclusive, aperte a tutti e te lo facevano sentire.
Perché era un ritrovo sociale, di una comunità, di un quartiere, di amici, di famiglia.
E perché una donna cinese poteva venire da sola e sentirsi ben accolta. Poteva venire una coppia gay e sentirsi ben accolta. Chiunque sarebbe potuto venire e sarebbe stato ben accolto.
«Le milonghe tradizionali erano naturalmente inclusive, aperte a tutti e ti lo facevano sentire.»
Il tavolo, per me, è uno dei problemi che vedo in molte milonghe, soprattutto in alcuni posti d’Europa. La mancanza di tavoli. Con la mancanza di tavoli, non fai altro che incoraggiare la competizione per chi fa più tandas, perché non hai un posto dove socializzare, un posto dove chiacchierare se non balli. Si genera uno spazio di gare per vedere “quante tande faccio a notte”. Non mettendo tavoli si toglie il luogo della socialità.
Ciò che accade è che si ritiene che la tavola sia un simbolo di gerarchia e privilegi.
Quello ai festival, con il tavolo dei professori. Questa è una tabella gerarchica. Quello è un tavolo a cui tutti guardano, non solo con rispetto, ma con eccessiva ammirazione, quasi idolatria, verso persone che, se le avessero incontrato in milonga e non sapessero che erano fulano (“fulano” = il tal dei tali), non li avrebbero manco notati.
«Uno dei problemi è la mancanza di tavoli. Quello che viene incoraggiato così, è la competizione per chi fa più tande, perché non hai un posto dove socializzare, un posto dove chiacchierare se non balli.»
Anche al di là della milonga, in Argentina, in qualsiasi ristorante, il tavolo è sempre stato riservato al cliente abituale, a riconoscimento che lui è sempre lì, per farlo sentire a casa.
Completamente. Avere il tuo tavolo significa essersi guadagnato il diritto di essere trattato e rispettato come uno di casa. Da quello che segnalavi, perché sei un cliente abituale, perché sono venticinque anni che frequenti lo stesso posto, ed è per questo che nessuno può toccare il tuo posto, e finché sarai lì, quel tavolo apparterrà a te. Naturalmente questo è un privilegio, la domanda è cosa scelgo di fare con quel privilegio che mi è stato concesso o guadagnato. Nel mio caso scelgo di aprire la porta di quel mio piccolo spazio nella milonga, e di accogliere le persone per farle sentire sicure, protette. Un altro degli insegnamenti che mi hanno lasciato in eredità i milongueros. Vedi perché ti dico che il messaggio fallisce, si perde e arriva il telefono senza fili rotto? No, no, no, gente, andate seriamente al milonguear e capite. Non si può parlare di qualcosa che non si conosce bene. Il problema è che ogni volta la gente ha meno milonga che ore di volo.
Altro tema molto dibattuto oggi. Il ruolo «di chi lo porta«, e ancor più che sia l’uomo ad avere quel ruolo «attivo«, lasciando la donna in un luogo «supposto» passivo, quasi come una scopa.Come era prima? Era così? Il tango queer propone addirittura che nessuno lo indossi.
Né un estremo né l’altro, perché in ogni cosa ci vuole equilibrio. Sai che se c’è qualcosa che condivido sempre dalla mia esperienza con i milongueros, è che non erano dittatori, né ti sballotavano secondo l’immagine che ne vendono adesso. Era un vero dialogo, né la milonguera era passiva – il che non significa che cominciasse a fare cose stupide -, né il milonguero diceva «fai quello che dico, tesoro, e basta» e se non lo facevi ti spaccavano la schiena. Non è stato così, non l’ho vissuto io così, e posso darti elementi tecnici specifici del perché non è stato così. Posso fartelo vedere in un video o sul corpo. Ci poteva essere più di uno (che non facevano le cose bene intendo)? Certo, ma erano violenti anche fuori dal tango, lo erano nel tango come nella vita. Gli altri, che erano gentiluomini, ballavano come tali. Erano uomini che giocavano molto con l’energia che la donna restituiva loro, perché ascoltavano molto il corpo di chi avevano di fronte. Portalea era un campione in questo. Se guardi il suo ballo, vedi l’ascolto permanente dell’energia del corpo dell’altro e come la usava, come l’Aikido. Il modo in cui sfruttava l’inerzia per il movimento successivo era il segno distintivo del ballo Portalea.
Ci è rimasta qualcosa in cantiere della tua carriera? C’è qualcos’altro che vuoi dire che non hai raccontato, della tua storia o di tutte le altre cose che fai, studi?
Mi restano due tappe molto importanti nella mia vita professionale. Una è aver lavorato a La Cumparsita tra il 2006 e il 2007 circondata da immensi cantanti con carriere enormi, tra cui vorrei evidenziare Alberto Podestà, Juan Carlos Godoy e Marcela Ríos. Quel posto traboccava di tango in ogni angolo e mi ha fatto capire quanto riuscivo a godermi il tango anche in un ambito completamente diverso dalla milonga, risvegliando in me una nuova passione: quella di andare ad ascoltare cantanti dal vivo.
La seconda tappa importante avviene nel 2005, quando Seba Achaval e Roxy Suárez ci hanno chiamato -conosciamo Seba da tempo immemorabile perché è di Azul e abbiamo condiviso la compagnia Abrazo de Tango- per poter fare una sostituzione nella scuola di Carlos Copello. Quello è stato un percorso a senso unico. Alla fine, abbiamo lavorato alla scuola Copello per cinque anni, sostituendo prima i ragazzi (Sebastián e Roxana). All’inizio, come spesso accade, molte persone sono scomparse. Di quaranta o cinquanta persone sono rimaste tre. Ma la scuola, e per scuola intendo tre persone che sono state coloro che l’hanno sostenuta -Carlos, Miriam e Maxi- ci ha sostenuti dall inizio. E quando i ragazzi tornarono, avevano di nuovo una classe che potevamo essere fieri di ridare loro, tra le quaranta e le cinquanta persone. Poi i Copellos ci hanno suggerito di restare a capo della lezione di milonga. E così siamo rimasti come personale fisso. La verità è che ho solo parole di gratitudine per queste tre persone. Anche quando Guillermo Boyd, direttore del ballet municipale di Tandil e della compagnia Abrazo de Tango, ci ha invitato a fare una stagione come insegnanti in Giappone, la scuola ci ha aspettato per sei mesi. E quando Adri ha smesso di ballare, loro tre sono stati i primi a prendere il telefono e a dirmi: «Yani, quello che vuoi». Sono rimasta senza nulla, non sapevo cosa diavolo fare della mia vita. Ho provato a lasciare il tango, ma non ha funzionato. Quelle cose stupide che tenti in momenti disperati… Ho cominciato a studiare. Così la crisi esistenziale di Adri mi ha portato a laurearmi in psicologia.
Un’altra persona che fu tanto brava con me in quel periodo fu Virginia Pandolfi, che mi chiamava ogni volta che aveva bisogno di una sostituzione. Proprio come Diego Mohammad, che insegnava con Stellita Misse, e quando aveva bisogno di un sostituto mi chiamava sempre. Abbiamo anche fatto alcune esibizioni con Jesús Velázquez. Ricordo che in un omaggio al Jefe (Carlos Gavito) che Carlitos Stassi gli fece, Adri disse di no e io dissi a lui “Non mi interessa, Carlitos, ballerò con chi vuoi, ma voglio esserci. fai te» Giorni dopo ho ricevuto un messaggio: “Conosci Jesús Velázquez?” «E sì… mi suona familiare da qualche parte.»
Come che hai provato a lasciare il tango? Come ti è venuto in mente di poter lasciare il tango?!
Professionalmente, eh, sempre parlando professionalmente. Ho provato a smettere di insegnare, di espormi come ballerina, di creare contatti… praticamente sono andata in depressione. Sono stata tre giorni senza andare in milonga e non riuscivo ad alzarmi dal letto. Ed è stato lo stesso santo del mio “ex marito” a dirmi: “Non posso vederti così, vai alla milonga, per favore”. E ho iniziato ad andare da sola. Mi è bastato mettere piede nella milonga per schiarirmi di nuovo la testa e dire: “Il tango è parte di me, manco volendo potrei farlo andare via da me. Non riesco a smettere di andare alla milonga. Questo è fuori discussione, perché senza la milonga morirei”. «Appassisco come un fiorellino»: questa è stata la frase che ho detto.
Yanina Erramouspe e Leo Ortiz, a Belgrado, Serbia.
E come sei arrivata a questo presente in cui balli con Leo Ortíz?
Jorge e La Turca annunciarono che daranno l’ultima lezione perché andranno a vivere in Italia e allora abbiamo deciso di andare con Adri a salutarli. Eccedenza maschile, come al solito avveniva nelle classi di Jorge. Cambio partner, cambio partner, Charlie, un amico inglese, si avvicina: «Vieni, bionda, balliamo». “No, aspe’, questo ragazzo è seduto qui da quando è iniziata la lezione, non ha nemmeno fatto l’esercizio. Fammi provare con lui e poi balliamo.» Facciamo un esercizio di camminata. Ci sono voluti due passi e sono uscita da dietro la sua spalla e ho detto a Jorge: “E questo, da dove viene? Dove hai nascosto questo pezzo di bestia? Come cammina!» «Eeeh ragazza, questo è Leo Ortiz, il mio studente di San Juan.» C’è un segno distintivo di Dispari nel modo in cui camminano i suoi studenti maschi: quell’impronta di elefante, quella densità.
D’altronde Leo dice che quando mi sono piazzata davanti a lui, ha pensato: «Madonna Santa, non riuscirò a spostare questa donna nemmeno tra mille anni». Perché quando mi metto davanti c’ho questo atteggiamento un po ‘: «Vediamo cosa fai con tutto questo.» Ma invece, lui si ritiene sorpreso per il risultato: “Respiravo a malapena e lei si muoveva con me. Non potevo credere quello che sentivo”. Abbiamo fatto due passi e lui ha cominciato a urlare verso il Dispari. Ho detto: “ho fatto un casino!” E no, ha cominciato a parlare bene di me. Eravamo entrambi colpiti…
Abbiamo fatto la nostra prima esibizione, proprio a Tandil, guarda come sono le cose, undici anni fa, perché mi chiese di accompagnarlo quando non aveva la compagna, e da allora non ci siamo più separati con Ortíz. Possono passare tre mesi senza vederci e fare un’esibizione come se niente fosse. Non abbiamo mai fatto una prova in undici anni che ci conosciamo. Entrambi concepiamo che il tango sociale non abbia la necessità di prove. Cosa molto diversa per una coreografia. E visto che abbiamo gusti musicali molto simili, tutto è molto semplice. Inoltre, il mio compagno, al di là dell’impronta di elefante che ha, ha un abbraccio di una onestà emotiva che non credo di aver mai sentito in nessun altro essere al Mondo.
E come sei arrivata in Italia?
Nel 2016, grazie alla combinazione di un viaggio di famiglia e al fatto che il mio partner lavorava già nel nord Italia, abbiamo organizzato lì un mese di lavoro. Dal momento in cui sono atterrata a Roma, ho capito che c’era un amore molto più profondo per quella città. Fino ad allora, avevo sempre desiderato tornare a Buenos Aires. Roma stessa ha una magia molto speciale, non per niente viene chiamata la “città eterna”, chi ha camminato per Roma di notte sa di cosa sto parlando. E a mia volta mi sono imbattuta nel tango romano e, a dire il vero, sono rimasta sorpresa dal livello che c’era, dalla conoscenza delle persone, e mi sono piaciute molte milonghe perché hanno una costituzione molto simile a quella che penso dovrebbe essere una milonga. Questo mi è successo a Roma, a Napoli e ad Atene. D’altronde avevo la nazionalità italiana e questo mi ha aiutato molto.
Yanina Erramouspe a Roma.
E perché metti musica?
La verità è che la musicalizzazione è nata per me come un gioco per mano di Carlitos Stassi, sempre Porteño ai miei inizi, ho continuato a farlo sporadicamente nelle milonghe di persone care, grandi organizzatrici che si sono fidati di me come Marithé Luján, Mónica Parra e Lorena Garcia. E a Roma mi è stata data una grande opportunità quando, come sempre mi lamentavo della musica, Patrizia Messina mi ha detto: “E perché non suoni te?” E così cominciai a mettere regolarmente musica al Caffè Letterario, sotto l’amorevole tutela del mio maestro Jorge Dispari, il quale con il suo acido senso dell’umorismo e il suo modo paterno di insegnare, stava plasmando una nuova professione che oggi mi apre opportunità non solo in tutte le milongas romane, ma in eventi in tutto il resto d’Italia e d’Europa.
Un’ultima domanda. Cosa definisce una milonguera?
Le milonguere con cui sono cresciuta erano donne tostissime, per niente sottomesse e che avevano sempre ben chiaro che erano loro a dettare come venivano gestite le cose in milonga. La milonguera per me era una donna molto forte che oltre ad accoglierti ti spiegava come veniva gestita la milonga, ti dava chiaramente le regole del gioco. Ciò ti permetteva di entrare attraverso la porta grande. Mi hanno detto fin dall’inizio con chi avrei dovuto ballare e chi no, e perché. E quando nell’ambiente c’era uno stronzo, veniva escluso da tutte. Le donne non hanno detto MAI sì per disperazione, neanche una di loro. Quindi il tizio in questione o imparava a comportarsi bene e a ballare o scompariva dall’ambiente. E, in ognuno dei casi, si favoriva il tango. Oggi provo, con un altro stile, a creare questo spazio tra donne -che implica alcune regole- che permette di erigere un muro quando si presenta qualche idiota, cosa che oggi ci vorrebbe piu che mai..
Una comunità e comunione con le altre donne per prendersi cura l’una dell’altra.
«…I milongueros non erano dittatori, né ti sballotavabano come vengono venduti adesso. Era un vero dialogo, né la milonguera era passiva – il che non significa che cominciasse a fare cose stupide -, né il milonguero diceva «fai quello che dico, tesoro, e basta», e se non lo facevi ti spaccava la schiena…. Erano uomini che giocavano molto con l’energia che la donna restituiva loro, perché ascoltavano molto il corpo di chi avevano di fronte.»
Flavia Mercier con Yanina Erramouspe alla Galleria Umberto I di Napoli, durante uno dei vari colloqui avuti per questa intervista.
Vuoi dire qualcos’altro per chiudere?
A me interessa particolarmente mettere a fuoco una cosa: non puoi essere un buon professionista senza essere una brava persona. Lo estendo a qualsiasi disciplina.
Penso che sia molto importante cominciare a considerare la formazione professionale degli insegnanti di tango un po’ più seriamente, e non prenderla così alla leggera. E rompere con l’idea che lo straordinario ballerino possa essere un buon insegnante, perché non c’entra niente. Puoi essere un ballerino mediocre e puoi essere un grande insegnante, e può anche essere il contrario. Possono andare di pari passo? Sì, senza dubbio ci sono ballerini che sono stati straordinari e grandi maestri, ne ho già citati alcuni.
Grazie mille Rubia, è un piacere imparare e apprendere così tanto tango con te.
Derrida diceva che l’ospitalità è incondizionata oppure non è ospitalità. Quella qualità di far sentire le persone a casa, che implica, quindi, che venga offerta a chi di casa non lo è. È conosciuta come l’etica del deserto, secondo la quale siamo tutti nomadi che si fermano e dimorano in certi luoghi -o si fermano in certe dimore- per puro caso, ovunque la strada ci abbia portato. L’etica dell’ospitalità fa spazio alla radicale arbitrarietà del caso dove nessuno è proprietario o padrone di alcuna casa, ma ricevo l’altro purché riconosca me stesso come colui che potrò essere domani. Non si è ospitali aspettandosi qualcosa in cambio, ma piuttosto consapevoli dell’arbitrarietà dello status sociale delle persone.
L’ospitalità scivola nell’ostilità quando l’hospes –lo straniero trattato come un ospite– viene visto come l’hostis o lo straniero nemico. Quando si smette di vedere l’altro, in termini generali, come degno di ospitalità, si passa all’ostilità perché l’altro si mette in agguato. Per questo motivo l’ospitalità non ha nulla a che vedere con la tolleranza e per questo quest’ultima è scarsa per consentire la convivenza. Tollerare già dice qualcosa che non è accettato dall’altro, ma è sostenuto perché la moralità lo impone. In questo caso, ciò che è diverso dall’altro è inquietante, sia esso il vulnerabile, il povero, l’immigrato o il rifugiato -parola che di per sé implica già menomazione-.
Quando si teme l’altro, non lo si ospita più ma si tenta di domarlo, di fargli accettare le nostre condizioni, o di esprimersi con tutte le radici culturali di chi “fornisce” asilo. Allo stesso modo, ciò avviene nella milonga quando si tenta di mantenere rigide le consuetudini, tanto che la tradizione si trasforma in rituale, verso una ritualizzazione senza spirito.
Affinché la milonga possa tornare ad essere un rifugio dalle miserie quotidiane, come quello di cui parla Yanina, come quello che rappresentava per i milongueros, è necessario ritornare all’ospitalità allo stato puro. Abbandonando certe pratiche meritocratiche per accedere alla conoscenza del tango, poiché dividono la milonga in piccole roccaforti settarie in cui coloro che hanno trovato così difficile inserirsi nella cerchia intima, diffidano di tutti i nuovi arrivati. Se ognuno avesse davvero il “suo” posto, ci sarebbe posto per tutti.
Quando, nella conversazione con Yanina, ci preoccupiamo della perdita di una certa concezione della milonga e della visione del mondo del tango come cultura popolare, ciò che stiamo rivalutando è una certa etica o modo di vedere la vita che fa parte anche dell’Argentina. La moneta dell’ospitalità era la «gauchada», quel dare senza aspettarsi nulla in cambio, segno notevole di generosità. E quando i milongueros parlavano di codici, o si definivano persone con codici, si riferivano soprattutto alla reciprocità di fronte a la gauchada e all’ospitalità. «Oggi per te, domani per me.» In tempi come quelli attuali, in cui la moneta corrente è la “guachada” (ossia un gesto vile dettato dall’interesse personale) anziché la gauchada, varrebbe la pena coniare vecchie usanze ormai obsolete.
D’altro canto, come hanno dimostrato rinomati antropologi come Claude Lévi-Strauss, le società chiuse muoiono. Molto probabilmente, se il tango non fosse diventato internazionale, non sarebbe rinato con la forza che ha avuto negli ultimi tre decenni; addirittura, forse, non sarebbe sopravvissuto. Sarebbe quindi necessario fare spazio a quelle nuove idiosincrasie che sono arrivate al tango dalla mano di altre culture e nuove tribù, perché alloggiano il tango nel loro seno sentendo la stessa passione.
El sol finalizó su función. La luna alumbra las sillas que esperan a la vera de un patio en el que la vida fue río y a veces rió. A un lado, una regadera de zinc descansa junto a una maceta cargada de malvones. Acomodo las sillas. Acerco una mesa redonda de patas de hierro y tapa de cerámica. No sé si sus dibujos son azules o la nocturnidad bañada de luna tiñe todo de ese color. Me siento y espero.
En el fondo, una parra trepa uvas por una columna y se extiende por unas guías de pared a pared. Frondosa como un toldo natural protege del sol los mediodías de verano. Debajo, duerme una mesa y un banco de madera largos y unas sillas apiladas.
Sentada, en penumbras, cierro los ojos y abro mi alma a los ecos de otros tiempos. El cuerpo hace de caja de resonancia. Se escuchan risas, cantos, guitarras, discos un poco rayados y aplausos que vienen de otros patios a los que se entra sin necesidad de golpear. Ecos que escriben en la pizarra de la noche una partitura de estrellas, para una nueva función. Otro invitado viene a contarme cómo lo hizo, cómo lo soñó.
No es casual que elija un patio para recibir a los artistas.
El patio fue escenario de la nena que actuaba frente a primos y abuelos, cuando una sábana que su madre colgaba de la parra hacía de telón.
En esas baldosas quedaron las huellas de los primeros zapateos que aquel, que aún ni soñaba con ser bailarín, aprendió jugando con el abuelo.
Un caño de bronce enverdecido, todavía amurado a la pared, evoca las heridas de esos pies que soñaban vestirse de punta aunque la alcancía estuviera vacía.
Los jazmines que perfuman la medianera fueron testigos de los primeros pasos al ritmo del 2×4 de la niña abrazada a su papá.
El patio fue la sala de ensayos donde él sudó ilusión, bajo la atenta mirada de la madre que pespunteaba de amor y orgullo sus trajes.
De las sombras en los rincones del patio, que tanto le asustaban, otro niño imaginó personajes que hoy pueblan las historias que escribe.
En el patio muchos hicieron sonar los primeros acordes de una guitarra. Aprendieron a bailar, a cantar, a pintar, a actuar. El patio da cuenta del arte como suelo donde apoyarse para ganarse la vida, incluso otra que la predestinada por la novela familiar o por un exterior de puertas cerradas.
Un suelo que sujeta en la caída cuando el vacío que hace lugar al deseo se vuelve abismo. Con el arte, una intensa sed de vida puede darle forma a un vaso o el fuego de un ansia eterna forjar el cincel que esculpe la roca, torciéndole su destino de lava.
El arte es punto de apoyo en el que la potencia doblega la resistencia. El artista rasga el cielo con su voz o su instrumento y lo divino baña la tierra haciéndola fértil; pone en danza lo que de otro modo daría vueltas siempre en el mismo lugar.
El patio era el lugar de la mesa larga donde se juntaba a comer la familia y los amigos. Lugar de encuentro y recalada. Lugar para “irse por las ramas” de la parra, sentados bajo su sombra. Tardes y noches filósofas en las que se ideaban desde las puestas en escena hasta la vida misma.
El patio dice de nuestras formas de vivenciar los afectos, costumbres cuyos rastros remontan a las tierras de nuestros abuelos; y, en ese sentido, representa un lugar común que aloja “lo común” que hermana a artistas y pueblos.
“Patio de Artistas” como lugar muy nuestro que los cobija, es razón del nombre de una revista que quiere ser, ante todo, un espacio de escucha a los artistas. Con “entre-vistas” en las que puedan dar a ver más allá de las palabras. Un tapiz donde, entre preguntas y respuestas, se hilvane cómo se hizo la “a-puesta” en obra. Un espejo cuyos reflejos puedan iluminar el andar de aquellos que hoy juegan en el patio.
Como un foco ilumina el centro de un escenario cuando espera al artista, un haz de luna que se cuela entre las hojas de la parra alumbra el centro del patio. El barrio está tranquilo, un perro ladra a lo lejos. Un vecino escucha tango. La voz rasgada frasea como ninguna: “Uno busca lleno de esperanzas, el camino que sus sueños prometieron a sus ansias…”. Llega mi invitado. Entra sin golpear. Enciendo una guirnalda de luces que bordea la cornisa del patio. Le doy un abrazo y nos sentamos a conversar.
Se podría definir a Yanina Erramouspe como bailarina de tango social, aunque ella no se reconoce como tal sino como milonguera, desde una concepción en la que la milonguera no solo es la que baila tango sino la que hace de anfitriona en la milonga. Milonguera de sentimiento, es también docente por vocación y convicción. Se formó en ambos roles al lado de algunos de los más renombrados milongueros y maestros tangueros como Jorge Dispari y María del Carmen Romero, la Turca, Carlos Gavito, Julio Balmaceda y Corina de la Rosa. Tiene, además, en forma complementaria a su formación docente (del cual tiene el título de maestra de bellas artes), el título de psicóloga que ejerce hace unos años. Divertida, franca, filosa, sin pelos en la lengua, con toda la historia, más que a su espalda, en sus pies, Yanina nos regala una entrevista que es un tributo al tango.
Yanina Erramouspe con su compañero de baile, Leo Ortíz.
Hola, Yanina, como introducción, te cuento: el objetivo final de todas las entrevistas de Patio de Artistas es intentar explorar el deseo del artista. ¿Por qué alguien que se dedica a alguna vertiente artística sigue, a pesar de todo, contra viento y marea? ¿Qué hizo que no abandonara en el camino? Porque vos podrías haber llegado de casualidad -como muchos me dicen “no sé, yo empecé a bailar de chiquito porque me llevó mi mamá”-, y, sin embargo ¿por qué nunca dijiste hasta acá llegué?
Entonces, para empezar, contame, ¿cómo fue que llegaste de Tandil a Buenos Aires, y al tango?
Cuando tenía 14 años, yo estudiaba en un colegio de arte: el Centro Polivalente de Arte de Tandil. Ya de por sí la veta artística te predispone de otra manera…
¿Era tu colegio secundario, o era un instituto en el que hacías arte después del colegio?
No, era el secundario. Durante la mañana se dictaba el bachiller y a la tarde los talleres artísticos. Había tres orientaciones: cerámica, música y bellas artes. Yo elegí bellas artes. Fue una de mis maestras del bachiller, la de música, Marta Larrondo, la que trajo el tango a mi vida. Ella había empezado a bailarlo y se le ocurrió dar un taller los sábados por la mañana. Viste que cuando empezamos a todos nos agarra ese entusiasmo y queremos contagiar. No era obligatorio, pero como toda la vida me gustó bailar, la verdad es que me encanta moverme en general, dije: “Vamos a probar”. Y fue un camino de ida.
Cuando se formaron tres o cuatro parejitas, y mi profe vio que sus límites eran superados, trajo a otra persona a dar clase.
Tuvo la generosidad de redoblar la apuesta.
La humildad, cosa que mucha gente no tiene. Eso de decir, “bueno, hasta acá llegué yo, no sé más, te llevo con alguien más experto”, debería ser una cláusula sine qua non en los docentes. Pero, bueno, no estaría pasando… En el tango hay muy poco de lo que nosotras como psicoterapeutas llamamos derivación.
¿Necesidad de ganarse la vida o dificultad para reconocer que otro sepa más?
No creo que sea un atenuante el hecho de hacerlo por necesidad, porque si vos te ves empujado a dedicarte a algo que no sabés, ponete a estudiar. “Grandes dones conllevan grandes responsabilidades” decía el tío de Peter Parker en Spiderman. Porque, si realmente querés laburar con esto y querés usufructuar de esto, lo mínimo que podés hacer es una pequeña inversión.
Justamente, una de las cosas que más se alega es “No tengo plata para tomar clases.”
Mirá, el tango está lleno -y esto lo digo con conocimiento, mucho conocimiento de causa- de gente capaz de compartir su gran conocimiento y no por un rédito económico. Hay grandes maestros que han dado clases gratuitas toda su vida a gente que no tenía recursos y que nunca los reconoció, nunca les dio ni siquiera un mínimo de reciprocidad.
«El problema es que en el tango se llega a dar clases por motivos equivocados: es muy difícil poder irse de gira solamente bailando. Hoy el rol que te da trabajo es el de docente. Y ser docente porque el mercado te empuja, es siempre equivocado para uno. Si no te nace como intención, motivación y vocación, es muy difícil que uno se vuelque con todo lo que significa ser docente.»
Entonces tu profe de música trajo a una maestra con más formación ¿y?
Marcela Nicolini, tenía otra veta: ella quería formar profesionales y más cuando vio tanto pendejo interesado. Fue un shock. Ella era bailarina clásica -en esa época -año 95, 96, era muy frecuente que las bailarinas partieran de la danza clásica y los hombres del folclore-. Después, uno de los chicos del grupo me propuso entrar a la peña “El Cielito”, a la clase de Darío Porta, muy conocido en Tandil entre esa generación porque fue de los que más se ocupó de entrenar pibes. Como yo era la única niña, con 15 añitos, fui con mi papi. El santo vino a hacerme el aguante en mis primeras clases.
Entonces empecé a ir a lo que parecían milongas. En ese momento, la milonga en el interior todavía no tenía pinta de milonga. Hoy hay lugares que sí, veintiséis años atrás, no tanto. Eran generalmente restaurantes o bares que prestaban su salón para que hubiera un ratito de música de tango. Muchas veces en vivo, ni siquiera eran grabaciones. Un teclado y, con suerte, un bandoneón.
A todo esto, en forma paralela, desde que empecé con el taller de los sábados, las tardes que tenía libres, me iba a una plaza cerca de casa con un libro usado que me había comprado a leer letras de tango. Y me enamoré de las letras de tango.
¿Por qué sentiste la necesidad de leer las letras? Si vos solo estabas bailando.
Cuando aprendo una actividad, yo soy bastante obse, no hago solo algo. Me gusta hacer mi propia experiencia escuchando todo lo que se pueda de cada cosa -por eso tomé clases con medio mundo- y yendo a la fuente de todo. Y para mí el tango es cultura, por eso busqué otras cosas. Y, empecé con las letras, y como buena adolescente…
Romántica.
Intensa…, dije “Wow, qué loco que alguien a principio de siglo…” – escuchá esto, tan autorreferencial- “haya interpretado tan bien lo que yo puedo llegar a sentir”. Me maravillaba lo actuales que pueden ser las letras. Eso me voló mucho la cabeza.
Y la otra veta fue la música. Esa época es la transición del cassette al CD, en Tandil apareció el primer Musimundo, y yo iba y me volvía con cuatro o cinco CDs.
«La cultura de la inmediatez, del todo rápido y todo fácil, va en contra de todo lo que propone el tango. O se busca bailar tango fácil y rápido, lo que para mí es un oxímoron; o se deja el aprendizaje a mitad por falta de tolerancia a la frustración.»
¿Y cómo llegás a Buenos Aires?
Después de Darío seguí mi aprendizaje con Rosana Romano, que fue la coreógrafa del ballet universitario de Tandil. Ella me preguntó varias veces si quería audicionar para su ballet, pero no era mi momento. Yo todavía estaba muy ocupada en aprender para mí como para exponerme con un grupo, así que sólo iba a sus clases.
Y cuando cumplí los 16, pude hacer algo que para mí fue revelador: me hice un viajecito de una semana a Buenos Aires, en compañía de mi mami y de mi madrina, para recorrer milongas, aprovechando que había un encuentro de tango, una especie de instancia previa a lo que hoy sería el festival de tango, no el mundial. Estamos hablando del 97.
Llegué a conocer el Morocco, el Almagro. La Viruta -y La Estrella- había abierto hacía muy poco tiempo. Un martes a la noche caí en el Almagro y una persona encantadora me dijo: “¿Qué hacés acá? Vos tenés que estar en los martes de los jóvenes de La Viruta”. Yo no sabía ni que existía. En esa época no había YouTube ni redes sociales, así que no es que estando en el interior a cuatrocientos kilómetros uno se enteraba de lo que pasaba en Buenos Aires. Esa semana fue muy reveladora para mí: fue el momento en el que entendí que si yo quería dedicarme de lleno al tango, me tenía que ir a Buenos Aires.
¿Por qué? Aunque pueda parecer obvio.
Porque el tango sigue siendo porteño. Y esto lo mantengo hoy. Se va federalizando, gracias justamente a las redes sociales, y a que -¡gracias a Dios!- los maestros empezaron a circular por el interior. Antes era muy difícil tomar una clase con un maestro internacionalmente reconocido no estando en Buenos Aires, por no decir imposible. Si uno realmente quería formarse tenía que ir, como dije al inicio, a la fuente. Y la fuente estaba en Buenos Aires y no se movía de ahí.
“Dios está en todas partes, pero atiende en Buenos Aires”, se dijo siempre en el interior.
Totalmente. Y las ciudades metrópolis son tierra de oportunidades: la gente se mezcla, se arman proyectos. También porque la inversión económica del Estado en cultura era muy superior que en el interior. Así que, si realmente tenía intención de dedicarme al tango, tenía que irme a Buenos Aires. Pero …
…eras menor de edad todavía. (asiente).
Cuando yo se lo dije a madre, ella me dijo: “Ya lo iremos viendo. Por ahora tenés otras cosas que hacer, tenés que terminar la secundaria, después charlamos.” Jamás me dio un no rotundo porque sabía que era lo peor que podía hacer. La suerte, entre comillas, -o la causalidad, como me gusta pensarlo a mí-, hizo que aterrizaran en Tandil una pareja de bailarines extraordinaria: Marcela Vallejos y Guillermo Boyd. Gente que para mí fueron referentes serios, no solo en el baile, sino en formar gente, que es otra cosa. En un momento salen a la pista, y a mí los ojitos me brillaron. Y como nunca tuve mucho problema de vergüenza, cuando se sentaron me crucé toda la pista y les pregunté: “¿Qué hacen acá y cuáles son las posibilidades de que puedan venir a dar clases?” Marcela tenía familia ahí, y habían ido para ver cómo estaba el tango en Tandil, bla, bla, bla. Y me dijeron: “Y, bueno, si hay un grupo interesado, nosotros encantados.”
Como estaba el ballet universitario, se me ocurrió presentar un proyecto para un ballet municipal, del cual ellos fueron directores. El formato de ballet ha ido desapareciendo bastante, ya casi no hay, pero era muy común. Era una posibilidad de formación gratuita o muy accesible para quien estaba integrándolo.
¿Faltan maestros que quieran hacer un ballet, o gente que quiera formarse profesionalmente de esa manera?
Para mí la segunda, sin lugar a dudas. Por lo mismo que desapareció la figura del asistente. La figura del asistente, como yo la viví, te permitía empezar a enseñar con la supervisión de una persona más experta que podía resolver cualquier inconveniente. Estabas iniciando la praxis, tutelado. Hoy esa figura desapareció bastante. Quizás, porque las posibilidades de laburo están, entonces no hay necesidad de formarse tanto.
¿Porque los que toman clases se conforman con menos? La marca de la época es un poco el cambalache, ¿no? “Da lo mismo un burro que un gran profesor”.
Creo que es una sumatoria de cosas, que hay una multicausalidad, una cuestión social, más general, que alude a todas las disciplinas, e inclusive a varias culturas. La cultura de la inmediatez, del todo rápido y todo fácil, va en contra de todo lo que propone el tango. O se busca bailar tango fácil y rápido, lo que para mí es un oxímoron; o se deja el aprendizaje a mitad por falta de tolerancia a la frustración.
La cultura de la inmediatez es contraria al esfuerzo porque es contraria a la espera que implica todo proceso de aprendizaje. Uno se esfuerza a la espera un resultado.
Pero el esfuerzo es algo muy subjetivo, y ahí yo creo que falla la formación docente dentro del tango, ¿sí?, Y esto lo digo con bastante conocimiento de causa. Para dar clases, vos tenés que tener un autoconocimiento profundo de lo que estás haciendo. Y un conocimiento de cómo transmitir aquellas cosas que para vos tal vez fueron naturales, o que te fueron dadas de una cierta manera y la persona que tenés delante necesita que se lo expliqués de otra. Y esto para mí tiene que ver con la formación docente, no de tango, docente. Necesitás conocer un montón de cosas, como ocurriría en cualquier otra disciplina. Eso es lo loco, sólo en el tango no se entiende esto
«La figura del asistente, como yo la viví, te permitía empezar a enseñar con la supervisión de una persona más experta que podía resolver cualquier inconveniente. Estabas iniciando la praxis, tutelado. Hoy esa figura desapareció bastante.»
El problema es que en el tango se llega a dar clases por motivos equivocados: es muy difícil poder irse de gira solamente bailando. Hoy el rol que te da trabajo es el de docente. Y ser docente porque el mercado te empuja, es siempre equivocado para uno. Si no te nace como intención, motivación y vocación, es muy difícil que uno se vuelque con todo lo que significa ser docente. Porque para bailar hay cosas que no son necesarias, pero la profundización y el autocuestionamiento permanente no sólo son necesarios, sino indispensables para dar clases. Uno no puede tocar de oído para dar clases. O no debería, por una cuestión de responsabilidad, ¿no?
Lo lindo sería poder establecer nuevas fuentes de trabajo. A mí me encantaría ser productora el día de mañana. Porque otra marca de aquella época eran las grandes compañía como “Tango Argentino”, “Forever”, “Tango Pasión”… Las giras eran una forma de trabajo. Hoy son una especie en peligro de extinción. Existen compañías, excelentes, que laburan muy seriamente, pero es más difícil que sean contratadas.
¿Y a ustedes cómo les fue con el ballet?
Nuestros directores nos dieron un objetivo: en cuatro o cinco meses teníamos que formarnos como ballet, porque íbamos a ser teloneros de un bailarín clásico muy conocido en Argentina, Iñaki Urlesaga. Algo muy inteligente porque hizo que todos nos comprometiéramos para que fuera un buen producto. El equipo trabajó muy bien y, entonces, los directores se enchufaron, se entusiasmaron con este grupo que trabajaba a la par de ellos, a veces seis, siete horas ensayando hasta que las cosas salían, y decidieron armar una compañía: Abrazo de Tango. No hay mucho registro, porque todo lo hicimos antes de que existieran las filmaciones masivas con los celulares. Hicimos una gira por Chile, Brasil, todo muy tranqui, muy bajo perfil, como eran ellos, pero a mí me dieron una muy buena formación, yo les voy a estar siempre agradecida.
Integrantes de la compañía Abrazo de Tango.
¿Y entonces, llegaste ya a Buenos Aires?
En el 2003, con quien era mi pareja de tango -y de vida en ese momento-, Adrián Vallejos, nos fuimos al primer mundial de tango porque madre, mi madre nos inscribió, y nos pagó la semana en Buenos Aires para que fuéramos a competir. Fue una sorpresita. Fue una experiencia muy intensa porque representó empezar a medirnos con otras realidades, con Buenos Aires -que el shock del ingreso a Buenos Aires es siempre fuerte-
No nos fue nada mal para ser un primer mundial. Llegamos a la final, quedamos doceavos de trescientas y pico de parejas. Pero lo más lindo fue conocer un montón de gente, bailarines extranjeros y de diferentes lugares del país, un montón de milongueros, gente que lamentablemente ya no está físicamente, pero que nos dio muchísimo; y, sobre todo, conocimos a quienes iban a ser nuestros próximos maestros, Jorge Dispari y la Turca María del Carmen, a través de Javier y Geraldine. Mi directora del ballet, Marcela Vallejos, me había dicho: “Por cómo entendés vos el tango, el día que veas a Geraldine Rojas te vas a caer de culo. Te va a encantar. Así que andá y buscala”. Obviamente, me voló la cabeza. Geraldine era la materialización de lo que para mí era el tango. Si yo la hubiera podido hacer a medida, no me hubiera salido tan perfecta. Y lo que transmitían con Javier como pareja al bailar era una cosa extraordinaria.
Se transformaron en mis referentes y, cuando ellos se fueron de gira, la última que hicieron juntos en el 2003, le pregunté a Javier con quién podía tomar clases y me dijo, sin dudarlo, que fuéramos con Jorge y la Turca. Tomamos una privada con Jorge y empezamos a ir a todas las grupales. Primero una vez por mes, después todos los fines de semana. Ahí están mis mecenas, los santos de mis padres, que nos llevaban y nos traían, y, además, iban a las milongas con nosotros. Mis viejos, no bailan, pero los conoce toda la milonga porque me acompañaron desde siempre.
Cuando Jorge y la Turca hacen su primer viaje internacional, a Brasil -si mal no recuerdo fue fin del 2003-, y tienen que dejar sus clases grupales, ahí caímos nosotros. Eso fue lo que nos empujó de una patada directamente a Buenos Aires.
O sea, que a esta altura ya eran asistentes de ellos.
Sí, después de haber tomado clases prácticamente todo el año con ellos. Fue amor a primera vista. Lo mismo que me pasó con la Gerald, me pasó con Jorge. La primera vez que lo vi bailar me voló la cabeza, me pareció una oda al tango: esos pies como patines, esos enrosques perfectos, esas agujas increíbles y con una naturalidad. Y dije “Wow, es acá, yo me quiero quedar acá y quiero que mi compañero vaya por este lado.”
Y fue, aunque lamentablemente tengo que decir que Adri – mi “exposo”, como le digo yo- dejó el tango profesionalmente en el 2010. Cuando nos divorciamos en el 2017, volvió; aunque no con la misma dedicación con la que habíamos encarado nosotros, pero está dando algunas clases locales. Para mí es un gran desperdicio, porque es un patrimonio del tango este muchacho.
Entonces, nos quedamos dando las clases de Jorge y la Turca, prácticamente todos los días. Ellos daban clases en La Ideal, los sábados a la tarde, los domingos en John’s Bar en Plaza Dorrego, San Telmo. Los martes en Unitango, cerca de San Juan y Boedo, allá lejos hace tiempo, ya no existe. Los miércoles en el Sin Rumbo. Los jueves en Antesana, una sala divina en Villa Crespo. Los lunes sé que no, y los viernes no me acuerdo. Y así lo que yo había ansiado por seis años, finalmente se concretó.
Yanina Erramouspe con María del Carmen Romero, la Turca , y Jorge Dispari.
¿Qué es lo que más rescatás de la experiencia con Jorge y la Turca?
Para mí ellos representaron grandes oportunidades. Me dieron las oportunidades que no hubiera soñado en mi vida. Primero, porque si hay algo en lo que coincidían todos los milongueros era que eran una fábrica de bailarines de buen tango. Entonces, compartir la mesa con ellos ya te jerarquizaba, ¿sí? Después, a sus clases por ahí te caía de visita un tipo como el Pibe Palermo. El Pibe Palermo para quien no sepa de qué estoy hablando, era el último bailarín de canyengue, pero canyengue en serio, no de lo que después se creó como movimiento, gente que bailaba en la época del cayengue. Tenía uno 83-86 años entonces. Poder abrazar a un tipo con esa historia, ¿me entendés?
Un miércoles -me acuerdo patente- fuimos al aeropuerto a despedir a Marcela Guevara y Stefano Giudice en el Sierra rojo de Jorge y, cuando volvíamos, la Turca dice: “Chicos, ¿vamos al Sin Rumbo? Que hoy es el cumpleaños de mi tío y quiero ir a saludarlo.” “Pero, Marita, mirá la facha con la que estoy”. “No importa, nosotros los llevamos y se cambian, no hay problema”. Porque el Sin Rumbo, para mí era respeto, ¿viste? No era La Viruta a la que yo he ido hasta en pareo. Ese damero donde habían pasado los pies que yo más respeto en el tango, yo no podía ir así como así. Nos cambiamos y fuimos. “Mirá, nena, que por lo menos vas a tener que bailar una tanda con mi tío, ¿eh? Porque es el cumpleaños y si él quiere bailar con vos, vas a bailar con el tío.” ¿Quién era el tío? Gerardo Portalea. O sea, yo me encontré, así, de buenas a primeras, bailando El Ingeniero -que era su tango- con Gerardo Portalea, ¿me entendés? Eso significaba estar con Jorge y con la Turca, más allá del extraordinario tango con el que te impregnaban.
«No es que a la milonga hay que ir de traje, sino que hay que “empilcharse” …para la ocasión. Que hoy vos vayas en chupines y con zapatos con una punta tipo Bob Patiño, no está mal, porque es lo que hoy se usa para ir a una fiesta importante. En ese momento era el elegante sport.
…Como siempre contaba Jorge Dispari, los viejos daban clases gratuitas; pero te pedían que vinieras de elegante sport, buscaban ese respeto simbólico.»
Por otro lado, Jorge me dio herramientas no solo como milonguera -porque yo bailarina no me consideré nunca- sino, sobre todo, como docente. Él era maestro de alma. No enseñante, maestro. Buscaba por todos lados la veta para explicarte en el modo que vos necesitabas lo que él estaba tratando de transmitirte. Como maestro, es uno de los que más impronta tengo, y a mucha honra. Y tomé clases con todo el mundo, inclusive, con colegas mucho más jóvenes, porque me parecía importante escuchar lo que tenían para proponer quienes eran los referentes de esa época. Pero con Jorge sentí: “Acá me quedo. Quiero absorber todo lo que tiene para dar esta persona”.
¿A esa altura empiezan también a hacer exhibiciones en Buenos Aires?
Nuestro debut en una milonga porteña fue en el Salón la Argentina, en El Arranque, que era una milonga por la tarde. Y la milonga que nos acogió en Buenos Aires fue Porteño y Bailarín. Nuestra primera exhibición en una milonga porteña “seria” fue Porteño. Carlitos Stassi es un poco nuestro padrino. Yo siempre digo que las mejores -y las no tan mejores cosas de mi vida tanguera- me han pasado en Porteño.
Porteño y Bailarín siempre fue una milonga muy iniciática. Carlitos ha sido históricamente un tipo que le ha dado la oportunidad a todo el mundo de bailar y lo sigue haciendo. Muchos de nosotros tuvimos nuestra primera exhibición en Porteño. Yo tuve mi primera exhibición con Adri, mi primera exhibición con Jesús (Velásquez), mi primera exhibición con Leíto. Leo (Ortíz) también tuvo su primera exhibición con quien era su compañera, ahí. Porteño es un lugar donde es muy fácil sentirse en casa. Para mí tiene magia. Y Porteño para mí es Carlitos, un organizador que sabe de tango. Él elige a sus musicalizadores con mucho cuidado. Y eso falta también, mucho, sea en Buenos Aires, sea en el resto del mundo, gente que sepa de tango.
¿Y cómo llegaste a ser asistente de Carlos Gavito?
En el 2004 nosotros habíamos hecho ranchito con otra parejita de pendex, que eran el Bichi y la Bichina, Andrés Laza Moreno y Mariela Soledad Chávez. Salíamos juntos a todos lados. Y una noche que nosotros hacíamos una exhibición en “Lo de Celia” ellos vinieron a hacernos el aguante, como hacíamos siempre mutuamente, y cayó Carlos Gavito a ver nuestra exhibición con todo su séquito de milongueros atrás. Yo feliz, porque yo -esto que decía- mucho miedo, mucha vergüenza nunca tuve.
¿A vos no te imponía ni lo más mínimo?
Ah, no, para mí era un regalo. Un privilegio. Era sentirme apoyada, sostenida, contenida, lejos de sentirme exigida. En cambio, a mi pobre “exposo” le temblaba hasta el pelo porque él era más consciente. Yo no, yo era refeliz. ¡Yo le bailé a él! Trataba de entregarle lo que yo tuviera. Así de mediocre como podía ser, yo se lo quería regalar.
Cuando terminó la exhibición nos llamó a la Bichina y a mí a su mesa,y nos comentó que quería abrir una escuela en Buenos Aires, que necesitaba asistentes y había pensado en nosotros cuatro. Nos invitaba a un seminario suyo con la condición que en ese fin de semana absorbiéramos conceptualmente su estilo. La praxis la aprenderíamos siendo sus asistentes.
Con una práctica tutelada, como decíamos antes. ¿Cómo fue trabajar con él?
Fue un aprendizaje acelerado a 360 grados a nivel docencia y de la coherencia entre lo que significaba ser milonguero, cómo comportarse en la milonga, y lo que se trasmitía en las clases.
Yanina Erramouspe con Carlos Gavito, como su asistente en sus clases.
¿Qué recuerdo podés rescatar ahora, especialmente, de esa época con Gavito?
Sobre todo, haberlo conocido como ser humano en esa etapa tan particular de su vida, más allá del personaje.
Y la pizzería de Nelson, su hermano. Los lunes a la noche cuando terminábamos la clase grupal, subte y a la pizzería. Era la previa al Canning. Quedará siempre para nosotros como uno de los tesoros más preciados porque era compartir con todos los milongueros, pero fuera de la milonga, aprovecharlos más, escucharlos, escuchar sus historias personales, de vida, con el silencio de una pizzería, no el bardo de la milonga.
¿Y? ¿Qué pasa con eso, por qué fue especial escuchar sus historias personales?
Era un privilegio, porque era una muestra de confianza, verlos completamente desnudos, entender mucho de su tango. De poder comprender mucho de su abrazo.
¿De lo que transmitían con su abrazo, de lo que se veía de su baile?
De lo que se siente y se ve, porque hay muchas cosas que se ven. De su conducta en la milonga, porque el significado que tenía el tango en la vida de cada uno de ellos tiene mucho que ver con cómo se conducían en la milonga. La milonga como lugar sagrado, como un lugar donde no se hacen quilombos -los quilombos afuera-, como lugar de sanación de heridas, como lugar de contención emocional, como familia, como el abrazo que necesitaban justo esa noche, y como el lugar que les permitía ser el milonguero X.
«La milonga como lugar sagrado, como un lugar donde no se hacen quilombos -los quilombos afuera-, como lugar de sanación de heridas, como lugar de contención emocional, como familia, como el abrazo que necesitaban justo esa noche, y como el lugar que les permitía ser el milonguero X.»
¿Cómo te habías ganado esa confianza? ¿Qué méritos habías hecho? ¿Tiene que ver con la seriedad que vos le ponías al estudio del tango? Y no me refiero solo a la técnica, sino al estudio del tango como cultura.
El respeto y el amor. La concepción similar del tango, también. Creo que todo eso va uniendo. O separando, inclusive, las aguas. El amor y el respeto hacia esta concepción que compartíamos del tango como cultura popular, y no como un baile. El no tomar nada a la ligera. No te digo que idolatrarlo, pero tenerle mucho respeto y tratar al tango con mucho cuidado. Y creo que también había una búsqueda para empezar a dejar un patrimonio, pasar la posta a las generaciones venideras eligiendo a alguien en particular.
«Yo soy milonguera, y soy milonguera desde antes de conocer el tango. Es el lugar al que yo pertenecía sin saber que existía. A mí la milonga me dio el lugar de mis sueños. La sensación al entrar la primera vez a la milonga fue encontrar ese rompecabezas al cual la pieza que le faltaba era yo.»
Porque una cosa es que uno crea que “el tango va a seguir siempre vivo”, pero el tema es cómo.
Exactamente. Un anhelo de perdurabilidad, ¿no? “Tengo mi tango para entregar, que es de esta manera. Lo quiero pasar, lo quiero transmitir. Y la forma es entregándole esta esfera de mi tango a alguien. Bueno, a ver, ¿a quién? ¿Y por qué?”. Cómo si se trasmitiera una contraseña. Esta cosa de la trasmisión oral y de la importancia que tiene.
Pero no en el sentido de “¿A ver vos si te mereces que yo te pase mi secreto?”, racaneando el conocimiento y haciendo de su acceso un coto cerrado.
Hay una generación intermedia, que no son aquellos viejos, que sí sintió la necesidad de proteger su secreto de una forma muy meritocrática, y “yo decido a quién se lo cuento”. Una cosa muy de secta, si se quiere. Y esto sucedió aún más con la distinción entre argentinos y extranjeros. ¿Quién dice que un extranjero tiene menos mérito que un argento cuando tenemos un montón de argentos que de tango saben lo que yo de física cuántica porque no les interesa? Así se produce una grieta que nos está llevando a los extremos de creer que puede haber una concepción europea del tango y otra argentina. Puedo entender esta idea hace 30 o 40 años atrás, pero hoy con la globalización y la democratización de la información, una división basada en el origen me resulta muy arbitraria y sin asidero. Como decía Troilo, el tango es uno solo.
Estos viejos –te estoy hablando de Tete Rusconi, Gerardo Portalea, El Nene Masci, el Flaco Dani, Pupi Castello, todos los que quedaban a fines de los 90, principios del 2000,- lo que buscaban, en realidad, era asegurarse el respeto y el amor al tango, antes de trasmitirlo. Como siempre contaba Jorge Dispari, los viejos daban clases gratuitas; pero te pedían que vinieras de elegante sport, buscaban ese respeto simbólico.
«Hay una generación intermedia, que no son aquellos viejos, que sí sintió la necesidad de proteger ‘su secreto’.., y “yo decido a quién se lo cuento”. Una cosa muy de secta, (…) aún más con la distinción entre argentinos y extranjeros. ¿Quién dice que un extranjero tiene menos mérito que un argento cuando tenemos un montón de argentos que de tango saben lo que yo de física cuántica porque no les interesa? Así se produce una grieta que nos está llevando a los extremos de creer que puede haber una concepción europea del tango y otra argentina (…) Como decía Troilo, el tango es uno solo.»
Pedían un pago con respeto, así se aseguraban el respeto.
Exactamente. Yo creo que este aferrarse a la pilcha hoy está también muy vapuleado, se cree que es una cosa vacua. No es que a la milonga hay que ir de traje, sino que hay que “empilcharse”, este es el concepto que hay detrás de esa camada de viejos, hay que empilcharse para la ocasión. Que hoy vos vayas en chupines y con zapatos con una punta tipo Bob Patiño, no está mal, porque es lo que hoy se usa para ir a una fiesta importante. En ese momento era el elegante sport. Interpretar y explicar estas tradiciones es lo que nos corresponde a nosotros, para que no se vean como un mero aferrarse.
Es como… a ver, el tema del cabeceo. No es pararte enfrente de una persona a buscar el contacto visual…
No, eso es un acoso.
Es que, para mí, el primer problema es reducir el cabeceo a un simple movimiento con la cabeza. ¡No! Primero y principal es necesario estar en conexión con la música.
¿Por qué digo que tenés que estar en conexión con la música? Porque el cabeceo depende de qué es lo que a vos te pasa con esa música. No te puede dar lo mismo todo. Y no estoy hablando de la realidad objetiva que existen orquestas mejores que otras -y me hago cargo de lo que digo-; hablo de una cuestión de gustos personales que se va moldeando con la experiencia y con la escucha atenta y activa.
«Eso es el cabeceo, el encuentro mutuo de dos personas que sienten de la misma manera una música en particular. …uno tiene que prestar atención a quién le provoca algo similar esa música y el cabeceo se produce facilísimo. No hay que hacer nada, con girar la cabeza en esa dirección… el encuentro se produce al toque.»
Por lo cual una orquesta, o un tango, te emociona más que otro en un determinado momento.
Absolutamente, porque también pasa eso. Hay momentos donde te pega más una cosa que la otra, ¿ok? Entonces, estando atento a las propias necesidades, uno empieza a relojear la pista y se da cuenta que hay gente que siente la tanda de la misma manera. Entonces, la invitación parte de sentir de una manera similar con alguien. Eso es el cabeceo, el encuentro mutuo de dos personas que sienten de la misma manera una música en particular. Porque si a esa persona le da lo mismo bailar un Malerba que un Troilo con vos… (risas) -no me lo podía no permitir-… si a vos te da lo mismo, entonces…
¡Anda a bailar con otra! (risas) ¡U otro!
¡Claro!, porque si te da lo mismo bailar cualquier cosa, por eso también te da lo mismo invitar a una persona de una manera o de la otra. Estás en ese nivel de inconsciencia, que todos pasamos, y está bien (con énfasis), pero va a llegar un momento que a vos te va a provocar más una cosa que la otra y, entonces, uno tiene que prestar atención a quién le provoca algo similar esa música y el cabeceo se produce facilísimo. No hay que hacer nada, con girar la cabeza en esa dirección… el encuentro se produce al toque.
Estas cosas para mí son recontrabásicas, y sin embargo cada vez que las explico parece que estoy dando una gran revelación, entonces te das cuenta que algo falla. Si la gente que hace más de diez o quince años que baila no las entendió, es porque algo falló en el canal. Yo las aprendí porque tuve gente que me agarró de la manito y me hizo entenderlas. Pero, así como yo la tuve, sería menester que todo el mundo las tenga. Por otro lado, no confundamos el elegir con discriminar. No creo en el quedar bien con todo el mundo, no creo en el decir que sí a todo. Hashtag “boludeces no”. Nosotros entramos a la pista a ofrecer algo que es muy preciado y muy valioso: nuestro abrazo.
Va tu intimidad con tu abrazo, tus sentimientos, todo.
Totalmente, es tu abrazo con todo lo que eso significa. Entonces, no me parece algo que uno tenga que regalar a diestra y siniestra. Es como el tiempo, para mí son bienes preciados, no se tiene por qué querer compartirlo con todo el mundo. Elegir es humano, lógico y natural, y no es discriminar. Yo tengo todo el derecho del mundo a decir que no, en el momento que se me canta y por el motivo que se me canta.
Yanina Erramouspe y Leo Ortíz.
Sin necesidad de dar explicaciones, además. No porque no, y punto.
No porque no, y punto. Pero, y acá me detengo, tampoco es necesario ser altivo.
Ah no, tratar mal al otro, no. Estamos de acuerdo.
Porque he visto rechazar de formas horribles, y no es una situación linda, no la pasamos bomba, ninguno. Tratemos que no tengamos que rechazar, y si se da, resolverlo de la mejor manera posible. Y aquellos que tenemos más experiencia tenemos más responsabilidad. Si yo tengo veintisiete años de tango tengo la responsabilidad de resolver las cosas de la mejor forma, sea adentro del baile como afuera.
«Si yo tengo veintisiete años de tango tengo la responsabilidad de resolver las cosas de la mejor forma, sea adentro del baile como afuera.»
¿Y por qué crees que el mensaje no llega o llega errado?
Para mí estas cosas suceden por repetir palabras sin haberse tomado el tiempo de preguntar y cuestionar. Uno no tiene que dar nada por sentado, ni creer que entendió todo, porque si no, estás en el horno, vas a repetir un mensaje que nunca tuvo contenido, o que vos nunca entendiste, solamente porque te lo dijo fulano.
Retomando la historia, llegamos hasta que estabas con Gavito.
En paralelo a las clases que tomamos con Jorge y con la Turca, también tomamos muchísimas clases con Julio Balmaceda y Corina de la Rosa -extraordinarios docentes también- La verdad es que sus clases eran muy divertidas, grandes desafíos, porque tenían un nivel bastante alto, entonces, aún cuando se hacían cambios de pareja, siempre te encontrabas con gente interesante.
En el 2003, en el mundial, conocimos a un personaje extraordinario del tango, que yo le tengo mucho cariño, que es Fabián Salas. Ese año Fabián nos invita a participar de la noche de los jóvenes del CITA. Fuimos con Julio y Corina, en calidad de asistentes del festival, lo que nos habilitaba a tomar clases gratuitas con todos los maestros. ¿Qué hice yo? Tomé todas las clases, todas. Y eso también me abrió un mundo: conocer maestros diferentes, otra idea conceptual del tango, ver otros tangos. Ver gente de más de 50, 60 años que nunca habían hecho nada con el cuerpo, con cero consciencia corporal, haciendo una clase de escenario y cómo el Cachorro Reis los llevaba de una manera que el 98% de la gente lograba el objetivo. Ese fue el primero que me voló la cabeza y el otro fue Sebastián Arce, que en ese momento estaba a full con el tango nuevo. Verlo cómo desde el movimiento más destilado y simple lograba movimientos de una complejidad impresionante; y cómo -otra vez- llevaba a toda la clase en ese sentido. Sobre todo, ver cómo daba clase la gente porque yo ya estaba en esa faceta.
¿En fase de formarte como docente, o descubriendo tu vocación docente?
En mis prácticas de docencia, con 17 años, me tocó ver cómo la motivación correcta podía generar que unos pibes, niñes de 8, 9 años de los que todo el colegio se quejaba, -el grupo de los indios, les decían-, trabajaran concentradísimos, sin que volara una mosca. Eso me hizo tomar conciencia de lo poderoso que es el rol docente. Y por eso todas las herramientas que fui incorporando. El máster en programación neurolingüística y la carrera de psicóloga tuvieron esa motivación, porque para mí no es un baile solamente, sino que mueve mucho a nivel emotivo y me parecía importante estar a la altura de las circunstancias.
«Uno no tiene que dar nada por sentado, ni creer que entendió todo, porque si no, estás en el horno, vas a repetir un mensaje que nunca tuvo contenido, o que vos nunca entendiste, solamente porque te lo dijo fulano.»
Y en esta búsqueda de aprender todo, de ir a la fuente ¿cuándo ubicaste el sentido que tenía de ir a la milonga? ¿Qué te enseñaba la milonga?
¿Con qué cara puedo yo transmitir el tango social si yo no formo parte del tango social? ¿Sí? Esa es mi primera cuestión.
Pero, ¿si fueras bailarina de escenario te plantearías que podrías no ir a la milonga?
Totalmente, no tiene nada que ver conmigo, “si yo fuera bailarina”, empezamos por ahí. Yo soy milonguera, y soy milonguera desde antes de conocer el tango. Es el lugar al que yo pertenecía sin saber que existía. A mí la milonga me dio el lugar de mis sueños. La sensación al entrar la primera vez a la milonga fue encontrar ese rompecabezas al cual la pieza que le faltaba era yo. Donde me podía vestir como me gusta a mí, donde los tacos no eran un problema, donde la… me viene el término en italiano, la accoglienza…
La hospitalidad.
Esa hospitalidad con la que te recibían los milongueros, que para mí hoy también es una especie en peligro de extinción -no los milongueros, sino la hospitalidad en la milonga- hacía que formaras parte rápidamente. No era necesario destacar porque te sentías en casa. ¿Cómo?, porque esa gente que ya era de la casa se ocupaba de abrirte las puertas, mostrarte dónde estaba el baño por si lo necesitabas, preguntarte si querías tomar o comer algo, compartir con vos, hacerte una sonrisa de lejos, lo que fuese que te hiciera sentir que “no sos extraña”, “nunca sos extraña en la milonga”. Creo, lamentablemente, que esa es una de las cosas que falta hoy de lo que yo viví como milonga.
«Tener “tu” mesa es haberte ganado el derecho de que te traten y te respeten como de la casa. Por lo que vos decís- porque sos habitué, porque hace veinticinco años que venís al mismo lugar, y por eso nadie te puede tocar tu lugar, y siempre que vos estés, esa mesa te va a pertenecer. Claro que esto es un privilegio, la cuestión es qué elijo hacer con ese privilegio que me han concedido o me he ganado. En mi caso elijo abrir la puerta de ese pequeño espacio mío en la milonga, y recibir a gente para hacerla sentir segura, protegida. Otra de las enseñanzas que me legaron los milongueros.»
Para mí, la milonga se ha transformado en un ambiente demasiado hostil. La milonga como ambiente, no una en particular, hoy le hace cada vez más difícil a la gente que no forma parte del mundo profesional, poder sentirse cómoda. Porque creo, hipótesis mía, que el tema de la profesionalización del tango ha hecho que se transforme un poco en una vidriera, en un lugar donde mucha gente va a trabajar, cosa que antes no pasaba. Antes los bailarines de Casa de Show salían de laburar y se venían al Sunderland porque les gustaba, porque sentían placer al sentirse bienvenidos por los milongueros que estaban chochos de que esos pibes que trabajaban con el tango vinieran a la milonga, y se lo hacían sentir. No era una obligación, era un placer.
Jorge Dispari y María del Carmen Romero, la Turca, en Porteño y Bailarín
¿Es posible todavía recuperar esa hospitalidad?
Uno no puede pretender que sea todo igual a como era, pero hay cosas esenciales que se podrían mantener, primero porque son funcionales –e insisto con el tema del cabeceo-, y segundo porque hacen a la magia de la milonga, ese olorcito a mística, que a todos alguna vez nos llamó la atención.
Yo hoy me considero en ese rol porque me gusta, me hago cargo y lo defiendo a muerte. El rol de la milonguera que da la bienvenida a la milonga. Lo puedo hacer en Roma y en Buenos Aires, porque a mí no es el lugar físico lo que me da la cosa de local, sino la experiencia y el hecho de que entro a cualquier milonga en el mundo y encuentro alguien que me conoce. No por ser una bailarina conocida, ni campeona de nada, sino por ser alguien que siempre estuvo defendiendo los estandartes del tango.
«Si la gente que hace más de diez o quince años que baila no las entendió, es porque algo falló en el canal. Yo las aprendí porque tuve gente que me agarró de la manito y me hizo entenderlas. Pero, así como yo la tuve, sería menester que todo el mundo las tenga.
…Si hay algo que los milongueros hacían era construir la milonga, sostener la milonga, bancar la milonga.»
¿Quién podría ejercer ese rol? ¿El que más tiempo lleve yendo a la milonga?
A ver, para ocupar este rol es necesario algo muy especial y es, volvemos a lo mismo, el respeto y el amor por el tango en todos sus aspectos, no el tango como un medio de laburo. El problema, para mí, es que la profesionalización del tango hizo que se dejara un poco de lado esto, como si fueran cosas que no pueden ir de la mano, y al contrario, deberían ir de la mano. La profesionalización no es tomar clase de técnica nada más. Tenés que saber de música, necesitas un conocimiento histórico, porque si no, hay un montón de cosas que no entendés y mucho menos las podés transmitir.
¿No entendés en cuanto a estilos, en cuanto…?
En cuanto a la forma en que se hacen los movimientos, algo tan básico como eso, ni siquiera llego al estilo. O sea, todo lo que se hace en el tango tiene una explicación lógica y de sentido común. Si vos no sabes de dónde partió eso, no lo vas a entender nunca.
Entonces, el anfitrión, o la anfitriona, tendría que ser alguien que ame al tango.
Primero se tiene que sentir cómodo en la milonga, y ese es un problema. ¿Cuánta gente conocés en este momento que se sienta en casa en la milonga? Con esta excusa de que “la milonga ya no es lo que era, no le encuentro placer a ir…” en Buenos Aires hay un montón de gente muy conocida en el ambiente que no te pisa nunca una milonga, que va solamente cuando tienen que hacer exhibición y nada más. Y esos después son los primeros en quejarse de que la milonga ya no es lo que era. Pero si no venís a la milonga, ¿cómo mierda querés que sea un poquito lo que era? Si hay algo que los milongueros hacían era construir la milonga, sostener la milonga, bancar la milonga. Yo entiendo que hay mucha gente que no puede pagar una entrada todas las noches, pero, seamos realistas, ¿cuántos de los bailarines profesionales pagan la milonga? Entonces, ¿con qué cara trabajás de algo que no sostenés desde ningún punto de vista? Ni a nivel de lo que transmitís, ni a nivel económico, ni nada. Para mí, hay una impunidad (con énfasis) al poder trabajar del tango sin saber de tango, que es terrible.
Yanina Erramouspe musicalizando.
¿Y qué otros códigos mantendrías para hacer de la milonga la casa de todos?
A mí me sacan mucho, pero mucho, las milongas que la van de tradicionales, y que en realidad no lo son. Son rígidas, no tradicionales. Para mí son el antitango. Las milongas tradicionales nunca fueron rígidas. Las milongas tradicionales, eran naturalmente integradoras, abiertas a todo el mundo y te lo hacían sentir.
Porque era un encuentro social, de una comunidad, de un barrio, de amigos, familia.
Y porque podía venir una china sola e iba a ser bien recibida. Podía venir una pareja gay, e iba a ser bien recibida. Podía venir quien se le cantara el toto, e iba a ser bien recibido.
«Las milongas tradicionales, eran naturalmente integradoras, abiertas a todo el mundo y te lo hacían sentir.»
La mesa, para mí es uno de los problemas que yo veo en muchas milongas, sobre todo de algunos lugares de Europa. La falta de mesas. Lo que incentivás es la competencia para ver quién hace más tandas, porque no tenés un lugar para sociabilizar, un lugar para charlar si no bailás. Generás que estén todos “en sus marcas… ¡Ya!” A ver cuántas tandas hago por noche. Al no poner mesas le estás quitando el lugar de sociabilidad.
Lo que pasa es que se cree que la mesa es símbolo de jerarquía y privilegios.
Eso en los festivales, con la mesa de los maestros. Eso sí es una mesa jerárquica. Eso es una mesa a la que todo el mundo mira, no sólo con respeto, sino con una admiración desmedida, casi de idolatría, a gente que si se la hubieran cruzado en la milonga y no supieran que son Fulanito, por ahí no le hubieran dado bola.
«Uno de los problemas es la falta de mesas. Lo que incentivás es la competencia para ver quién hace más tandas, porque no tenés un lugar para sociabilizar, un lugar para charlar si no bailás.»
Incluso, más allá de la milonga, en Argentina, en cualquier restaurante, siempre se le “guardó” la mesa al habitué, como reconocimiento de que siempre está, para hacerle sentir en casa.
Totalmente. Tener “tu” mesa es haberte ganado el derecho de que te traten y te respeten como de la casa. Por lo que vos decís- porque sos habitué, porque hace veinticinco años que venís al mismo lugar, y por eso nadie te puede tocar tu lugar, y siempre que vos estés, esa mesa te va a pertenecer. Claro que esto es un privilegio, la cuestión es qué elijo hacer con ese privilegio que me han concedido o me he ganado. En mi caso elijo abrir la puerta de ese pequeño espacio mío en la milonga, y recibir a gente para hacerla sentir segura, protegida. Otra de las enseñanzas que me legaron los milongueros. ¿Ves porque te digo que falla el mensaje, se pierde, y llega el teléfono descompuesto? No, no, no, gente, vayan a milonguear en serio y entiendan. No podés hablar de algo que no conocés. El problema es que cada vez la gente tiene menos milonga que horas de vuelo.
Otra cuestión muy debatida en la actualidad. El rol “del que lleva”, y más aún que sea el hombre el que tenga ese rol “activo”, dejando a la mujer en un “supuesto” lugar pasivo, casi de una escoba. El tango Queer plantea, incluso, que ninguno lleve. ¿Cómo era antes? ¿Era tan así?
Ni un extremo, ni el otro, como en todo hace falta el equilibrio. Vos sabés que si hay algo que yo comparto siempre de mi experiencia con los milongueros es que no eran dictadores, ni te reboleaban como te los venden ahora. Era un verdadero diálogo, ni la milonguera era pasiva -lo que no quiere decir que yo me ponga a hacer pelotudeces-, ni el milonguero decía “hacés lo que yo digo, nena, y basta”, y si no lo hacías te rompía la espalda. No fue así, yo no lo viví así, y te puedo dar elementos técnicos específicos de por qué no era así. Te los puedo mostrar en un video y te los puedo mostrar en el cuerpo. ¿Qué podía haber más de uno? seguro, pero eran violentos fuera del tango también, eran en el tango como en la vida. El resto, que eran señores, bailaban como tales. Eran tipos que jugaban mucho con la energía que les devolvía la mina, porque escuchaban un montón el cuerpo de quien tenían delante. Portalea era un campeón en eso. Si vos mirás su baile, ves la escucha permanente de la energía del cuerpo del otro y cómo la usaba, tipo Aikido. Cómo usaba la inercia para el próximo movimiento, eso era el sello del baile de Portalea.
¿Nos quedó algo de tu trayectoria en el tintero? ¿Hay algo más que quieras contar que no hayas contado, de tu historia o de todas las otras cosas que hacés, estudiás?
Me quedan dos hitos muy importantes en mi vida profesional. Uno es haber laburado en La Cumparsita entre el 2006 -2007 rodeada de cantantes inmensos con enormes trayectorias, entre los que destacaría a Alberto Podestá, Juan Carlos Godoy y Marcela Ríos. Ese lugar desbordaba de tango por cada rincón y me hizo dar cuenta de cuanto podía disfrutar del tango, también, en un ámbito completamente diferente al de la milonga, despertando en mí una nueva pasión: la de ir a escuchar cantantes en vivo.
Y en el 2005 nos llaman Seba Achaval y Roxy Suárez -nosotros a Seba lo conocemos desde tiempos inmemoriales porque él es de Azul y compartimos la compañía Abrazo de Tango- para que hiciéramos un reemplazo en la escuela de Carlos Copello. Y eso fue un camino de ida. Trabajamos en la escuela de Copello por cinco años, primero reemplazando a los chicos. Al principio, como suele pasar mucha gente desapareció. De cuarenta o cincuenta personas quedaron tres. Pero la escuela, -y con la escuela me refiero a tres personas que eran las que la sostenían: Carlos, Miriam y Maxi- nos bancó la parada. Y para cuando volvieron los chicos, tenían otra vez una clase que les podíamos entregar, de cuarenta a cincuenta personas. Entonces nos propusieron quedarnos a cargo de la clase de milonga. Y así nos quedamos como staff permanente. La verdad yo solamente tengo palabras de agradecimiento para para estas tres personas. Incluso cuando Guillermo Boyd -director del ballet municipal de Tandil y de la compañía Abrazo de Tango- nos convocó a hacer una temporada como docentes en Japón, la escuela nos aguantó los seis meses. Y cuando Adri dejó de bailar, ellos tres fueron los primeros en levantar el teléfono y decirme: “Yani, lo que quieras”. Yo me quedaba en Pampa y la vía, no sabía qué carajo hacer de mi vida. Intenté dejar el tango, no me salió. Esas boludeces que uno prueba… Me puse a estudiar. Así la crisis existencial de Adri desembocó en mi título de psicóloga.
Otra persona que se portó muy bien en ese momento conmigo, fue la Virgi Pandolfi, que cada vez que necesitaba un reemplazo me avisaba. Igual que Diego Mohammad, que estaba dando clases con Stellita Misse, y cuando necesitó un reemplazo siempre me llamó a mí. También hicimos algunas exhibiciones con Jesús Velázquez. Me acuerdo que en un homenaje al jefe que le hacía Carlitos Stassi, Adri dijo que no y yo le dije “No me importa, Carlitos, bailo con quien quieras, pero yo quiero estar. Elegí vos”. Días después me llega un mensaje: “¿Lo conoces a Jesús Velázquez?” “Y sí… de algún lado me suena”.
¿Cómo fue eso que intentaste dejar el tango? ¡¿Cómo se te ocurrió que podías dejar el tango?!
Profesionalmente, eh, siempre hablando profesionalmente. Intenté dejar de dar clases, de exponerme como bailarina, de hacer contactos… entré en depresión, básicamente. Estuve tres días sin ir a la milonga y ya no me quería levantar de la cama. Y fue el mismo santo de mi “exposo” que me dijo: “Yo así no te puedo ver, andá a la milonga, por favor”. Y empecé a ir sola. Bastó que pusiera un pie en la milonga para que se me clarificara la cabeza de nuevo, y decir: “El tango forma parte de mí, por más que quiera, esto de acá no se va. A la milonga no puedo dejar de ir. Eso está fuera de discusión, porque sin la milonga yo me muero”. “Me marchito como una florcita” -esa fue la frase que dije-.
Yanina Erramouspe con Leo Ortíz.
¿Y cómo llegas a este presente en el que bailás con Leo Ortíz?
Resulta que Jorge y la Turca anuncian que dan su última clase porque se van a vivir a Italia y fuimos con Adri para despedirnos. Superávit masculino, cosa que pasaba en las clases de Jorge. Yo cambio de pareja, cambio de pareja, se acerca Charlie, un amigo inglés: “Vení, rubia, vamos a bailar”. “No, pará, este muchacho está acá sentado desde que empezó la clase, ni el ejercicio hizo. Dejame que pruebo con él y después bailamos”. Hacemos un ejercicio de caminata. Fueron dos pasos y yo salí de atrás de su hombro y le dije a Jorge: “¿Y esto, de dónde salió? ¿Dónde lo tenías escondido al pedazo de bestia este? ¡Cómo camina!”. “Eeeh piba, este es el Leo Ortiz, mi alumno de San Juan”. Hay un sello Dispari en la forma en que caminan sus alumnos hombres: esa pisada de elefante, esa densidad. Por otro lado, cuenta Leo, que cuando me le paro enfrente, él dice: “La puta madre, a esta mina no la voy a poder mover ni en mil años.” Porque yo me paro ¡y me paro! “A ver qué haces con todo esto”. Y el chabón dice: “Apenas respiré y la mina se movió. No podía creer lo que era. Hicimos dos pasos y se puso a gritar al Dispari. Yo dije: ¡la cagué! Y no, empezó a hablar bien de mí”. Estábamos los dos flechados.
Hicimos nuestra primera exhibición, justamente en Tandil, mirá cómo son las cosas, hace diez años porque él me pidió que lo acompañara cuando no tenía compañera, y desde ahí no nos separamos más con el Ortíz. Pueden pasar tres meses sin vernos y hacer una exhibición como si nada. Nunca ensayamos en diez años que nos conocemos. Los dos concebimos que el tango social no se ensaya. Otra cosa hubiera sido una coreo. Y como tenemos gustos musicales muy similares, es muy fácil todo. Además, mi compa, más allá de la pisada de elefante que tiene, tiene un abrazo de una honestidad emocional que creo no haber sentido jamás en ningún otro tipo.
¿Y cómo llegaste a Italia?
En el 2016 por la combinación de un viaje familiar y el hecho que mi compa ya estaba trabajando en el norte de Italia, armamos un mes de exhibiciones por ahí. Desde el momento en que aterricé en Roma, supe que había un amor mucho más profundo con esa ciudad. Hasta ese momento siempre quería volver a Buenos Aires. Roma tiene de por sí una magia muy especial, no por nada se la llama “la ciudad eterna”, quien haya caminado Roma por la noche, sabe de qué estoy hablando. Y a su vez, me encontré con el tango y, la verdad, me sorprendió el nivel que había, el conocimiento de la gente, y me gustaron muchas milongas porque tiene una constitución muy similar a lo que yo creo que tienen que ser una milonga. Y eso me pasó en Roma, en Napoli y en Atenas. Por otro lado, yo tenía la nacionalidad italiana y eso ayudó mucho.
Yanina Erramouspe en Roma.
¿Y por qué musicalizás?
La verdad es que musicalizar nació para mí como un juego de la mano de Carlitos Stassi, siempre Porteño en mis inicios, lo seguí haciendo esporádicamente en las milongas de gente querida, grandes organizadoras que confiaron en mí como Marithé Luján, Mónica Parra y Lorena García. Y en Roma se me dio una oportunidad grandiosa cuando, como yo me quejaba siempre de la música, Patrizia Messina, me dijo: “¿Y por qué no musicalizas vos?” Y así empecé a musicalizar regularmente en el Caffè Letterario, bajo la amorosa tutela de mi maestro, Jorge Dispari. Quien con su ácido sentido del humor y paternal modo de enseñar, fue dándole forma a una nueva profesión que hoy me abre oportunidades no sólo en todas las milongas romanas, sino en eventos por el resto de Italia y Europa.
Una pregunta final. ¿Qué define a una milonguera?
Las milongueras con las que yo me crié eran mujeres “de armas tomar” que de sumisas no tenían un pelo y que siempre tuvieron muy en claro que las que dictaban cómo se gestionaban las cosas en la milonga eran ellas. La milonguera para mí era una mujer muy fuerte que, además de darte la bienvenida, te explicaba cómo se gestionaba la milonga, te daba claramente las reglas de juego. Eso te permitía entrar por la puerta grande. A mí me instruyeron de entrada con quién tenía que bailar y con quién no, y por qué. Y cuando había un pelotudo en el ambiente, se lo excluía entre todas. No es que las mujeres decían que sí por desesperadas, ni una. Entonces el tipo o aprendía a comportarse, o a bailar, o desaparecía del ambiente. Y cualquiera de esas cosas favorecían al tango. Yo hoy intento, con otro estilo, generar este espacio entre mujeres -lo cual implica unas reglas- que permita hacer un muro cuando se presente algún idiota, cosa que hoy falta.
Una comunidad y comunión con las otras mujeres para cuidarnos entre todas.
«…los milongueros no eran dictadores, ni te reboleaban como te los venden ahora. Era un verdadero diálogo, ni la milonguera era pasiva -lo que no quiere decir que yo me ponga a hacer pelotudeces-, ni el milonguero decía “hacés lo que yo digo, nena, y basta”, y si no lo hacías te rompía la espalda. No fue así, yo no lo viví así, y te puedo dar elementos técnicos específicos de por qué no era así. …Eran tipos que jugaban mucho con la energía que les devolvía la mina, porque escuchaban un montón el cuerpo de quien tenían delante…»
Flavia Mercier con Yanina Erramouspe en la Gallería Umberto I de Nápoles, durante una de las varias charlas que mantuvieron para esta entrevista.
¿Querés decir algo más para cerrar?
Me interesa que quede una cosita: no se puede ser buen profesional sin ser buena persona. Y esto lo extiendo a cualquier disciplina. Y creo que es importantísimo que empecemos a considerar con un poquito más de seriedad la formación profesional del docente en el tango, no tomarlo tan a la ligera. Y romper con la concepción de que el extraordinario bailarín puede ser un buen docente, porque no tiene nada que ver. Puede ser un bailarín mediocre y puede ser un gran maestro, y puede ser al revés también. ¿Pueden ir de la mano? Sí, sin duda, hay bailarines que han sido extraordinarios y grandes maestros, yo ya mencioné a algunos.
Muchas gracias Rubia, un placer aprender y aprehender tanto tango con vos.
Decía Derrida que la hospitalidad es incondicional o no es. Esa cualidad de hacer sentir en casa, que implica, por tanto, que se le ofrece a quien no lo es. Se la conoce como la “ética del desierto” por la cual todos somos nómadas que nos demoramos y moramos en ciertos lugares -o que nos demoramos en ciertas moradas- por puro azar, allí donde nos llevó el camino. La ética de la hospitalidad hace lugar a la radical arbitrariedad del azar donde nadie es del todo dueño ni propietario de ninguna casa, si no que recibo al otro en tanto me reconozco como aquel que mañana puedo ser. No se es hospitalario esperando algo a cambio, sino a conciencia de la arbitrariedad del estado social de las personas.
La hospitalidad desliza hacia la hostilidad cuando al hospes -el extranjero al que se trata como huésped- pasa a vérselo como el hostis o extranjero enemigo. Cuando se deja de ver al otro, en términos generales, como digno de hospitalidad, se pasa a la hostilidad porque el otro se vuelve acechante. Por eso nada tiene que ver la hospitalidad con la tolerancia y por lo que esta última resulta escasa para posibilitar la convivencia. Tolerar dice ya de algo que no se acepta del otro, pero se soporta porque así lo manda la moral. En este caso, lo diferente del otro inquieta, sea el vulnerable, sea el pobre, el inmigrante o el refugiado -palabra que de por sí ya implica un menoscabo-.
Cuando se teme al otro, ya no se lo hospeda sino que se lo intenta domesticar, que se avenga a nuestros términos, a expresarse con toda la raigambre cultural de quien «presta» el asilo. De igual manera, esto ocurre en la milonga cuando se intenta sostener costumbres de forma rígida, tal que la tradición vira al ritual, hacia una ritualización vacía de espíritu.
Para que la milonga vuelva a ser un refugio de las miserias cotidianas, como aquel del que Yanina habla que representaba para los milongueros, es necesario volver a la hospitalidad en su estado más puro. Abandonar ciertas prácticas meritocráticas para acceder al saber tanguero pues ellas resquebrajan a la milonga en pequeños reductos sectarios en los que aquellos a los que les costó tanto ser incluidos en el círculo íntimo, desconfían de todo recién llegado. Si cada uno tuviese verdaderamente “su” lugar, habría lugar para todos.
Cuando en la charla con Yanina nos preocupa la pérdida de cierta concepción de la milonga y cosmovisión del tango como cultura popular, lo que estamos revalorizando es cierta ética o forma de ver la vida que hace también a la argentinidad. La moneda de la hospitalidad era la gauchada, ese dar sin esperar nada a cambio, signo notable de generosidad. Y cuando los milongueros hablaban de códigos, o se definían a sí mismos como gente con códigos, se referían, sobre todo, a la reciprocidad ante la gauchada y la hospitalidad. “Hoy por vos, mañana por mí”. En tiempos como los actuales, en los que la moneda corriente es la “guachada” más que la gauchada, bien valdría la pena acuñar viejas costumbres hoy en desuso.
Por otro lado, como han demostrado reconocidos antropólogos, como Claude Lévi-Strauss, las sociedades cerradas mueren. Muy probablemente, si el tango no se hubiera internacionalizado no hubiera revivido con la fuerza que lo ha hecho en las últimas tres décadas; incluso, quizás, no hubiera sobrevivido. Entonces, habría que hacer lugar a esas nuevas idiosincrasias que llegaron al tango de la mano de otras culturas y nuevas tribus, porque ellas alojan al tango en su seno al sentir la misma pasión.
Juampy Ramírez y Daniel Arroyo, fueron mucho más allá que a mostrar que los roles no estaban cosidos al género, sino que el tango es arte y, por tanto, una vía para expresarse con libertad. Su apuesta artística fue rupturista desde la estética hasta la ética, dando a ver no sólo otro tipo de vestimenta, sino shows que entre el drama y el humor y promovieran no etiquetar a las personas, incluso dentro del ambiente queer que los tiene como referentes. Con una amplia formación artística que en el caso de Juampy incluye un exitoso paso por el flamenco y la formación en otras danzas, y en el caso de Dani el diseño de vestuario, ambos se han preocupado de formarse y conocer a fondo el arte tanguero que intentan enriquecer con su propuesta, hasta desarrollar un estilo único en este universo artístico. En otra vertiente artística, destaca especialmente su paso por el Grupo Caviar bajo la dirección de Jean François Casanovas y junto a Walter Soares. Una hermosa entrevista, sensible y divertida como ellos.
Cuéntenme que los llevó a bailar.
Dani: En mi caso fue consecuencia de un mal momento, porque mis padres se estaban separando. Fue un momento muy caótico y pensé “O me tiro de un balcón o…”
...o empiezo a bailar. (risas). ¿Qué edad tenías?
D: 14 cuando empecé; 13 cuando se estaban separando.
¿Y cómo sucedió?
D: Unos de mis mejores amigos -el que me defendía de todo el “bullying” que sufría- me contó que tenía una amiga que bailaba tango y flamenco. “¿Tango? ¿Qué es eso?”, me quedó dando vueltas y, como todo lo que venía de él era bueno, lo busqué en YouTube. Y vi una pareja, ¡súper dramáticos ellos!, no recuerdo quiénes eran, el tango era “Quejas de bandoneón”. Lo miré unas doscientas veces. Bailaba en mi habitación, me imaginaba cosas súper interesantes. Hasta que un día pregunté si alguno conocía una academia para estudiar tango. “Sí, mi tío tiene una”, dijo un compañero. Y así entré en el mundo del tango.
¿Y vos Juampy?
Juampy: Estaba en el último año del secundario, bachillerato biológico porque quería ser bioquímico, y una compañera me invita a una clase de tango porque no tenía con quien ir y sabía que a mí me gustaba bailar. Quedamos en el Centro Cultural de Santa Fe, pero nos desencontramos, y dije: “Bueno, no llega ¿Qué hago?”. Miré alrededor y vi una publicidad de clases de flamenco y me fui a tomar las clases al Centro Balear de Santa Fe. Me acuerdo cuando entré, mi profesora, Marta Bernazano, con su falda a lunares, el pelo muy negro y largo. Ella era de Santa Fe, aunque había vivido en España, y había vuelto hacía un año. Así empecé flamenco y ya me cambió la cabeza.
“Bioquímica, no”, dijiste.
J: Dije: “Quiero esto”.
¿Y cómo pasaste del flamenco al tango?
J: En el 2005, cuando ya estaba instalado en Buenos Aires, casi unos 10 años después. Yo bailaba flamenco desde el ’96 y viajaba a Buenos Aires desde el 2000 para tomar seminarios de flamenco. Mi maestra me había dicho: “Bueno, yo te veo condiciones. Ponete a estudiar ballet”, para mejorar mi formación. Y así hice, aunque un poco protestando. Estudié ballet en el “Liceo Municipal de Santa Fe”, en el “Seminario Provincial”, y con maestros privados, además de jazz y contemporáneo.
Y, un día en el 2005, ya viviendo en Buenos Aires, una alumna de flamenco me hace escuchar a Martirio cantando “En esta tarde gris” sobre una base de flamenco, y me estalló la cabeza. “¡Quiero hacer este tema! Me gustaría hacer algo donde se encuentren el tango y el flamenco, no que se fusionen”, dije, inspirándome en una idea de Martirio que dice que “el tango y el flamenco nacen en el corazón, ambos son sentimientos que se bailan”.
¿Cuál sería la diferencia entre un encuentro y una fusión?
J: A mí el encuentro me parece más poético. Me parece más sensible, emocional, y del momento. Es como encontrarte con alguien: sucede según como va fluyendo. Un encuentro puede suceder o no, y puede tener un montón de colores, formas y sensaciones. Fusión es un término más técnico, que me remite a una cuestión más de análisis y estudio, del que devendrán también colores, sensaciones, se generarán cosas, pero a partir de un análisis intelectual previo. Mientras que el encuentro- en mi idea, en mi cabeza- es más espontáneo, va más directamente a lo sensible. Por eso hablaba de encuentro entre el tango y el flamenco, dos danzas tan potentes, porque me imaginaba un encuentro entre las emociones y profundidades que comparten.
«A mí el encuentro me parece más poético. …es más espontáneo, va más directamente a lo sensible. …Fusión es un término más técnico, …a partir de un análisis intelectual previo. …Por eso hablaba de encuentro entre el tango y el flamenco, dos danzas tan potentes, porque me imaginaba un encuentro entre las emociones y profundidades que comparten.»
Juampy Ramírez
¿Cómo continuó tu viaje del flamenco al tango?
J: Con esa idea ya en la cabeza, una noche que estaba con un chico con el que salía, escuchamos un tango al pasar por una milonga que quedaba por Independencia y Perú, y nos metimos. De repente ponen como cortina a Martirio y yo, que estaba medio en pedo, me pongo a bailarle a él. Cuando termino estaba toda la gente mirando y aplaudiendo. Al toque el Gordo Carlos Amaya me propone: “¡Che! ¿No querés venir a hacer una exhibición?” “Bueno, dale”.
Voy, llego dos horas antes, me quedo mirando la pista, y fue un flash. Yo desconocía el tango social, para mí sólo había tango escenario. Me encontré con una alumna de Pilates, y le pedí que me explique cómo funcionaba. “Hay gente que se conoce, gente que no, se cabecean …”, me explicó todo el ritual. Hasta que me dijo algo que me explotó la cabeza: “…y van improvisando…”. “¿Cómo que van improvisando?” “Sí.” “¡Uff! ¡Quiero estudiar esto!” Al otro día me fui a tomar una clase, pero era un señor mayor que hablaba en términos de “el macho, la mina…”, así que mucho no me enganché. Más allá que sea gay, siempre me sentí más identificado con el universo femenino y quería saber qué pasaría con la gente si vieran a un chico haciendo el rol de chica. Así que averigüé para hacer clases de tango queer, y me fui enganchando.
¿Con quién empezaste?
J: Empecé con Vilma Vega. Cinco meses trabajé con Vilma, hasta que ella me dijo: “MIrá, si querés técnica, andá a estudiar con Aurora Lubiz”. Y me recomendó que milongueara. “Todo lo que estudies, si tenés alguien con quien ensayar, ensayá, pero la milonga es donde vos vas a aprender, porque bailás con uno, con otro, con otro.”
Empecé a ir a “Cochabamba”, además de la milonga Queer, para milonguear todos los días y para explorar qué pasaba con la gente porque ni me planteaba ponerme el trajecito, la corbata, la gomina y hacerme el malevo. Quería hacer otra cosa porque ya lo venía haciendo con el flamenco. Un día en el show de una amiga dije “Quiero salir con una bata de cola” y desde ahí siempre busqué hacer cosas diferentes, no tan “cuadradas”.
Juampy Ramírez.
Y vos Daniel, ¿qué buscabas en el tango en ese momento personal complicado?
D: Creo que me llamó la atención la conexión. Quizás porque yo no tenía mucha conexión con nadie, salvo con mi mamá. Mi conexión con el mundo era internet.
¿Y cómo fue tu recorrido hasta que encontrás a Juampy?
D: Había empezado a estudiar diseño integral porque mi familia me decía que no podía vivir del arte y tenía que estudiar algo, y yo quería algo artístico, pero no sabía qué. Así que entré en diseño integral que incluía todos los diseños. Hasta que, en el 2012, mi mamá me dice: “Voy a recibir un dinero, así que elige: o una semana en París o un mes en Bueno Aires”. Y le dije “una semana en París”, pero mi mamá me dijo: “No, un mes en Buenos Aires porque, en realidad, tú bailas tango”. Y yo que había estado estudiando francés para irme a París, me fui a Buenos Aires.
¿Qué quería decir tu mamá con ese “en realidad, tú bailas tango”? ¿Reconocía que era lo que verdaderamente te gustaba más allá de los estudios de diseño?
D: No sé, creo que un montón de cosas. ¿Viste que las madres siempre tienen un montón de razones de por qué dicen lo que dicen? Creo que también se sentía más segura si iba a Buenos Aires porque éramos un grupo de bailarines. Íbamos a ver el “Mundial”. Yo no quería ir porque no podía competir, tenía 17 años. Pero fui y vi el “Mundial”, y me imaginé a mí mismo bailando ahí. Y empecé a milonguear, milonguear, y milonguear.
Estaba medio deprimido, porque era mi primera vez solo, sentía que estaba necesitando algo y no sabía qué era. En parte era Bueno Aires: las calles mucho más grandes, ¡los adoquines!, yo no sabía que era eso y estaba parando por San Telmo. ¡Y los edificios! Pensá que yo no había ido nunca a Caracas más que dos días para comprar unas lentejuelas porque ahí salían más baratas. Fue potente. Me quedé enamorado de Buenos Aires. Y un día, ya de vuelta en Venezuela, estaba haciendo unos catorce diseños -unas cosas super locas que tenía que entregar al día siguiente y que me tomaban cada una unas siete horas hacerlas- y, de repente, cuando iría por el diseño ocho, rompí todo y le escribí a Juampy: “Me voy a Buenos Aires”.
«Yo creo que el tango tiene mucha potencia para la comunicación porque permite a personas que han experimentado situaciones terribles tener un diálogo con otro, sin tener que dar explicaciones, y sólo a través del abrazo.»
Daniel Arroyo
¡Ah! ¿Ya lo conocías del primer viaje a Juampy?
D: Sí, nos habíamos conocido en “La Marshal” (primera milonga queer de Buenos Aires). Ahí nos conocimos y fue …. (gesticula significando increíble) Empezamos a bailar por todas las milongas.
J: Sí, me acuerdo que un amigo me había dicho “¿Bailaste con el chico venezolano?, dicen que baila re lindo”. Lo vi entrar, lo vi bailar y me animé a sacarlo. Y bailamos. Creo que era una tanda de Pugliese.
¡Intenso!
J: Sí, muy intenso. ¿Viste cuando terminás de bailar y no podés decir nada hasta que empieza el otro tango y quedás así un rato, como reaccionando, hasta que caes de nuevo a tierra? Bueno, así. Y de ahí, nos fuimos cruzando en la milonga, porque yo también estaba buscando alguien que se copara en acompañarme a las milongas.
La verdad es que nos divertimos mucho aquel mes yendo a bailar. Quedábamos a eso de las 10 u 11 de la noche y volvíamos todos los días tipo 6 de la mañana.
D: ¡A comer medialunas! 894 medialunas. Comíamos medialunas como dos vaquillonas
J: ¡Sí!, bajábamos en Belgrano y Saenz Peña del 168 (autobús urbano) y caminábamos 3 cuadras hasta la panadería.
D: Y cada medialuna estaba como 2,50 pesos.
J: Y después de ahí, aclarando el amanecer, íbamos por Belgrano con la medialuna y el café, y cada uno a su casa.
¿Cómo llegó la decisión de formar una pareja de baile?
J: Habíamos conectado muy fuerte, y en todos los lugares que íbamos la gente nos decía: “Che, ¡qué lindo que bailan! Tienen que hacer algo juntos porque se los ve re lindo”.Hasta que un amigo, Hernán Martínez, nos propone dirigirnos. Y en el tercer ensayo dice: “Chicos, yo no voy a poder trabajar con ustedes, no vamos a poder hacer nada, me rindo. Ustedes creen que son dos gotas de agua y son como el agua y el aceite.” Hernán nos rompió la fantasía que nosotros estábamos creando en nuestra cabeza. Me acuerdo que caminamos como quince cuadras, en silencio…
Con los ecos de las palabras de Hernán retumbando en sus cabezas.
J: Total. Nos sentamos en las escalinatas de la iglesia que está en Belgrano y Defensa, y no me acuerdo si te lo dije yo (dirigiéndose a Dani) o vos me dijiste a mí: “¿Llamo la combi?” (“furgoneta”, transporte para el aeropuerto). Y ahí estallamos de la risa y nos dimos cuenta que éramos dos energías completamente diferentes que nos encastrábamos en el baile, pero sólo cuando bailábamos, después en la vida real nos queríamos matar a veces. Ahora estamos más centrados, nos conocemos más, pasamos un montón de cosas juntos, fuimos creciendo, el vínculo fue desarrollándose.
Fue como en “La Viruta” cuando encienden la luz a las 6 de la mañana.
J: ¡Claro! (risas) Caes en la realidad. Nosotros atravesamos esa instancia.
Lo nuestro se fue armando, pero uno nunca tiene la certeza de si va a funcionar. Aunque, no es por mandarme la parte, pero siempre que dije “voy a trabajar con esta persona”, fue una decisión acertada.
¿En qué te basás para decirlo? ¿En la energía que te trasmite?
J: Hay algo que me dice: “Es esta persona”. Tiene que ver con algo parecido a la “comodidad” pero esa no es la palabra…
Fluye.
J: Exactamente. Fluye. Y así fue. Cuando él me escribe, ¡en mayúsculas!, ¡VOY A BUENOS AIRES!, yo justo buscaba un cambio de vida: no quería trabajar más donde estaba y me mudaba solo. “Dale, venite y vemos de hacer algo.” La verdad es que los dos estábamos más o menos. Él que dejaba todo en Venezuela, yo que, después de 8 años, dejaba un lugar que había ayudado a levantar. Me agarró un poco la “depre” (depresión)…
¿Y vos Dani? ¿Con qué rompías cuando rompiste todos esos diseños?
D: Me di cuenta que mi familia quería convertirme en una imagen que yo no quería. Yo quería viajar por el mundo, desarrollarme, no quería vivir como ellos. Yo sentía que ellos vivían de una manera muy clásica. La verdad es que eran unos diseños increíbles, inspirados en Alexandre Mc Queen. Luego pensé “¿cómo pude haber roto todo esto?”
Daniel Arroyo.
¿Cómo fueron los comienzos?, ¿difíciles?
J: Difícil fue todo.
D: Creo que también fue difícil encontrar la simbología de lo que hacemos, nuestra bandera, lo que somos. Ya había quienes venían generando una movida potente para cambiar las cosas. Estaban los hermanos Macana, Claudio (González), Augusto (La Marshal). Nosotros no nos queríamos quedar en la movida Queer, porque no nos sentimos solamente queer, somos más del género no binario. A mí si me dicen nena, todo bien, y si me dicen nene, todo bien también. Por eso creo que íbamos a “La Viruta” o a “Canning”, para decirle a ese público que también podían bailar como quisieran.
J: Sí, no solamente tender un puente desde lo queer hacia lo tradicional, sino incluso romper ese puente. Poder decir: “integrémonos todos y bailemos”.
¿Querían hacer sus shows en esas milongas tradicionales o milonguear?
J: Las dos vertientes. Teníamos claro que queríamos trabajar como cualquier pareja de baile en el ambiente del tango, proyectando nuestras ideas también en esos espacios. Fue difícil, porque no había nadie ofreciendo eso ahí. Pero, justamente por eso mismo yo pensaba que podíamos hacer lo que tuviéramos ganas. Todavía no sabía lo que sería, pero sabía que podíamos hacer algo que trascendiera.
Me acuerdo de la primera vez que fuimos a Canning: estuvimos como veinte minutos sin salir a bailar. Hasta que le dije a Dani: “Bueno, vamos ahora”. Terminamos el primer tango temblando. No por nosotros, era el afuera que estaba todo dirigido a nosotros.
Estamos hablando de hace 10 años. ¡Cómo han cambiado las cosas en esta década! ¿Llegaron a echarlos de alguna milonga?
J: No, eso no. Sí, nos pusieran la traba o nos empujaron. Era difícil, por eso y por la situación económica. Nosotros intentábamos dar clases y bailar, pero teníamos muy poco trabajo. Vivíamos a arroz, té y galletitas. Me acuerdo que íbamos a pedir sobrecitos de azúcar a la estación de servicio.
Y nos íbamos caminando desde Carabobo y Rivadavia hasta “Malcom”o “La Viruta” porque teníamos para pagar “un” boleto y preferíamos que fuese la vuelta.
D: Y con unas “Crocs” falsas y rotas. Sentía un frío que no me lo voy a olvidar nunca. Desde entonces, cuando me compro zapatos, me agarra una cosa: “¡Oh, tengo zapatos, gracias a Dios!” En ese momento sólo teníamos para comprar el par de zapatos de tango y listo.
J: Me acuerdo que, cuando empezaba a caer la noche, a mí me agarraba una angustia (con énfasis) … Entonces le decía a Dani: “Abrigate, vamos a bailar”. Hiciera lluvia, frío o calor, nos íbamos. Entonces, ir a bailar y encontrarte con todas esas situaciones era duro. Hasta que empezaron a cambiar las cosas por el “Mundial”, en el 2014.
¿Por qué empezaron a cambiar las cosas con el Mundial?
J: Porque la chica que nos inscribía, al ver que éramos una pareja de chicos, dijo “llamame a prensa” y nos hicieron una nota en Clarín, de una página, con una foto nuestra. A partir de ahí empezó a llamar más la atención lo que estábamos haciendo. La gente empezó a decirnos: “¿Ustedes son los que salieron en el diario?” “Sí, somos.”
Juampy y Dani compitiendo en el Mundial de Tango Pista.
J: Y otra cosa que influyó mucho, también, fue que, más tarde en ese mismo año, empezamos a trabajar con el “Grupo Caviar” de Jean François Casanovas y Walter Soares. Trabajar con Jean François nos terminó de ayudar a ver lo que queríamos. Él nos dio toda una estética. Nosotros ya teníamos claro que queríamos tener una estética diferente a la típica del tango, y que queríamos bailar con tacos, e ir descubriendo lo que éramos a través del baile. Él nos puso en un cuadro con corsé, tacos, medias y portaligas, y en otro con smoking y gomina, aunque todo, siempre, con el toque Caviar. A partir de ahí, sin copiar a Caviar, empezamos a definir nuestro estilo estético, jugando un poco a lo andrógino a partir del maquillaje.
¿Y cómo fue esa primera experiencia de estar en un escenario importante como el que podía estar el Grupo Caviar? ¿Sintieron un “¡Para esto me preparé yo!”?
J: Fue el escenario del Maipo. Dani había conocido a un tal Walter y me dice: “Nos va a llamar porque tiene un espectáculo en un teatro”. “Bueno”, dije yo. Estábamos milongueando en la Plaza Dorrego, suena el celular, “¡Walter!”, dice Dani, todo feliz. Empieza a hablar y, de repente, me dice… “para el Teatro Maipo…” A mí se congeló la piel. “…del Grupo Caviar…”, “…Jean François Casanovas”. Me iba tirando toda la data, y yo sí sentí “esto es lo que he querido toda mi vida”. “Walter Soares”, “Grupo Caviar”, “Jean François Casanovas”… ¡Guauu!
“El universo escuchó”, dijiste vos.
J: ¡Claro! Yo los había visto en televisión cuando tenía 13 años y nunca jamás hubiera podido pensar que iba a trabajar con el Grupo Caviar y Jean François y Walter. Imaginate cuando Dani me dice “Mañana tenemos que ir al Maipo, para empezar un show el lunes. Vamos a audicionar con Jean François Casanovas”. Fue un flash.
D: La verdad es que yo estaba recién llegado a Buenos Aires, y no tenía idea ni quién era el Grupo Caviar, ni entendía nada del mundo Drac. Con Walter nos conocimos en la milonga Queer. A partir de ahí, empezamos a compartir cosas muy lindas. Él empezó a mostrarme películas de Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Yma Zúmac, todas divas que influenciaron al arte Drac. ¡Y al mundo! Y yo siempre le decía a Juampy “Walter es divino, tiene una creatividad increíble, hace unos vestuarios, …” Un día Walter nos ve bailar y me dice “Ustedes tienen que estar con nosotros en el teatro”. Hasta ahí yo le hablaba a Juampy de Walter y no le sonaba nada. Hasta que le digo “Walter Soares” …
¿Y cómo fue trabajar con Jean François Casanovas?
D: Por un lado, sentías que te iba a matar, porque era muy directo. Pero, a la vez, era muy dulce, tan maternal, tan hermoso, tan fino. A mí me pasaba CD’s y me decía: “Escuchate esto que les puede servir”. O me decía: “Yo hice este número así, con esto, con esto, y con esto.” Por ejemplo, me regaló un CD de Yma Súmac del que ahorita estamos haciendo muchísimos temas, y en el que hay una versión del tema de “Birds” -que él me explicó como lo hacía con unos streapers a su alrededor y nadie entendía nada en aquella época-, que hacemos en “Fénix” (show) y llamamos “Chuncho”. Compartir un espacio con él fue una experiencia muy placentera.
J: Me acuerdo de una temporada en la que bailábamos una coreografía que le íbamos mostrando a medida que íbamos improvisando, y él siempre nos decía algo, nunca llegábamos a que dijera: “Sí, va por ahí”. No terminábamos de encontrarle la vuelta.
D: Hasta que un día vino y nos dijo: “Chicos, ustedes no están haciendo el final que habíamos hablado.” Y entonces ahí tú le preguntas…
J:“¿Qué querés de este baile? ¿Qué idea tenés?” “Yo quiero que cuando la gente los vea tenga la misma sensación que al mirar la estatua del Tutankamon.”
¿Magnificencia?
D: ¡Sí!
J: Y nos liquidó.
D: Es tremendo, te pone al límite. Me acuerdo que yo le dije: “¿Pero no oíste los aplausos, Jean François?” Y me dice: “A veces la gente aplaude cualquier mierda” “Ustedes pueden hacer más que lo que hicieron.”
J: Recién a la quinta función, yo salgo, lo miro porque esa vez nosotros sentíamos que había pasado algo, y me dijo “sí” y se fue.
D: ¡Sí! Fue hermoso.
¿Podrían intentar ahondar más sobre eso que sintieron esa vez?
J: Algo que para mí tiene que ver con el arte. Libertad. De repente no tenés piel, sos parte del universo.
«…la idea que intento trasmitir a colegas y, sobre todo a los alumnos, es que el tango es arte y el arte nos puede cambiar la vida. Para mí que la gente tome consciencia de eso ya es un montón, porque creo que cualquier persona que se deje atravesar por el arte, experimenta otra libertad. El arte te abre la cabeza.»
Juampy Ramírez
¿Trabajando con el grupo Caviar nace tu Drac, Dani?
D: Al entrar al grupo Caviar fui encontrando esa figura femenina desde el maquillaje. Jean François nos enseñó la técnica. Yo tenía mucho miedo de hacer Drac, porque mi familia me había aceptado como gay, pero serio, nada de maquillarme ¿no? (risas). Entrar al Drac fue sentir eso femenino que ya sentía desde chico, y después relajarme y vestirme de chico, y después volver. Ese entrar y salir fue lo que lo hizo posible, creo.
¿Es una actividad al margen del tango?
D: Exactamente. Juampy siempre me decía: “Vos tenés que crearte tu propia vida. No puedes pensar que vamos a estar siempre juntos”. Y yo “No, no, yo quiero estar siempre con Juampy” (con voz dramática) (risas). Claro, yo pasé de no haberme separado nunca de mi familia a estar solo con Juampy. Entonces Juampy era mi tía, mi abuela, mi prima, mi familia, ¡todo! Para mí era un drama buscar algo aparte de él, pero después fui entendiendo que yo tengo una personalidad que está bueno que desarrolle y eso no significa que lo voy a dejar de ver o que va a dejar de ser mi familia.
¿Y cómo llegaron a este momento en que Dani se viene a vivir a Europa y vos te quedás en Argentina y trabajas con otros?
D: Yo creo que fue a partir del momento de todos mis celos. En ese momento, realmente nos planteamos de dejar de hacer lo que hacíamos.
¿Dejar de hacerlo juntos, o simplemente dejar de hacerlo?
J: Dejar de hacerlo juntos, yo lo sentí así.
D: Para mí fue más un dejar de hacerlo, punto. Dejo el tango y me voy. Y así terminé en Berlín volviendo al diseño de moda. Pero luego me di cuenta que no quería hacer diseño de moda y me puse a estudiar alemán. Y así muchas cosas, hasta que dije: “Me tengo que quedar tranquilo. Está bien trabajar con energía, pero no atragantarme.”
¿Entonces fue cuando vos Juampy empezaste a trabajar con otros?
J: Porque me dejó, … ¡sola! (con tono melodramático) (risas). Pero también porque, a veces, yo sentía la necesidad de probar bailar con otra gente. Con el flamenco yo estaba acostumbrado a trabajar con diferentes personas, nunca había trabajado exclusivamente con alguien. Y me gustaba bailar con un chico que estaba “medio” saliendo con él (Dani), y él se ponía “re” celoso.
D: ¡Vos estuviste con él! (grita con tono de melodrama), yo le decía. Bien venezolana. Era una novela (risas)
J: Eran verdaderos capítulos de novela. Venezolana por parte de él, él era Grecia Colmenares, Caridad Canelón, todas las venezolanas juntas. Pero yo no era menos. Yo era Andrea del Boca, Luisa Kuliok, imaginate lo que eran las peleas (risas).
¿No se plantearon nunca llevar algo de eso al escenario?
D: Bueno desde ahí fue que empezamos a buscar toda esa cosa dramática en escena. De ahí salió “Dos rosas y un clavel”
J: Un día, trabajando con Nico Marini, tuvimos una charla para terminar las peleas, y yo les sugerí que hiciéramos algo con eso. Ahí ya nos empezamos a divertir y a meterle comedia a la performance.
Un buen ejemplo de sublimación: volcar una energía destructiva en la creación de algo bello. Pero, te fuiste igual, Dani. Y vos empezaste a bailar con otros, Juampy.
J: Porque a él le había quedado la idea de irse a vivir a Berlín y yo quería quedarme en Buenos Aires. Y en el 2019, cuando estábamos de gira, tengo un accidente serio con un ojo y tuve que volver de urgencia a Buenos Aires y Dani se queda en Berlín. Cuando me recupero me reencuentro con Ángela Meléndez D’Lima y le planteo que arranquemos con Guille Cerneaz un proyecto que teníamos pendiente desde el 2018. Habíamos hecho unos videos con Ángela y Krishna Olmedo y, cuando pensamos en hacer el show, Krishna no podía y entra Guille.
D: Antes habíamos hecho algo también con María Volonté y Kevin Carrel Footer. ¡Un delirio! Una cosa muy dramática. María cantaba “Ne me quittes pas”.
J: María chocha porque nos había pedido salir de su zona de confort. Y también nos habían llamado Mariana y Capussi para hacer algo los cuatro, y como ya habíamos pegado buena onda, cuando Dani se va, me sumo yo a ellos. Y durante la pandemia me mudé con Agustina Leoni -que es clown, bailarina y cantautora-; y, empezamos a hacer el dúo “Les chiqués” en cuarentena. Y, hace poco empecé a trabajar con Martín Lasiar que también tiene una formación muy linda de ballet y contemporáneo.
¿Y vos Dani? ¿Estuviste bailando con otras parejas?
D: Yo he estado probando hacer cosas más tradicionales con Ángeles Carrión en México y con una bailarina de Latvia, Karina Lilu Dovbush, pero nuevamente, algo en mí no encajaba, quería estar más libre. Y desde hace poco empecé a trabajar con Manuela Marce. Con Manuela nos conocíamos de un proyecto con Elina Roldán, un corto sobre su vida y trayectoria como maestra y bailarina, que Manuela al final no pudo hacer por cuestiones personales. Y ahora que nos reencontramos en Barcelona estamos empezando a crear cosas juntos, con una visión un poco tradicional pero más teatral, y también inspirada en procesos naturales, elementos químicos.
¿Y en Europa trabajan sólo en un circuito de Tango Queer o más general?
J: Al igual que como lo hemos hecho en Buenos Aires intentamos no cerrarnos al ambiente queer y trabajar como cualquier otra pareja de baile. De hecho, cuando vienen y nos dicen: “Ah, ustedes hacen tango queer”. Yo contesto: “Nosotros hacemos tango. Tratemos de no rotular”. Con lo cual trabajamos un 80% en milongas tradicionales y un 20% en milongas queer.
D: También pasa que tenemos como una especie de choque con el mundo queer. Porque en ese mundo hay gente que ha sufrido muchos más destratos que nosotros y son, quizás, más sensibles a ciertas cuestiones. Entonces, a la hora de explicar la técnica, si les decís, por ejemplo “la apertura se hace hasta acá y pones el pie así”-, te dicen “yo lo hago a mi manera porque yo soy libre”.
J: Nos pasó bastante los primeros años, de explicar algo técnico y que te digan: “Ah, no, eso es muy tradicional. Nosotros somos queer y queremos romper”.
«Ambos hablábamos mucho de romper en un momento. Desde la rabia interna que teníamos, creo, rabia por querer expresarnos y ser aceptados. Con el tiempo el tango nos enseñó que la aceptación viene de una cuestión interna, aunque nos tomó unos 15 años verlo . Hoy creo que romper es también una forma de evolucionar, en la evolución hay una ruptura porque dejas de hacer lo mismo, de tomar los mismos caminos de siempre, para generar nuevas posibilidades.»
Daniel Arroyo.
«Si querés romper una estructura, primero tenés que saber cómo es. (…) ¿Querés armar un edificio redondo? Bueno, primero tenés que saber cómo se hace el edificio cuadrado porque ahí está la base de toda la estructura.»
Juampy Ramírez
¿Qué sería entonces, el tango queer? ¿En qué se diferencia del tango tradicional?
D: Es una forma de bailar tango en la que no hay roles predeterminados.
J: Exactamente, pero, por eso mismo, nunca terminan de entender un rol, para después romperlo. Si querés romper una estructura, primero tenés que saber cómo es. Al menos, basate en la música para que el otro entienda lo que querés hacer, que el movimiento -el que sea- tenga un sentido, una lógica para la comunicación con el otro.
¿Querés armar un edificio redondo? Bueno, primero tenés que saber cómo se hace el edificio cuadrado porque ahí está la base de toda la estructura.
¿Y cuál sería la base del edificio? ¿Por dónde arrancan a construir el edificio?
J: Para mí lo primero es que la persona entienda su cuerpo, porque a través de entender tu cuerpo vas a entender lo que el otro podrá hacer, o cómo se va a mover. Tenés que conocerte y sentirte cómodo con tu movimiento, primero.
D: Yo siempre digo, lo más importante es sentirse cómodo.
J: Y sí, porque para bailar incómodo, me voy a tomar un helado.
¿Pero, qué pasa si el estar cómodo de uno hace sentir incómodo al otro?
J: Entender la propia comodidad para, justamente, entender si el otro está cómodo. Porque es un baile de a dos, si fuera un baile de uno solo bastaría con entender la propia comodidad. Se trata de sensibilizarte al cuerpo del otro. Y que el abrazo sea con “cariño”, para disfrutar. Vamos a compartir y para eso cuentan un montón de factores, no solamente lo técnico. La técnica es una herramienta para poder expresar.
Y en esa búsqueda que tienen por lo diferente ¿Hasta dónde quieren llevar al tango?
D: Yo creo que el tango tiene mucha potencia para la comunicación porque permite a personas que han experimentado situaciones terribles tener un diálogo con otro, sin tener que dar explicaciones, y sólo a través del abrazo.
«Creo que el tango hasta aquí reflejó una correspondencia de género que está en el universo y que la historia catalogó como el lado femenino y el lado masculino y nos olvidamos que puede haber muchos más géneros. Sí creo que tiene que haber un rol que represente más una dirección y otro que represente más una contención que absorbe toda esa energía. Esa correspondencia está en el universo como dos polaridades necesarias para la creación.»
Daniel Arroyo
D: A mí, además, me gustaría llevar la moda al tango. ¿Por qué vestirnos siempre igual? Permitirnos abrir la cabeza a lo nuevo, acorde a todos los cambios que están pasando. Que la gente se pregunte “¿Qué quiero comunicar de mí?”
J: Para mí, tomando esto que dice Dani, la idea que intento trasmitir a colegas y, sobre todo a los alumnos, es que el tango es arte y el arte nos puede cambiar la vida. Para mí que la gente tome consciencia de eso ya es un montón, porque creo que cualquier persona que se deje atravesar por el arte, experimenta otra libertad. El arte te abre la cabeza. Por eso, como dice Dani, te podés liberar del traje y transformar todas las estructuras. Estudiándolas primero (con énfasis).
¿Y si en lugar de “romper” con lo tradicional, pensamos en “resignificar”? ¿Qué posibilidades habría de resignificar la palabra “llevar” en el tango, que sirva para repensar los roles? ¿Se trataría de “llevar” o de otra palabra?
J: Sí, creo que cuando se rompe algo se reconstruye a la vez. Y esa reconstrucción representa una resignificación. También podríamos hablar de evolución, cambio, mil cosas, van un poco de la mano. Es lo que yo nombro como “romper la postal”.
En cuanto a lo de “llevar”, muchos estamos tratando de encontrar cuál sería la palabra en reemplazo de ésta. No sé si se encontró la que nos haga sentir cómodos y cómodas, pero a mí me gusta “acompañar” para cualquiera de los roles. «Proponer», «acompañar», porque si bien son palabras que dan la idea de “guía”- y en ese sentido sirven para orientar a un alumno al principio sobre las características de cada rol-, cuando uno avanza en el baile uno empieza a entender, a ver, y a sentir, que esto de quien propone y quien acompaña se desconfigura, se mezcla. Habrá que seguir buscando la palabra, todavía falta indagar mucho para generar un cambio a nivel lingüístico.
D: Es curioso porque, hace un tiempo, releía una entrevista que nos hicieron hace unos siete años en la que Juampy usaba mucho la palabra «romper». Ambos hablábamos mucho de romper en un momento. Desde la rabia interna que teníamos, creo, rabia por querer expresarnos y ser aceptados. Con el tiempo el tango nos enseñó que la aceptación viene de una cuestión interna, aunque nos tomó unos 15 años verlo (risas). Hoy creo que romper es también una forma de evolucionar, en la evolución hay una ruptura porque dejas de hacer lo mismo, de tomar los mismos caminos de siempre, para generar nuevas posibilidades. Resignificar me parece también súper interesante.
Y con respecto a la palabra “llevar”, creo que hay una persona que propone y otra que complementa esa propuesta, quizás con una contrapropuesta, con lo cual tal vez la palabra sería «proponer». Creo que el tango hasta aquí reflejó una correspondencia de género que está en el universo y que la historia catalogó como el lado femenino y el lado masculino y nos olvidamos que puede haber muchos más géneros. Sí creo que tiene que haber un rol que represente más una dirección y otro que represente más una contención que absorbe toda esa energía. Esa correspondencia está en el universo como dos polaridades necesarias para la creación.
Muchas gracias a ambos. Ha sido un placer.
Juampy y Dani nos cuentan cómo, ante la forma tradicional de entender el tango danza, su recorrido artístico fue siempre construido rompiendo con lo estático de las costumbres y mitos. En este sentido, no les bastaba ni les basta con integrar nuevas corrientes, sino que también querían presentar su propuesta, tanto artística como social, en el seno mismo de las milongas más tradicionales. Dar a ver otra estética -en tanto otra forma de vestirse, incluso de caracterizarse-, reforzaba la intención de romper la postal que cristalizaba cierto juego de roles en el tango danza, en el que el hombre ejercía el papel del que lleva y la mujer el de la que se deja llevar.
No estuvieron solos en esta gesta, hubo quienes les precedieron y ellos reconocen en su charla, así como otros y otras -o otrxs- que les acompañaron a la par o vinieron después. El resultado está a la vista: de aquellos tiempos en los que Juampy y Dani sufrieron alguna hostilidad al presentarse en ciertas milongas, a un presente en la que los roles de la danza ya no están determinados por cuestiones de género. Así hoy, el tango queer plantea un intercambio fluido de roles entre el par que danza.
¿Es posible dar un paso más y plantear el tango como un baile sin roles fijos, como alguna vez propuso el “contact”? ¿Seguiría siendo tango danza? ¿Cuál es la estructura que lo sostiene? Para Dani y Juampy hay movimientos de base del baile que están unos ligados a un rol que propone y otros a un rol que acoge. Ellos coinciden en preferir la palabra “proponer” a “llevar” porque incluye la posibilidad de la contrapropuesta. Juampy sugiere además “acompañar”, y ambas palabras apuntarían a hacer de la danza la tan mentada y, sin embargo tan ausente de las milongas, conversación entre dos. Mucho se dice de llegar a hacer del tango danza una conversación en la que el líder o llevador, comúnmente el hombre, debería escuchar a la persona acompañante, esperarla incluso -se dice- para tomar su energía y con ese impulso devolver un movimiento a modo de respuesta, hasta el punto en el que se desdibujen esos roles, siendo ambos quienes responden y corresponden.
La finalidad de Juampy y Dani era mostrar que todos podían bailar con quien quisieran, hombre, mujer, “no binario”, dice Dani en algún momento. ¿Es posible alcanzar un tango “no binario” en alguna instancia; es decir, un tango no sustentado en polaridades? ¿O como dice Dani, esas polaridades son omnipresentes en la naturaleza porque son las dos fuerzas necesarias de la creación, el yin y el yang, opuestas pero complementarias? Si recordamos que la propuesta del Tao es que esas dos fuerzas están presentes en todos los elementos del universo, en todos los seres; la pregunta por el quién ya no resultaría orientadora y el único dejarse llevar que tendría sentido sería aquel guiado por la emoción que causa la música y el contagio que eso produce en el otro. El abrazo sería entonces el medio para un encuentro de emociones más que para el encaje perfecto de movimientos que arman una serie. Como cuando Juampy propone un encuentro poético entre el tango y el flamenco en lugar de una fusión intelectualizada de ambas técnicas. Quizás entonces volveríamos a la danza como ritual, en la que los cuerpos danzantes eran movidos por los espíritus y deidades que canalizaba la música.
Bailarina, muy reconocida por su dirección coreográfica y artística en sus tres shows más destacados, Esquina Carlos Gardel, Tango Porteño, Piazzolla Tango, Dolores De Amo es la dama de la escena tanguera. Sus espectáculos fueron aplaudidos por miles de personas de todo el mundo, tanto en su sedes porteñas como en sus múltiples giras internacionales. Muchos de los más destacados bailarines y bailarinas de tango escenario de la actualidad dieron sus primeros pasos con ella, reconociéndole un ojo y una mirada muy especial para descubrir el talento y potenciarlo. Dentro de las artes escénicas, fue también muy notable su labor como diseñadora de vestuario. Pero su trayectoria no queda ahí, además incursionó con mucho éxito, también, en las artes visuales, siendo la productora artística e impulsora del canal de televisión Solo Tango; y organizó junto a Susana Miller una de las milongas más recordadas y apreciadas de la noche porteña allá por los 90: la milonga del club Almagro. Recibió un premio ACE a la mejor coreografía y un Martín Fierro por el canal Solo Tango. Una entrevista imperdible para todo aquel que ame el tango escenario o, solamente, el escenario.
Dolores, te pedí una entrevista como un paso ineludible después de haber entrevistado a un número importante de bailarines que habían comenzado su carrera en el tango escenario con vos, por cómo ellos hablaban de esa experiencia.
Lo que escuché de ellos y se me presenta como seña de identidad tuya es el ojo y la mirada. El ojo para descubrir ese talento -hay varios campeones mundiales que han empezado con vos-, y después la mirada como esa capacidad de verle su máximo potencial y trasmitirle la confianza para alcanzarlo.
Siento que siempre tuve una mirada así: ver a alguien y darme cuenta si podía o no. Y no me equivoqué nunca. Hubo chicos que me dijeron: “no, yo no puedo hacer lo que usted me dice, ¡no puedo! Y mi respuesta era: “Mirá, te lo digo yo, así que lo tenés que hacer”.
Es una orden, no es negociable.
No es negociable, tenés que hacerlo. Hacelo, aunque sea una mímica de lo que te pido, pero hacé la mímica. Después te va a venir esa sonrisa o esa mano, sola.
En algún momento lo vas a sentir y va a salir auténtico.
En algún momento va a salir auténtico, pero, por ahora, como no te sale porque tenés una coraza que te impide hacer esto que veo que podés hacer, hacelo como te lo digo. Y lo estás haciendo mal, porque la mano en lugar de ir así, va así, como si fuera una mano pintada sobre un cuello de mujer. A eso los inducía, los llevaba al límite.
¿Al propio límite?
Al propio límite, sí.
«…uno no puede mostrar nada que no sea suyo. Aunque lo hayas actuado, siempre hay algo que se despierta en vos.»
Tu mirada es como un espejo que les ponés delante y que les muestra todo lo que no ven de sí mismos.Si no se los decís, de alguna manera se los pasás, ¿no?
Se los paso o se los digo, “mirá, quiero tal cosa, necesito que te expreses de esta manera…”. Siempre fui muy obsesiva trabajando con la gente. Claro que primero tenía que ver una cualidad, que esta persona iba a poder hacer esto. Aunque, a veces, cuando en el casting no encontraba los personajes, me vi obligada a elegir los que más me habían gustado, aunque no me gustaran demasiado.
Ese ojo imagino que es algo intuitivo, que no lo podés explicar.
No, no lo puedo explicar, es intuitivo, algo que ya vino conmigo. Me pasa, siempre. Siempre tengo el ojo, me doy cuenta y puedo despertar en el otro lo que veo que le hace falta. Es un trabajo que me apasiona, y es una especie de terapia, también. Y eso que todos los bailarines tienen un ego muy grande…
Bueno, un poco de ego necesitan para ponerse ahí arriba.
Lo necesitan, pero tienen un ego tan grande que les impide romper con lo que esperan de ellos mismos.
Romper con ese espejo que sí tienen de sí mismos, pero idealizado.
Idealizado de sí mismos, exacto. Por ejemplo, determinadas características físicas pueden condicionar el tipo de papel que podés hacer, hay cierto phisique du rôle. Digamos que en ciertos casos no te podés imaginar en un rol sensual, porque no es el tuyo. Y tampoco es el mejor. A veces el cómico puede ser muy superior al bailarín que hace un baile sensual, te puede volar la cabeza. Esa creencia de que lo único que vale es la hermosura, la sensualidad… Y no, crear tu propio personaje es lo que vale, lo que va acorde con vos. Lo que te acompaña son las habilidades, las herramientas que ya traés, y las despreciás porque ves a aquel sobre el que proyectás lo que querés ser vos.
Lo que tenés como ideal.
Como ideal, sí. Entonces, ¿qué es lo que vos podés hacer con tus talentos? Ese reconocerse a uno mismo… es difícil para ellos, hay pocos que lo hacen. Creo que lo que siempre hice fue reconocer esa parte escondida de ellos o, a veces, enseñarles. Por ejemplo, a alguien que no tenía que hacer demasiadas cosas para ser sensual, enseñarle ciertos movimientos insinuantes que son poderosos, sin hacerle perder su esencia, al contrario, pulirla y hacer de eso algo mucho más potente, porque tiene muchas más aristas para contemplar: esa mano, esa mirada, ese silencio.
«Por lo que yo veo, muchas veces lo hacen coreográficamente y les falta un hilo que va por dentro. No lo saben explicar porque no lo sienten, lo aprendieron y les falta el correlato de lo aprendido. Por ejemplo, una vez uno me dice: “Doña, ¿pero por qué quiere que la huela?”, a la mujer. “Porque cuando vos hacés el amor con una mujer no solo la tocás, también sentís su sudor, su olor, y eso te provoca. Por eso tenés que olerla, porque es inspirador. Y en ese momento que estás inhalando el perfume de ella, el público siente esa sensación que vos estás sintiendo.”»
Hay temas que se repiten en las entrevistas y uno es el gesto. Quizás no lo nombraban así, pero hacían hincapié en esto mismo: “esa mano, esa mirada, ese silencio”. El gesto es algo que dice, comunica, es más que un movimiento hecho en forma mecánica. ¿Se trataría de que el movimiento se transforme en gesto?
“Algo que dice”, sí, es así, tal cual. Es hasta que vos aprendas a decirlo con tu cuerpo, con tus manos, con tus ojos, que todo tu personaje sea completamente coherente.
De izq. a der.: Dolores junto a Juan Fabbri , Nacha Guevara y Willem Dafoe, después del show de «Tango Porteño».
¿Cómo armabas las coreografías? ¿Partías de sus movimientos y con eso vos construías el personaje? ¿O ya tenías el personaje e ibas guiando al bailarín?
Todas eran distintas. En los castings siempre busqué las personalidades para hacer los personajes que necesitaba. Si tenía que armar un show completo las necesitaba todas ¿verdad? El tango tango, sin nada, limpio. El tango apasionado, el tango cómico, una milonga alegre, un milongueando muy rápido para fluir. En general, lo que te encontrabas es que todos hacían todo de la misma manera porque, entre otras cosas, muy pocos venían con un conocimiento de las épocas. Aparte estaban los temas de moda. Por ejemplo, cuando se les dio por Watashi, todos bailaban Watashi (de Taro Hakase, Lisandro Adrover y Luis Bravo & Forever Tango); en lugar de buscar algo que fuese de ellos. Buscar, empezar a escuchar hasta encontrar lo que pudiese ser suyo.
«Esa creencia de que lo único que vale es la hermosura, la sensualidad… Y no, crear tu propio personaje es lo que vale, lo que va acorde con vos. Lo que te acompaña son las habilidades, las herramientas que ya traés, y las despreciás porque ves a aquel sobre el que proyectás lo que querés ser vos.»
¿Vos les transmitías los estilos de época?
Claro, no se puede bailar todo igual. Si yo estoy presentando un cuadro del año 50, tengo que aprender a bailar como se bailaba en esa época. Hacer cosas delicadas con los pies, no puedo saltar, arriba tiene que haber cierto recato, cierta separación. Después, la costume, el traje, acorde a ese personaje dentro de la variedad de personajes que puede haber en un cuadro grupal. Como en “El baile” de Héctor Scola. Como en la vida, como vos que tenés una personalidad y yo que tengo otra. Ellos, en principio, no sabían nada de las épocas. Pero si vos estás haciendo una carrera, tenés que aprender todo lo que involucra esa carrera. Alguien que es sexy tiene que poder hacer un grupal del año 50 o del 30, o del 1900, porque participan todos, desde el sexy hasta el cómico. Tenés que conocer cómo se saludaba, cómo se paraba la gente, cómo se usaban los sombreros –no sabían usar sombreros–, cómo se pone una galera. Tenés que tener toda la información de lo que estás haciendo, una visión completa del personaje, porque con la coreografía solamente no te lo creés nunca.
«Un show es como una película, el público tiene que sentir como si estuviera viendo una película.»
¿Y de dónde nutriste eso?
Estudié. Estudié todas las épocas. Miles de libros y videos, de lo más antiguo que había. Hablar con mucha gente, todo un grupo de gente que bailaba antes, que ya ha muerto toda, y que te contaban historias. Y después leerlo en los libros. Me compraba libros especiales de cada época. Ver fotos: cómo se saludaba, cómo se miraba.
¿Los códigos de cada época?
Sí, porque si no ves cosas surrealistas, el personaje no es creíble. Un show es como una película, el público tiene que sentir como si estuviera viendo una película. En una película de época ves todos los detalles del vestido, los moñitos, el peinado con los bucles, los ojos cristalinos de esa joven que empieza su vida social. Tenés que transmitirlo así. Y cuando es power, a full, caliente, también.
Y cuando lo hacés totalmente comprometido, refrescás tus propias sensaciones. Me acuerdo, una vez, un gran bailarín que hoy en día es muy famoso, no lo voy a nombrar… me dijo: “Yo no le puedo mostrar a usted mis emociones, ni lo que yo hago en mi vida personal”. “Yo no te estoy pidiendo eso. Si me lo querés dar, dameló. Pero, si no querés, dame lo mismo actuado. Actúa eso de forma que yo me lo crea.” Y esa fue la llave para que él pudiera mostrar lo suyo, pensando que no era lo suyo. Porque uno no puede mostrar nada que no sea suyo. Aunque lo hayas actuado, siempre hay algo que se despierta en vos.
Eso sería sublimar, sacar aquello que uno tiende a tapar u ocultar para crear algo artístico, porque al hacerlo se embellece y ya no causa malestar. ¡Guauuu!
Sí, es maravilloso, a mí me encanta hacerlo. Creo que es lo que más me gusta de mi trabajo, ese trabajo que hago con cada persona. No lo estoy haciendo mucho ahora porque estoy un poco retirada, pero cuando veo el show, veo a los chicos que armé de una forma y a las parejas sustitutas se les nota que hacen todo marcado, que la pasión está marcada. Pero lo hacen con habilidad, entonces la gente queda impactada por el “po ro rommm” y esa forma “cha, cha, cha, pummm”, así que parece que, desgraciadamente, eso es lo que está primando.
«A los jóvenes les cuesta entender este trabajo interior; que, por otra parte, les despierta después una confianza infinita en ellos mismos, los relaja. Te relaja porque sabés quién sos en un escenario.»
Eso lo señalan bastante los bailarines que son de otra generación. Pareciera que hoytodo apunta al impacto para lograr el like, pero el espectador no se lleva mucho de esa performance, no le queda la emoción que le produciría una caída de ojos o una mano que se contiene de tocar al otro.
Quizás a una persona sensible y conocedora le puede pasar eso, pero te voy a decir que la gente no se da cuenta, porque vive en este mundo nuevo de aturdimiento y de cosas asombrosas. Y el gesto simple pero profundo necesita una mente que lo comprenda, un corazón que lo sienta. Entonces, tienen que pasar cosas asombrosas o, si no, la gente le da mucho el teléfono. Es un mundo distinto al que yo me hice y con el que trabajé. A los jóvenes les cuesta entender este trabajo interior; que, por otra parte, les despierta después una confianza infinita en ellos mismos, los relaja. Te relaja porque sabés quién sos en un escenario. Los chicos de hoy hacen más y más y más, un correr, un rush (apuro) porque creo que les falta esa confianza en ellos mismos.
De izq. a der.: Dolores, Juan Fabbri y Liza Minnelli.
Lo tuyo también es el diseño del vestuario, tenés fama por eso. El vestuario que armabas para tus shows fue una revolución.
Fue una revolución porque hasta entonces vos ibas a una casa de tango y cada uno tenía su vestuario y si se te rompía un par de medias las tenía que comprar. Los primeros bailarines, que eran los que ganaban más, eran los que más vestían. Los otros que eran más pobres se vestían como podían. Yo hice un vestuario igual de importante para el primer bailarín como para el segundo, el tercero, el cuarto y el quinto. Eran todos acojonantes para que cuando el bailarín salga al escenario su imagen ya diga qué es lo que va a hacer. No hay nada como una primera imagen “pum”, ahí está el impacto, lo que ese personaje ya está diciendo con su presencia, no necesita más. La revolución fue que hice unos vestidos costosísimos -tenía una producción atrás mío de gente muy rica-. Aparte, rompían con la norma, no eran vestidos de tango, me inspiraba en otra época o en la moda de ese año. Mis vestidos todavía siguen bailando en los teatros, se siguen usando a pesar de que pasaron tantos años. Empecé a hacer los maillots transparentes con las aplicaciones arriba, que después me copiaron todos. Y las telas eran todas de primera calidad, seda natural, por ejemplo. Y la terminación a mano. Si agarrás un vestido mío está terminado “de mano”, el ruedo es de mano.
¿Por qué?
Porque es otra cosa, y porque lo veo yo. Los zapatos, lo mismo. ¡Toda la zapatería que había era una cosa! Los sombreros, perfectos, del mejor sombrerero de Buenos Aires. Todo fue hecho con ese nivel, entonces fue un cambio revolucionario en el mundo del tango. De ahí en más, todos tuvieron que empezar a poner plata para poder competir, para acercarse, asomarse, a lo que yo había hecho.
¿Y por qué creés que hoy ya no hay esas compañías girando por el mundo, como lo hacía la tuya, como Forever Tango, Tango Argentino, Tango Pasión, todas esas grandes compañías? ¿No hay público ya para un show de tango?
Para hacer esos grandes espectáculos necesitás mucho dinero. La pandemia terminó de liquidar todo, hasta lo que más o menos salía.
Esa es la respuesta típica, pero siempre hay inversores, sólo hay que presentarles un producto que gane dinero. ¿Qué es lo que está fallando del producto?
No logran el suficiente público porque la gente una vez que vio tango, le cuesta engancharse con un espectáculo de tango otra vez.
Pero el cascanueces se sigue representando en los mejores teatros y por los mejores ballets, no pasa de moda. ¿Está faltando algo para captar a otro público, no solo al tanguero? Porque si no atraes otro público parece difícil volver a llegar a Broadway.
Se llegó con “Tango Argentino” que fue una revolución. Un vestuario fantástico, todo negro. Los mejores bailarines, íconos en la Argentina. Por primera vez un show lujoso, de tango tango, con personajes multifacéticos. Ese fue el impacto de “Tango Argentino”. Y el de “Forever Tango”, que a mí me fascinó por su creatividad, pero hoy ya está viejo, también. Es un gran trabajo el que hay que hacer para que todo cambie.
¿Habría que reformular la idea?
Hay que reformular la idea. Si vos me preguntás cómo, yo te digo que todo esto no sirve más, está pasado de moda. Hasta el vestuario hay que tirarlo, quemarlo todo, ya no existe. Tenés que hacer algo, como yo hice en su momento en la “Esquina” (Esquina Carlos Gardel), que rompa absolutamente con todo. Y se puede hacer. Primero tenés que tener el libro. Yo tengo algunos, hice uno para Baryshnikov que me llamó antes de la pandemia para hacer algo, pero pasó todo eso y quedó en la nada. Era una cosa nueva, una historia nueva sobre un mundo moderno en el cual la gente se reconozca. Y con un tango también bastante moderno. E, inclusive, con participación vocal del bailarín. O sea que los bailarines tendrían que poder cantar, hablar, desarrollar otros talentos. No hay esos bailarines hoy. Es muy difícil que un bailarín pueda cuando le pedís dos o tres cositas así, habría que trabajarlo todo. Quizás, con los más artísticos, capaces de hacer una cosa entre lo teatral y el baile. No digo que hablen todo el tiempo, una palabra: “¡Silencio!” (actúa)… Lo que fuere, o algo que venga en eco. Al tango le falta eso, tiene que “chik, chik, chik” (chasquea los dedos para despabilar).
«…te digo que todo esto no sirve más, está pasado de moda. Hasta el vestuario hay que tirarlo, quemarlo todo, ya no existe. Tenés que hacer algo, como yo hice en su momento en la “Esquina” , que rompa absolutamente con todo. Y se puede hacer.»
Hay una cuestión casi de base, pareciera. De formación, más integral.
Sí, exacto.
¿Faltaría para el tango algo como es el “San Martín” para la danza contemporánea?
El San Martín es grandioso, su ballet me fascina, no hay obra que no me guste, me encanta. Siempre voy a verlo y siempre me sorprende. Esos bailarines tienen una formación increíble, trabajan ocho horas por día.
¿Vos pondrías esa escuela?
Ya estoy vieja para eso, pero sí apoyaría el proyecto y colaboraría con lo que yo imagino que debería ser.
También pasa que muchos de ellos te dicen que son bailarines porque son tímidos y expresan con el cuerpo lo que no podrían nunca expresar con las palabras.
Por lo que yo veo, muchas veces lo hacen coreográficamente y les falta un hilo que va por dentro. No lo saben explicar porque no lo sienten, lo aprendieron y les falta el correlato de lo aprendido. Por ejemplo, una vez uno me dice: “Doña, ¿pero por qué quiere que la huela?”, a la mujer. “Porque cuando vos hacés el amor con una mujer no solo la tocás, también sentís su sudor, su olor, y eso te provoca. Por eso tenés que olerla, porque es inspirador. Y en ese momento que estás inhalando el perfume de ella, el público siente esa sensación que vos estás sintiendo.” Imposible que no suceda, pero el momento tiene que ser perfecto, y para eso tenés que involucrarte y saber para qué lo estás haciendo y por qué. Por eso falta formación, falta en ellos este texto que te da la seguridad para gritar cuando necesitás gritar, llorar o decir alguna frase.
Una impresión que tengo, de hablar con ellos, es que, aunque la coreografía sea la misma, las intensidades, la respiración, cómo siente ese tango, pueden ser distintos. Como si el mismo tango les tocara en otro lugar. Quizás porque ellos vienen de una manera distinta cada día, o porque el público cambia y la energía es otra.
No estoy de acuerdo. Yo creo que siempre tiene que haber la misma intensidad. Es como una obra de teatro: tiene que provocar en el espectador eso. El bailarín no puede estar en otra cosa y venir alegre ese día y que haya una sonrisa en un lugar inesperado. En ese lugar él tiene que cerrar los ojos, o mirar para otro lado, o mirar el cuello. Esa mirada está marcada, es la que le produce una emoción al espectador. No puede haber una improvisación en el escenario, las improvisaciones suceden antes para construir la coreografía de una manera perfecta. Es como ver una película repetidas veces, siempre que la ves te llega de la misma manera porque es esa película, hecha con esos gestos, con el llanto o la alegría del momento. Y está perfecta como está. Decís ¡qué película, qué obra de arte! ¡¿Cómo pudo sacar este artista, en este momento, ese silencio que lo dijo todo?!
¿Cuándo descubriste que lo tuyo estaba detrás de escena? Porque vos empezás bailando. ¿Cuándo la bailarina decide bajarse del escenario?
Sí, empiezo bailando y me doy cuenta que no soy una buena bailarina, que soy una bailarina de salón. Que el “salón” lo bailo muy bien y que me gusta, pero que no tengo pinet para lo otro. Ahí me bajo. Pero advierto que tengo un ojo bárbaro. Como vi lo que yo podía hacer, los talentos que tenía, así podía ver los talentos de los demás. Entonces me bajé y empecé a trabajar en lo que era mi talento, que era sacar de los demás lo que necesitaban para lograr lo mejor de cada uno. Y que todos en la compañía sean absolutamente diferentes entre sí. Y eso lo logré.
¿Y cómo fuiste encontrando tus fases creativas? ¿La coreografía, la formación de los bailarines, el diseño del vestuario?
Fui haciendo, trabajando y confiando cada vez más en mí misma. En el vestuario al principio confiaba más o menos, tenía miedo de hacer una innovación tan grande. Empecé tímidamente, y después, al poco tiempo, me dije que lo mío era tibio.
Que la pasión que le pedías a los bailarines no la estabas poniendo vos. (Risas).
No, no la estaba poniendo en la costume. Así que tiré todo lo que había y empecé a hacer lo que creía que tenía que hacer para que cada personaje fuese creíble.
Y me costó mucho trabajo porque los chicos son difíciles. “No, esto no es para mí”. “No, acá se me ve esto”. “No, subirme allá arriba no porque eso se mueve, es peligroso”, como cuando armé unas torres gigantescas en el “Lola Membrives”. Costaban mucho dinero porque eran altas hasta el techo -tenían tres pisos-, y se iban juntando en el centro. Cada piso era un cubículo y en cada uno había una pareja. Era como si el espectador estuviera espiando su vida privada porque los cubículos estaban rodeados de espejos que mostraban el costado y la parte de atrás. Y en ese cubo, un poco más grande que esta mesa, ellos tenían que bailar. Y estaban ante un abismo de tres metros. La coreografía era muy sencilla porque era “Tango Diablo” que es chung, chung, chung… Las torres fueron muy bien construidas, pero oscilaban con el movimiento, de todas formas. Un poco, nada más, porque yo fui a bailar arriba.
Ese show me costó mucho trabajo, en lo empresarial y en lo artístico. Los empresarios, “¿Cómo resultará?”, y los bailarines, “Ay no, que es difícil”, había que convencerlos de la ropa, ninguno quería bailar arriba, todos querían la base o el segundo piso. Todas esas cosas te limitan. Les dije a los bailarines y a los empresarios: “Si no cierro el show con estas torres, no lo hago.” Es difícil imponer algo nuevo, algo transgresor, que implique un desafío como bailar en algo que oscila, un poco.
¿Ese fue el cuadro por el que te dieron el ACE (premio)?
Ese fue el ACE, sí.
«…yo siempre realcé a la mujer…Yo puse a la mujer arriba del hombre. La mujer era la joya, la atracción, y el hombre la acompañaba en este viaje femenino. Porque así me sentía yo, era mi viaje, soy mujer. Y las chicas empezaron a florecer, a mostrarse. El hombre empezó a acompañar, porque un buen bailarín, aun en la milonga, tiene que acompañarla, dejarle que la mujer se tome su tiempo, sentir su respiración, el ritmo de su cuerpo. No llevarla, traerla…»
¿Y vos como llegás a la danza y al tango? ¿Por qué te llamaba bailar o porque era lo que hacían las chicas?
Siempre bailé. Me crié en España, en Galicia y en Andalucía, y ahí todo el mundo bailaba en las fiestas populares, las sevillanas, por ejemplo. Por eso, yo bailaba desde chiquita, era algo natural, cotidiano, popular. Empecé bailando flamenco y después hice clásica con Angélica Marini durante muchos años. Después de eso empecé con una amiga que me llevó al tango y me pareció surrealista.
¿En Buenos Aires?
Sí, en Buenos Aires, de esto hace como cuarenta años. Todavía era un reducto de milongueros. Las mujeres tenían las uñas pintadas con medialunas, me acuerdo. Los tacos con pulseras, las polleras cortas, apretadas, los peinados batidos. Era casi como si se caracterizaran, porque se vestían así sólo para ir a bailar a la noche. Y los milongueros se predisponían, se arreglaban, se ponían sus corbatas, se perfumaban. Era un mundo surrealista, cuando lo vi me enamoré.
Es lo que se dice siempre de la milonga, que no sólo es el baile sino, también, toda la preparación previa, el ritual, lo que engancha. Aunque ahora cada vez menos.
Toda la preparación y estar dispuesta a ser tan audaz como para mirar a un tipo y jugártela a que no te mire, ¿no? Entonces necesitabas ser muy mujer y estar muy segura de vos misma. Y bailar bien, porque si no, no te sacaban, aunque fueras linda. Mirá que yo era joven y muy linda, y no te sacaban, tenías que aprender a bailar.
«…hoy desaprendés en la milonga. Y la gente baila con cualquiera por bailar. No, no, no. Mirá, la última vez que fui a una milonga fue el año pasado y fue tan terrible todo lo que vi: …No bailan a tierra, no hay peso, no hay densidad en el baile, es todo muy arriba, no tienen esa cosa densa del tango, ese abrazo, esos pies que están agarrados al piso. El tango es todo lento y en esa lentitud hay una cosita un poco más rápida, pero para volver a esa densidad… Yo creo que todo eso se perdió. Hoy las chicas dan esos pasos larguísimos…»
Mi primer profesor fue Pocho Pizarro, al que después traje a todos mis shows y recorrió el mundo conmigo. Él me enseñó a bailar el salón. Después tuve otros más, bailé con todos los milongueros de aquella época, hablé con todos, hice entrevistas, hice programas de televisión, nosotros teníamos el canal “Solo Tango”.
El ¡Solo Tango! ¿Cómo hacías para dirigir a aquellos milongueros para que transmitieran con tanta claridad su conocimiento, y además, por televisión? Porque según cuentan grandes bailarines que se formaron con ellos, estos milongueros te pasaban una información muy básica: “pibe, poné el pie acá”, “pibe, así no”.
Mirá, primero los grababa bailando, me llevaba los videos a mi casa y los ponía en cámara lenta, los analizaba. Con los milongueros me las ingeniaba bien porque los grababa de diez mil formas y cuando ellos me decían que no, yo “¡que sí!”, “lo hiciste distinto a la primera vez”, pim, cámara. Así. Y sabés que muchas veces pasábamos media hora haciendo el paso como lo habían hecho la primera vez, porque no lo sabían volver a hacer así. Con algún bailarín me llevó dos años de decodificar cada cosa: saco, entro, hago esto, lo otro. Inventar nombres para algunas cosas. Escribí todo. Y después lo grabé con una voz que era la de “la” Vernaci.
¿Y todo esto “por amor al arte”, como se dice, o por una visión de negocio? Quizás veías que la cosa crecía y había que…
No, yo de negocios nada. Lo mío era lograr un buen producto para que los empresarios lo vendieran. Las clases de tango se vendieron como pan caliente. Me copiaron miles: las desgrababan, las copiaban y vendían. Tuve miles de plagios, ¡una cosa…!
Estabas muy enamorada del mundo del tango. Organizaste también la milonga del club Almagro, una de las más recordadas y de la que se cuentan maravillas.
Fue un salón espectacular. Fue el primer salón coqueto de Buenos Aires. Lo hicimos con una amiga, Susana Miller. Por ahí pasaron todos los artistas que vinieron, Madonna, por ejemplo. La gente hacía cola para entrar. Tenía los mejores milongueros de acá a la China. Y aparte venía gente que estaba despuntando en el tango, y gente de otro palo, psicólogos por ejemplo, que quedaban flasheados como yo cuando fui a Canning la primera vez. Almagro abrió las puertas de todo. De hecho, el Pebete (Godoy) empezó ahí, era el disc-jockey, no bailaba todavía, así que imaginate cómo fue todo. Fue algo maravilloso.
Dolores con Roger Waters.
Y bueno, los milongueros siempre aconsejaron a los bailarines profesionales que fueran a la milonga a aprender “de verdad” a bailar tango, a adquirir su esencia.
Hoy en día es un desastre.
Había que ir a la milonga antes, hoy, no ¿no?
Antes, hoy no, hoy desaprendés en la milonga. Y la gente baila con cualquiera por bailar. No, no, no. Mirá, la última vez que fui a una milonga fue el año pasado y fue tan terrible todo lo que vi: gente en zapatillas… bueno, eso sería lo de menos. No bailan a tierra, no hay peso, no hay densidad en el baile, es todo muy arriba, no tienen esa cosa densa del tango, ese abrazo, esos pies que están agarrados al piso. El tango es todo lento y en esa lentitud hay una cosita un poco más rápida, pero para volver a esa densidad… Yo creo que todo eso se perdió. Hoy las chicas dan esos pasos larguísimos…
No sé si estoy vieja, porque viste que los viejos siempre dicen que los tiempos pasados fueron mejores, pero, en cierto punto, fueron tiempos mejores para los shows porque eran más grandiosos, teníamos mucho dinero para hacer cosas extraordinarias, crear nuevas ideas como esa torre -hoy haría otras cosas, pero en su momento eso fue una gran inversión-, y todos esos vestidos, trajes, zapatos… Esos bailarines tomando horas y horas de formación. Es un trabajo que se necesita mucha formación y se pagaban los ensayos, todo, para que vinieran y lo hicieran, a pesar de que estaban aprendiendo.
¿Y vos con qué nutrías tu creatividad? O ¿con qué la nutrís todavía?
¿Con qué la nutro? Con ver que todos los bailarines que yo hice son grandes bailarines.
Bueno eso te retroalimenta en todo caso, pero ¿de dónde sacás ideas?
Vienen. Las ideas vienen. Ahora hace tiempo que no escribo un libro, pero cuando escribo un nuevo show, digo: “¿Qué quiero mostrar? ¿De qué voy a hablar?” En su época hablé de distintas cosas. Ahora, armaría algo completamente distinto a todas las que hice porque estoy en otro momento de mi vida y porque el mundo es otro. Estamos necesitando justamente que alguien venga y haga lo que yo hice en su momento, que di vuelta todo.
«Todo esto requiere mucha gente que acompañe, no depende de uno, por eso es “compañía”. Hay un director, pero el iluminador es tan importante como él. El sonidista te puede matar, el stage manager, la gente de escenografía, la orquesta misma. (…) No se trata de decir “bueno, vamos a hacer una gira, vos bailás Gallo ciego, vos bailás Milongueando” y juntan todo y bailan. Ese es el problema, es un rejunte lo que hay ahora.»
¿Cómo ves las exhibiciones en festivales?
Pobre.
¿Desde el punto de vista de la técnica, del hecho artístico…?
Del hecho artístico, porque es una parejita ahí, todos alrededor mirando cómo bailan. Después la gente trata de hacer eso, cosa que no va a poder hacer nunca, o sea que los que aprenden con ellos aprenden mal, quieren hacer lo que ven y eso es imposible porque falta escuela. Además, no son movimientos propios para bailar en una milonga.
Están todos los valores confundidos, hay una gran confusión. Ahora bailan de esa forma en la milonga, haciendo esos giros, boleos. Una cosa es el show, otra es bailar. Y una cosa es hacer una exhibición, un festival, que son cosas más pequeñas, y otra una compañía. Ésta requiere grandes inversiones de dinero, muchísimo trabajo, distintos personajes a crear, un libro -“pasa tal cosa, viene tal otra, acá no hay blackout”-, una idea, una semilla que después se traduzca en un libro. Hoy día también es muy importante contar con la tecnología porque el público lo quiere, y eso es mucho dinero. Las luces que hay hoy son alucinantes, te pueden tirar abajo un espectáculo o hacértelo increíble. Hay que encontrar gente idónea que sepa manejarlas y que te entienda. Yo con el iluminador, Roberto, trabajo hace cuarenta años, ¡te imaginás! Yo pongo un número y él ya sabe cómo quiero las luces.
Todo esto requiere mucha gente que acompañe, no depende de uno, por eso es “compañía”. Hay un director, pero el iluminador es tan importante como él. El sonidista te puede matar, el stage manager, la gente de escenografía, la orquesta misma. ¿Qué personajes tenés en la orquesta? Yo siempre ponía la violinista ahí, una mujer con un vestido impactante, porque yo siempre realcé a la mujer. No se trata de decir “bueno, vamos a hacer una gira, vos bailás ‘Gallo ciego‘, vos bailás ‘Milongueando‘” y juntan todo y bailan. Ese es el problema, es un rejunte lo que hay ahora.
Cada uno hace lo que más o menos sabe hacer.
Y lo que más le aplauden.
Decías que vos realzaste a la mujer, ¿hasta entonces la mujer era sólo la compañera de turno del bailarín que era el reconocido?
Copes y María Nieves, ¿entendés? Yo puse a la mujer arriba del hombre. La mujer era la joya, la atracción, y el hombre la acompañaba en este viaje femenino. Porque así me sentía yo, era mi viaje, soy mujer. Y las chicas empezaron a florecer, a mostrarse. El hombre empezó a acompañar, porque un buen bailarín, aun en la milonga, tiene que acompañarla, dejarle que la mujer se tome su tiempo, sentir su respiración, el ritmo de su cuerpo. No llevarla, traerla. Todo es con el cuerpo y en un abrazo que lo dice todo y te vas deslizando naturalmente alrededor de la pista. No es más que eso, es muy simple, tan simple que es complicado, como todo en la vida.
¿Qué momentos señaladosde tu trayectoria recordás? De esos que se repiten en tu memoria, que te golpean en el cuerpo, que te emocionan.
Lo más emocionante que viví fue un desafío muy grande en Rusia. Me llamaron para hacer en el Teatro de la Comedia Musical, un show con bailarines y orquesta rusos. Lo único que yo podía llevarme de Argentina que ellos estaban dispuestos a pagar, era un bandoneonista porque allá no hay bandoneón, una primera pareja, y nada más. Después tenía que hacer todo el show con bailarines rusos que no sabían bailar tango.
Bailaron todo por coreografía, eran bailarines clásicos del ballet estable, te agarraban cualquier cosa en un minuto. Ponerles el personaje encima era lo complicado. Así que elegí los que me daban el physique du rôle. Hicimos todo el vestuario y la escenografía allá. Mientras yo iba describiendo cada cuadro tenía sentado al lado mío un hombre bajito que iba dibujando y después me preguntaba si me parecía bien. Le tuve que hacer dos o tres correcciones, nada más. Un artista. Eso solo me pasó allá y vi cómo trabajaban los rusos, con la emoción directa de lo que yo transmitía en ese momento.
¿Y qué te representó darle clases al príncipe Andrés de Inglaterra o a Julio Iglesias?
Cada artista con el que trabajé fue diferente, pero con todos me divertí porque tenían ganas de aprender a bailar tango. Fue lindo tener ese contacto, conocerlos, bailar con ellos y sentir su corazón. Si le palpita muy rápido porque está nervioso, si te agarra bien o duro, si sabe abrazar o no. Te das cuenta de todo. Eso de descubrir la intimidad de una persona en un solo abrazo me maravilló siempre. Yo soy de mucho abrazar, no es que porque era el príncipe lo mantenía a distancia, ni a Julio, todos abrazados. Yo les enseñé a caminar con una persona abrazada y eso fue, creo, lo que más les gustó. Después de ahí salían dos o tres cositas, dos o tres movimientos. Pero era simplemente caminar, así, abrazado con el otro y sintiendo el cuerpo del otro. Yo acompasaba mi paso a los pasos de ellos, entonces la historia se les hacía más fácil. Hay que entregarse a ese juego de ir los dos juntos, eso es lo más difícil.
Dolores con Flavia Mercier en Teatro Astor Piazzolla, después de la entrevista.
¿Dolores, algo más que quieras decir? ¿Transmitir a los que están ahora?
Creo que ya te conté todo. De los que están ahora, ya te dije lo que pienso, y los que fueron “míos”, son mis hijos que andan por el mundo. De alguna manera, siento eso como un legado. Yo no he tenido hijos, siempre estuve trabajando…
…pero pariste artistas.
Y ellos, todos, tienen su estilo, sus personalidades, y creo que van a transmitir lo que yo transmito. Y quizás alguno de ellos o de sus discípulos, en algún momento, haga algo totalmente nuevo. Porque va a pasar. Cada tanto sucede algo nuevo.
¿Qué es lo que lo impulsaría? Por lo que te escucho a vos hace falta “mucho”. Como dicen los españoles, “hay que dejarse la piel”. ¿De qué dependería? ¿De un deseo muy fuerte, de un deseo y una voluntad, de un deseo y una disciplina…?
Es un deseo, una voluntad, una disciplina y es acompañarlo con una muy buena producción. Porque si no está la raíz, el sostén, que es tener una buena idea y el tiempo para soportar que se vayan construyendo los personajes, la ropa, todo, todo, todo; el resultado es muy magro.
Bueno, Dolores, muchísimas gracias.
Por favor, me encantó, me divirtió, hacía tiempo que no hablaba de todo esto.
Dolores De Amo asevera que nadie puede mostrar en el escenario nada que no sea suyo, aunque quizás necesite valerse de una ficción para poder hacerlo. El arte tiene como función el “velamiento” de lo que puede generar horror, vergüenza o simple extrañeza para hacer soportable su develamiento.
Por otro lado, ella explica que es gracias a la escenografía y el vestuario, así como a la gestualidad de los bailarines, que se construye la verosimilitud del personaje. Sólo con esa visión completa coherente éste resulta creíble, tanto para el espectador como para el propio artista. Es en el compromiso con esa visión que el artista puede encontrar puntos de enlace con la expresividad de su personaje dentro de su bitácora emocional, tal que pueda habitar el traje o ‘costume’, haciendo que la sombra de la persona y del personaje se confundan.
También hablamos de cómo los gestos trasmiten una emocionalidad que el exceso de movimiento no logra atrapar. El gesto logra trasmitir algo de lo innombrable en tanto hay un resto de las emociones y afectos que escapa a cualquier descripción posible basada en el diccionario. Por eso también la importancia de todos los elementos que conforman una puesta en escena como la escenografía y el vestuario, ya que es a través de estos que se puede trasmitir algo de lo irrepresentable, de lo que no se puede actuar. Si el hábito hace al monje es porque la estética dice de una ética. La persona se viste como -consciente o inconscientemente- elige mostrarse, presentarse. Por eso, si estos elementos faltan o son incoherentes con el personaje, el espectáculo se reduce a pura exhibición o resulta surrealista. Salvo que se tratase de la puesta en escena, justamente, de un sueño.
Por último, cabe destacar lo que Dolores habla acerca de la necesidad de ajustar el personaje a cierto ‘phisique du rôle’, como así también a las habilidades innatas del bailarín -cierto ‘esprit du rôle’, podríamos decir-. Para alcanzar la verosimilitud, determinados rasgos del personaje tendrían que estar presentes en el artista. El ojo de Dolores sería el de ver aquellos que estaban ocultos para la propia persona y hacerlos aflorar en la representación, tal que para el artista sea como un reencuentro con lo que siempre estuvo allí, aunque latente. Y en ese punto ganar en confianza y en tranquilidad, porque se sabe quién se es, también en un escenario.
Del “Boliche de Roberto” al “Colón” y al mundo. Del “Colón” a la cancha de River Plate, y desde el césped… ¿quién puede avizorar el próximo hito en la carrera artística de Ariel Ardit? Hace casi cinco años, en otra entrevista señalaba al espectáculo homenaje que realizó a Gardel en Medellín, “como el fin de una película” quedando en el aire la pregunta de si más que del fin de una etapa, no se trataba del inicio de una nueva. Su saber hacer con lo que la vida le presenta hacía presentir grandes desafíos. Y así lo confirma en esta entrevista en la que habla de la travesía que representaron estos últimos años hasta dejarlo en un nuevo comienzo.
Con casi 25 años de trayectoria, Ardit se ha presentado en más de 30 países, en los teatros de mayor prestigio, tales como el Teatro Colón de Buenos Aires, Lincoln Center de New York, Kennedy Center de Washington, Royal Carré de Ámsterdam, Teatro Real de Madrid, Châtelet de Paris, Concert Hall de Moscú, Orchard Hall de Tokio y Grieg Hall de Noruega, entre otros. Comenzó a cantar tango en «El Boliche de Roberto» en 1998 e inmediatamente, al año siguiente, se convirtió en el cantor de la “Orquesta El Arranque” hasta el 2005 y con gran éxito. Tiene, además, como solista, 8 discos editados, entre los que destaca sus homenajes a Gardel, Aníbal Troilo y a los grandes cantores de los 40, todos espectáculos de gran éxito de público. En 2015 obtuvo el Premio Konex como Mejor Artista Masculino de Tango de la década. En 2015 y 2017 ganó el Premio Carlos Gardel como Mejor Artista Masculino de Tango, y obtuvo también dos nominaciones a los Latin Grammy. En marzo fue convocado por tercera vez y a pedido de los jugadores por intermedio de la Asociación del Futbol Argentino para interpretar el Himno Nacional argentino en el estadio de River Plate antes del partido celebración del campeonato mundial ganado por la selección albiceleste, ante ochenta y cinco mil personas. ¿Le queda algo por hacer después de todos estos logros? Tras leer esta entrevista verán que la respuesta no puede ser otra que la reafirmación de un gran artista.
Contame, ¿qué se siente al escuchar a ochenta y cinco mil voces haciéndote los coros, al cantar “¡Oh, juremos con gloria morir!”
No sé, podemos hablar mil años de eso y no te lo voy a poder explicar. Te juro, no sé qué decirte, era una sensación muy hermosa en la que se junta que estás haciendo y a la vez disfrutando. Y tener a toda la gente cantando encima de uno: sentí que me retumbaba acá, en el pecho. Y luego cómo se venía para acá (asciende la mano por la garganta). Es una sensación incomparable, no lo puedo referenciar con nada.
¿En quién pensabas en esos minutos previos a entrar a una cancha de River llena a cantar el himno a capella? ¿Quién te acompañaba en el pensamiento en ese momento de suprema soledad?
La verdad que muchas personas. Ese día fue un raro. Si tengo que decirte alguien, pensé en mi abuela, porque fue quien me transmitió esta pasión por el himno. Cuando lo pasaban por televisión, ella lo cantaba y se emocionaba. ¡Lloraba! Y con mi hermano nos reíamos y decíamos “¡mirá la vieja cómo llora!”, para nosotros era cómico. Después se murió, y un día yo me vi emocionándome con nuestro himno por lo que dice. Y ahí decidí cantarlo y grabarlo, en el 2013.
¿Con quién estuve ese día, en la cancha de River? Pude invitar a Gustavo, el primer amigo que tuve cuando vine con 8 años de Córdoba a Buenos Aires. Él me llevó en su auto, y antes de salir a cantar estuve con él todo el tiempo, que no lo podía creer, porque todo fue una gran fiesta.
Desde luego todo un hito, casi un pliegue en el tiempo donde se juntaban pasado y futuro.
Sí, totalmente. Los dos futboleros, él hincha de River, además. La pasión que tenemos todos los argentinos por el fútbol, mezclada con el cantor de tango que entraba ahí al lado de los jugadores y delante de ochenta y cinco mil personas. Era una mezcla de tantas cosas que no te puedo decir ninguna. Era todo: el sueño del nene, del jugador de fútbol frustrado, del tipo que sigue jugando con amigos todas las semanas, del cantor de tango que casi heroicamente se para a cantar el himno con la garganta roja. Era tanto que un poco aturdía, como si vieras pasar las cosas en cámara lenta… Creo que con vos ya hablamos de eso una vez …
Sí, en la anterior entrevista en relación al homenaje que le hiciste a Gardel en Medellín. ¿Serían equiparable a aquella emoción?
Sí, sí. Para mí es como si inconscientemente intentaras retener ese momento para que no se te vaya. Con lo cual, si preguntás si me puse nervioso, no, nada, porque estaba como adormecido, como en una levitación emocional. ¡Cuando terminó me largué a llorar!, antes no quería quebrarme. Terminé de cantar y se escuchaba ese “ahhhh…” (con voz aspirada como imitando un clamor), me di vuelta y, ya saliendo de la cancha, miré a la tribuna buscando a mi amigo -porque sabía dónde estaba-, y todo ese trayecto hasta salir, fue llorar como un nene… Mirá, lo cuento y me dan ganas de llorar.
Ariel Ardit con la Orquesta Filarmónica de Medellín en el Homenaje a Carlos Gardel, en el aeropuerto Olaya Herrera de la misma ciudad.Vista desde el público del Concierto Homenaje a Carlos Gardel en el aeropuerto Olaya Herrera de Medellín.
¿Serían lo de River, junto con Medellín y el Colón, los tres momentos más señalados de tu carrera? (para más detalles sobre el homenaje a Gardel en Medellín o la actuación en el teatro Colón, pueden leer en nuestra revista la anterior entrevista: “Cada vez que te acercás, Gardel te dice: Pibe, retrocedé 500 casilleros.”)
Sí, sin duda. Pasa que esto está en un lugar diferente, y ojalá me pase muchas veces más de vivir cosas como esas como cantante, pero esto involucra mucho más que un cantor, involucra lo personal. Es como si sos una réplica chiquitita de toda esa gente que está ahí.
¿Se trata más de una experiencia a nivel colectivo, aunque tengas cierto protagonismo?
Exacto. Los otros son logros como artista, de alguna manera trazados de forma más convencional: grabo un disco, lo presento acá, se lo dedico a este señor, la gente paga la entrada, te aplauden. Esto es ser parte de una celebración de todos, una parte muy deseada, pero, en realidad, sólo era un hincha más y la gente estaba cantando conmigo. La única diferencia es que yo tenía el micrófono.
Más allá de este momento tan especial, que llega después de haber celebrado hace unos años dos décadas de carrera. ¿Fueron una bisagra esos veinte años? ¿Hizo que te plantearas hacer lo que no habías hecho, o replantearte tu carrera, o todo sigue como era porque te gusta así?
No, los veinte años fueron para mí el final de una etapa, al que llegué con la intención de empezar otra. Eso fue en el 2019, lo que pasa es que después vino la pandemia, y quedé ahí, ¿viste la ruedita del teléfono cuando queda cargando? Yo ya tenía armado un disco y un repertorio nuevo, y la pandemia me hizo repensar todo. Tanto que ese disco que tenía casi listo, no lo grabé.
«El trabajo mayor siempre es con uno mismo. El mayor quilombo lo tengo conmigo, en buscar felicidad en lo que hago y sentir que me gusto a mí mismo. Esa crisis de la que estoy hablando fue mucho más allá del tango o de los formatos, fue más profunda. No me gustaba como estaba cantando, no encontraba placer conmigo mismo. ¡Y qué bueno que me pasó!, aunque en su momento lo sufrí. «
Sigo con la idea de hacer uno nuevo, pero me tomé mi tiempo. Porque, además, sentía que, después de esos veinte años, necesitaba como intérprete abordar otros desafíos, otros géneros musicales, siempre desde el tango, pero probarme también cantando otras cosas. Y la pandemia hizo que me decidiera a escribir cosas mías.
Ajá… ¿letra o música?
Letra. Y me propuse que en el próximo disco haya uno o dos temas míos, y, de hecho, ya hay dos.
¿Tango o melódico?
Vos sabés que un día la llamé a Agustina Leoni, porque me gustaba cómo hacía sus temas, para pedirle que me pasara algunos, le conté que estaba en la búsqueda de nuevos repertorios, y ella me despertó este bichito diciéndome: “¿Y por qué no escribís vos?” Le contesto. “Yo tengo cosas por ahí que nunca terminé, bocetos que nunca pensé como canciones, letras sueltas.” “Mándame lo que tengas y yo te hago la música”, me respondió. Le mandé una letra, y cuando ella me hace la devolución, ¡era una rumba! “Che, esto es una rumba.” “Bueno, lo cambio.” “No, no lo cambies, dejalo.” Y así resulta ser que lo primero que voy a grabar mío no es ni un tango ni una zamba, es una rumba. Y de hecho toca la guitarra Jesús Guerrero, el guitarrista de Miguel Poveda -entre muchos-, un monstruo. Y la segunda letra es un bolero.
Fue muy importante la aparición de ella porque cuando estaba buscando cantar temas de otros, ella me hizo ver que podía animarme a cantar temas míos.
¿Qué se siente?
Identidad, primero, porque al cantar vos le estás poniendo el cuerpo a algo que salió de ahí, que es tuyo. Entonces, el intérprete funciona desde otro lugar, con más autoridad y con más naturalidad, porque estás cantando algo que no tenés que pensar cómo lo escribió el autor.
«Siempre escribí, tengo hasta microprogramas de radio hechos con un amigo, cosas graciosas. Y escribí cuentos y otras cositas, pero el formato canción es nuevo, y me gusta porque me referencio con historias que me pasaron. No más tenés que abrir la puerta de lo que te pasó, y punto.»
Claro, porque normalmente tenés que intentar captar el sentimiento que el poeta quería trasmitir; pero ahora el sentimiento es tuyo.
Es muy lindo, incluso iba a decir “sanador”… no sé, al menos a mí me está pasando.
Siempre escribí, tengo hasta microprogramas de radio hechos con un amigo, cosas graciosas. Y escribí cuentos y otras cositas, pero el formato canción es nuevo, y me gusta porque me referencio con historias que me pasaron. No más tenés que abrir la puerta de lo que te pasó, y punto.
¡Claro que es sanador! La escritura permite, primero, una elaboración y, después, un desprendimiento. Además, puede llegar a ser un refugio.
¡Sí! Y en algunos momentos fue una forma de desahogo. Antes de estas canciones, yo había escrito para un amigo que falleció. Tengo, también, algo dando vuelta, medio escrito… ¡mirá vos! para otro amigo que falleció hace poco. No lo puedo terminar porque todavía me confunde el sentimiento de no aceptar que ya no está. Escribí cosas para mis hijas, para mi vieja, para mi abuela. Una vez me pidieron algo para la biografía de Héctor Larrea.
Ariel Ardit junto a un Lidia Borda en un ciclo de conciertos que continuará este año.
¿Qué otros proyectos tenés desde que cumpliste los veinte años con la música que con la pandemia quedaron “recalculando”?
Lo de recalculando tiene que ver conmigo, con mi “zanahoria” como artista, como intérprete. Ahora es muy distinto a ese 2019 cuando sentía que tenía que escapar un rato del tango. Por suerte, ya no tengo que escapar. Sí, necesito expresarme de otra manera.
¿Escapar?
Sí, fue horrible. La pasé mal. Sentía que había perdido, no la pasión de cantar porque soy el que mejor la pasa cuando me subo al escenario, pero había perdido el deseo de seguir con los mismos formatos. Me costaría mucho volver a grabar cualquier disco como lo hubiese hecho antes, en el formato de orquesta típica o cuarteto típico.
¿Por qué te costaría mucho?
Porque ya lo hice, y no encuentro placer en hacer lo mismo. Es como cuando terminás una relación en la que te quisiste mucho con el otro, pero hay un punto en el que uno dice: “Sí, sí, todo bien, pero no volvería nunca.”
¿No te condiciona el público, que no le guste lo nuevo que querés probar? ¿A quién es más importante contentar, a tu artista o a tu público? ¿Cómo hacés para conciliar entre ambos?
De una te digo que al que hay que contentar primero es al artista, porque si no, no podés, aunque uno sea un producto también. Obvio que nadie hace cosas para no vender entradas y para que a la gente no le guste, pero eso es una segunda instancia, cuando vos difundís tu trabajo -porque yo trabajo de esto- buscás el beneplácito del que te va a contratar o del que te va a pagar una entrada o te va a aplaudir. El trabajo mayor siempre es con uno mismo. El mayor quilombo lo tengo conmigo, en buscar felicidad en lo que hago y sentir que me gusto a mí mismo. Esa crisis de la que estoy hablando fue mucho más allá del tango o de los formatos, fue más profunda. No me gustaba como estaba cantando, no encontraba placer conmigo mismo. ¡Y qué bueno que me pasó!, aunque en su momento lo sufrí. Entonces, al que hay que contentar es a mí.
«…por ahí la gente me verá como el mismo, pero yo sé que internamente me pasaron un montón de cosas que me llevaron a que hoy esté en una búsqueda diferente a la que tenía hace algunos años.»
¿Puedo preguntar por qué o qué no te gustaba de vos cantando?
Sí, yo puedo sacar todo para fuera. Sentía que me había aburrido de mí mismo. Me escuchaba y pensaba: “la verdad es que podría cantar distinto”.
Me acuerdo que me estaban haciendo una biblioteca -mirá vos la historia que te voy a contar, estoy mirando el mueble ahora y me acuerdo-, y vino una amiga con un obrero que cuando me dio la mano casi me la arranca, un tipo muy rústico que hacía poco había de un pueblo en Paraguay donde no había luz; y mientras armaba el mueble, me dice mi amiga “Che, ¿vos cómo andás con el tango? Siempre te veo laburando” “¿Vos sabés que estoy un poco hinchado las bolas de mí, de mi trabajo? Quiero darle otro formato” “¿Cómo? Si te va bien” Parece que el que te vaya bien está asociado a que sos feliz con eso, y no siempre. Y le digo: “Sí, pero no, no la estoy pasando bien, estoy hinchado de hacer lo mismo, quiero hacer otras cosas. Necesito un cambio.” Y entonces el obrero, desde abajo, mientras acomodaba la cajonera, me dice: “Como el águila.” “¿Cómo, como el águila?” Y se puso todo colorado porque era muy tímido, y me dice: “Busque, busque ahí”, señalando el teléfono. “Pero decime qué es.” “No. Es la historia del águila”. Bueno, hay muchos videos que lo explican: resulta que las águilas, cuando cumplen cuarenta años, se arrancan el pico, golpean el pico contra una roca hasta que se les sale. Y se tienen que esconder porque corren el riesgo de que las cacen y no se pueden defender. Y tampoco pueden comer, así que algunas mueren. Cuando el pico nuevo les crece, con el pico nuevo se despluman, se sacan todas las plumas, para que les crezcan plumas nuevas. Algunas mueren de frío, no todas pasan esa prueba. Ahora, una vez que les crece el pico y las plumas nuevas, viven casi 40 años más. O sea que esa crisis tiene el riesgo de quedar en el camino para vivir 40 años más. Y para mí fue muy simbólico porque dije: “Claro, yo necesito desplumarme un poco. Arrancarme el pico y desplumarme un poco”. Y a la vista de los demás esa águila puede parecer la misma águila, pero, internamente, ella sabe que ese pico y esas plumas son otros, y sabe lo que significó cambiarlos, el riesgo que corrió, esa crisis que atravesó para afrontar el cambio. Entonces, pensando en mí, por ahí la gente me verá como el mismo, pero yo sé que internamente me pasaron un montón de cosas que me llevaron a que hoy esté en una búsqueda diferente a la que tenía hace algunos años.
«La pasé mal. Sentía que había perdido, no la pasión de cantar porque soy el que mejor la pasa cuando me subo al escenario, pero había perdido el deseo de seguir con los mismos formatos. Me costaría mucho volver a grabar cualquier disco como lo hubiese hecho antes, (…) no encuentro placer en hacer lo mismo. Es como cuando terminás una relación en la que te quisiste mucho con el otro, pero hay un punto en el que uno dice: “Sí, sí, todo bien, pero no volvería nunca”.»
¿Te importa cómo pueden influir en los tangueros estos temas nuevos? ¿Ya dejaste de rendir examen frente a ellos? Viste que es un público muy exigente.
Mirá, en todo caso, yo no voy a cambiar la mentalidad de los tangueros, porque mucha de esa mentalidad yo también la tuve. Y si te dijese ahora que no me importa nada, no te estaría mintiendo, porque me di cuenta que no tengo que rendir examen ni antes, ni después, ni nunca, eso es una presión que se pone uno.
Pero el ambiente tanguero es especialmente exigente: que si expresás bien el sentimiento, que si estás a la altura de ese tango, que si estás a la altura de los que interpretaron antes, etc., etc., etc..
Sí, sí, pero te digo algo: cuando vos estás convencido de lo que hacés, vencés todas esas barreras. Mirá, cuando invité a Miguel Poveda al Colón, mi amigo Horacio Pagani, comentarista de fútbol, tanguero recontra clásico, me dice: “Naaa, que venga alguien de afuera a cantar tango.” Pero cuando lo vio a Miguel, le gustó. Y después fuimos a comer a un boliche de Almagro, y un amigo guitarrista saca la guitarra y Miguel cantó “Sus ojos se cerraron” y lo mató a Horacio. Y estaba mi amigo, ya fallecido, Osvaldo Peredo, y también se emocionó, aunque Osvaldo siempre fue un tipo más abierto. Pero Horacio me dijo: “Me hizo emocionar este pibe. ¡Qué bárbaro!”. Cuando la emoción logra su cometido, no importa el género musical, no importa nada, se vencen todos los prejuicios. Entonces para mí hay que apuntar siempre a eso. A esa lanza que logra la emoción, no hay que estar pensando en el rótulo, en lo clásico o no clásico.
Jamás, jamás, me preocupé por eso. También porque nunca corrí riesgos, porque obviamente para el tanguero hacía tango tradicional, con lo cual, en todo caso, yo tuve muy buena aceptación de parte de ellos.
Ariel Ardit en el Concierto Celebración por los 20 años con la música (2019), junto a Miguel Poveda y Guillermo Fernández, a su izquierda, y a Antonio Carmona a su derecha.
¿Puede ser que en el pasado estuvieras más condicionado por la técnica y te dejaras llevar menos por la emoción? Tanto por tu admiración a Gardel, como tus estudios líricos, o tu madre que te dijo: “si querés cantar, estudiá”…?
No, de hecho, ahora estoy tomando clases con otra profesora y haciendo cosas distintas. Sí noto que hoy hay un compromiso mucho más cercano a lo emocional que a lo técnico. No es que antes no lo pensara, pero, con el paso de los años, uno va priorizando otras cosas. El cambio tuvo que ver con una necesidad de crecimiento.
¿Te tienen que pasar cosas en la vida para alcanzar ese nivel en la interpretación que, como decía Goyeneche, llega a la piel? ¿”El tango te espera” no sólo para que te guste sino para que lo puedas interpretar?
Sí, claro, pero después eso lo tenés que hacer musical. Porque yo conozco un montón de gente a la que le han pasado cosas bravísimas en la vida, y cantan mal o feo. Ahí justamente está la virtud del intérprete, en que pueda traducir sus vivencias en una manera musical, y, además, conmueva. Porque uno se puede conmover mucho cuando canta cosas de uno y que a los demás no les pase nada. Si no, todo el mundo sería cantante y todos serían buenos, o grandes intérpretes, y no es así.
¿Sigue siendo Gardel el Dios al que le rezás? (al respecto ver en la entrevista anterior)
Mirá, ahí está Gardel (señala un cuadro en su casa, y a continuación me muestra un tatuaje con la firma de Gardel) ¡Ahora tengo tatuajes, antes no tenía! (risas)
Sí, sigue siendo Gardel el referente máximo, eso no ha cambiado, cambió aquello en lo que encuentro placer, pero otras cosas, no. Como mi concepción a la hora de elegir un tema, que yo sé que es como comprarte una ropa con la que de repente vas andar toda tu vida. Sobre todo, cuando uno graba. Sabés que eso queda eternamente. Entonces cada vez me vuelvo más responsable de lo que canto y de lo que no.
¿En qué sentido te volvés cada vez más responsable?
En no elegir para cantar algo que me gusta ahora pero que en dos meses quizás no. Por eso me está costando tanto elegir nuevo repertorio. Antes, cuando pensaba en un disco nuevo, yo me brotaba y tenía cien temas que quería grabar. Ahora no hay nada que esté seguro que en dos meses me va a seguir gustando, y cuando vos grabás algo lo tenés que poder defender toda la vida.
«…cuando vos grabás algo lo tenés que poder defender toda la vida.»
¿Lo decís por “Mariposita”?
Claro, y me encanta haber grabado “Mariposita”, porque cada vez que lo canto me siguen pasando cosas. Evidentemente fue una buena elección. A mí me reconocen por eso. De hecho, lo he sacado de los shows ya hace años, y me lo piden y lo canto.
Ariel Ardit en la previa al concierto «Únicos» en el Teatro Colón de la Ciudad de Buenos Aires.
Para ir terminado, me llegó un rumor que te iban a nombrar “Personalidad destacada de la Cultura de la Ciudad de Buenos Aires”, ¿es correcto?
Sí.
¿Cómo se siente eso?
Se siente hermoso porque Buenos Aires es la mujer de mi vida, yo amo a esta ciudad, aunque nací en Córdoba y viví ahí hasta los 8 años, pero ¡yo tengo una pasión por este Buenos Aires…! Aunque cuando me lo dijeron, primero pensé “Naaa. Que reconozcan a otro. Que me reconozcan cuando sea más viejo.” Me parecía que era algo para más adelante. Pero después, dije, “Bueno, está bien, yo vivo diciendo a todos que la ciudad más linda del mundo, a la que quiero siempre volver, es Buenos Aires.” La amo con toda mi alma. Y como se ha escrito en muchos tangos: a veces te da la espalda, a veces te hace sentir por un ratito que sos el amor de su vida, y después volvés a ser uno más.
¿Qué extrañás de Buenos Aires cuando te vas fuera, además de tus afectos?
Los olores, los ruidos, andar por sus calles con la indiferencia que tiene esta ciudad que parece que no te mira nadie, la impunidad que eso te da a veces, … ¡Extraño todo! Me gusta el desorden, me gusta el lío. Y mis afectos. Todo lo que palpito, todo lo que me vibra en el corazón… mis amigos, mis hijas …
¡El quilombo! ¡Ese lindo quilombo que te mantiene vivo!
Me mantiene vivo. Yo en Buenos Aires me siento más vivo que nunca y me siento parte.
Flavia Mercier entrevistando a Ariel Ardit.
¿Vos ya sabías que ibas a ser cantante antes de conocer a Gardel?
Yo con el duchador del departamento de Viamonte 1668, donde vivía mi abuela y mi tío cuando vinimos de Córdoba, cantaba el rock “Atmósfera pesada” de Sandro…
O sea que antes que Gardel fue Sandro.
Sí, claro, primero fue Sandro. Yo me sabía todos sus temas porque mis tíos tenían un trío que hacían imitaciones.
No sé si ser cantante era una meta, sí siempre supe que cantaba. Quise ser jugador de fútbol, quise ser muchas cosas, pero el tema del canto yo lo tenía incorporado. Siempre me imaginé en eso porque andaba con mi mamá en las peñas, y acompañaba a mis tíos. Ya entrar a un lugar y ver a la gente cómo mira y dice, “Ahí vienen los artistas”, me gustaba. Y yo sólo les llevaba la ropa. Después fui su plomo (sonidista).
Y el rock de Sandro “Atmosfera pesada”, lo quiero grabar, y lo voy a grabar.
¡Qué mutación de piel que estás viviendo!
Claro, el desplume del águila. Estoy como cuando se está haciendo un local nuevo y ponen esos carteles que dicen: «En construcción, estamos trabajando para usted”. Estoy en proceso de construcción y ya no es un sufrimiento, ahora lo estoy disfrutando.
Muchas gracias Ariel, por la entrevista y, sobre todo, por tu franqueza para responder.
Cuenta Ariel Ardit que al cumplir 20 años de carrera sintió que se aburría de escucharse hacer siempre lo mismo, de la misma manera. Este sentimiento le produjo una importante crisis que se precipitó durante la pandemia. El azar puso entonces en su camino a dos personas que le acercaron las herramientas para abrir la salida. Una cancionista le recordó que podía usar un lápiz para escribir sus propias canciones. Un carpintero le talló en su imaginario el reflejo del águila al llegar a los 40 años cuando, para poder vivir otros 40, arriesga su vida en renacer. Como el águila, Ariel decidió desplumarse de prejuicios y viejos corsés clásicos. Decidió arrancarse el pico y volvió a estudiar canto y coqueteó con nuevos géneros musicales, buscando, quizás, su propia voz. Una voz que luego podría dictarle las letras que el lápiz dibuja en el papel para desahogar su alma de aquellos dolores que agostan la garganta. Una voz que cuando entrevisté a Ariel hace casi cinco años atrás era su farol y su espejismo desde el día en que quedó hechizado por la voz de quien cada día canta mejor. Una voz que le alumbra el camino a seguir, y le nombra la huella del canto.
Del “Boliche de Roberto” al Colón y al mundo. Así se podría resumir los casi veinte años de trayectoria de Ariel Ardit. Sin olvidar un alto en el camino en Medellín para rendirle un homenaje a su amado y venerado Carlos Gardel. Con casi 20 años de trayectoria, Ardit se ha presentado en los teatros de mayor prestigio del mundo, destacando entre sus espectáculos de más éxito de público el homenaje sinfónico a Gardel, el homenaje a Aníbal Troilo y el homenaje a los grandes cantores de la década del 40 del tango. En 2015 obtuvo el Premio Konex como Mejor Artista Masculino de Tango de la década. En 2015 y 2017 ganó el Premio Carlos Gardel como Mejor Artista Masculino de Tango, y obtuvo también dos nominaciones a los Latin Grammy. Una entrevista profunda en la que Ardit nos brinda los detalles de los detrás de la escena de su gran trayectoria.
Ariel Ardit en su presentación en Tango Vivo Barcelona, acompañado por Alejandro Di Constanzo en piano (octubre 2018).
Hola Ariel, buenos tardes. Te cuento que entre nuestros lectores hay muchos artistas, muchos amantes del tango, así que vamos a suponer que ya saben quién es Ariel Ardit, y en lugar de hacerte repasar toda tu carrera, vamos a intentar conocerte un poco más a fondo, a partir de ciertos detalles.
¡Dale!
Te escuché decir muchas veces que vos cantás por Gardel, por tu admiración a Gardel… Yo canto tango por Gardel.
¿Por qué Gardel? ¿Qué te atrapó de él?
Yo vengo de una casa en la que son todos cantantes. Mi mamá (Adriana Oviedo) cantaba folklore, mis tíos que eran actores cómicos también cantaban folklore, seriamente, mi abuela cantaba, … incluso mi tío abuelo que fue contador y marino cantaba hermoso y tocaba la guitarra como un fenómeno. Entonces, un día, un viernes de esos que nos reuníamos en familia, jugando al truco, se escuchaba a Gardel de fondo, como tantos otros viernes, pero, en esa ocasión, yo ya estaba estudiando canto lírico y, de repente, pensé: “este hombre canta lo que yo estoy tratando de aprender con el profe”. Paré la oreja y ahí empecé a descubrirlo.
¿Ahí entendiste por qué cada día canta mejor?
Ahí, empecé (lo dice con mucho énfasis) a darme cuenta, porque es hasta el día de hoy que le sigo descubriendo cosas. El que es fanático de Gardel, no termina de descubrirlo nunca.
¿Seguís descubriendo matices en Gardel cada vez que lo escuchás? ¡Sí! Lo dije cuando le hice el disco homenaje: Gardel es como un espejismo, uno siente que progresa mucho, pero cuando crees que ya lo estás haciendo muy bien, que ya estás ahí… entonces escuchás un tema de Gardel, medio tema no más, y sentís: “Pibe, ¡Mejor retrocedé 500 casilleros y volvé a empezar!”Es tan grande porque es muy sutil, no se ve, hasta que acercás la mirada, entonces ves que Gardel siempre es más, no un poquito, mucho más. Cuando lo desmenuzás podés ver que tiene cosas medio indescifrables que te parece que se escuchan de una forma, pero cuando las volvés a escuchar después de años, tenés una visión distinta. Con Osvaldo Peredo, mi amigo y cantor de tango, decimos que Gardel sigue grabando a escondidas, que está en algún lugar grabando y va cambiando las canciones. Siempre hay una posibilidad de escucharlo mejor, y esa posibilidad te hace crecer.La verdad es que el tango para mí es una consecuencia de Gardel. La gente del tango lo puede interpretar mal, no me molesta; pero yo canto tango porque él cantaba tango. Si Gardel hubiese sido un cantante de flamenco, yo hubiera cantado flamenco.
Lo que te atrapó fue Gardel, no el tango.
Seguro. Por supuesto que después descubrí el tango y es un género que a mí me justifica como cantante. No me saldría mejor ninguna otra música. Pero es por Gardel. Es que no te puede no gustar Gardel. Al tipo que no le gusta Gardel, en algo es mal tipo. Estoy seguro. Habla mal de él. Hay algo que no está bien.
Yo siento una fascinación por Gardel como por nadie. Mirá, yo soy católico, tomé la comunión, la confirmación, y creía en Dios, pero, poco a poco, dejé de ir a las iglesias. Para mí la religión es una manifestación necesaria de la fe. Mi abuelo decía que vos tener que creer en algo, aunque sea en un palito. Y tenía razón, vos la fe la tenés que depositar en algo, en alguien, porque si no te explota dentro, eso necesita tener un cauce, ese es el sentido de la religión. Bueno, sin darme cuenta, desde hace un tiempo, cuando deseo pedir algo se lo pido a un señor engominado que canta tango.
No sólo eso, sino que además te has encargado de saldar las cuentas pendientes que tenía la vida con Gardel. Le hiciste un concierto homenaje para el 80 aniversario de su muerte en el mismo aeropuerto de Medellín, y después llevaste ese homenaje al Colón, donde Gardel no pudo estar.
Exactamente, pero con mucho respeto. Pensá que yo no canté a Gardel hasta después de muchos años de trabajo. Cuando empecé a cantar con “El Arranque”, no hacía ninguno de sus temas. Después grabé un disco con guitarras y no es un disco homenaje a Gardel. Después grabé los discos con mi orquesta y tampoco hice alusión a Gardel…. Lo de hacerle un homenaje a Gardel vino cuando yo pude decir; “ahora me animo a hacerle este homenaje, ahora me la banco”.
¿Y ahora te plantearías cantar otra cosa que no fuera tango?
A veces me tienta cantar otra cosa que no sea tango.
¿Volverías a la idea del canto lírico u otro género?
Me gusta cantar folklore, me gusta cantar bolero y el canto lírico me encanta. De hecho, tengo pensado hacer un disco que se llamará “De punta a punta” en el que quiero cantar una zamba, una chacarera, una tonada, un tango, una canción, una balada…, un disco con los distintos ritmos de Argentina.Uno es inquieto y no puede quedarse haciendo siempre lo mismo. Yo siempre me pregunto dónde me quiero ver en 10 años. Imaginarme haciendo lo mismo, no me divierte mucho. A veces incluso siento que me aburro de seguir haciendo lo mismo y, me preocupa; porque cuesta tanto alcanzar un lugar, consolidarlo, pero yo necesito que las cosas se muevan. Aunque, a pesar de todo, cada vez me siento más del tango. “Yo soy esto”, digo.
¿Necesitás probar cosas nuevas para que la capacidad creadora no se muera…?
Sí, si no uno se empieza a aburguesar, perdés el entusiasmo. A mí me encanta cuando me transpiran las manos. Cuando estoy preparando algo nuevo y tenés esa sensación que no te deja dormir. Esa adrenalina no la quiero perder.
¿Y cómo elegís las canciones? ¿Cómo decidís el próximo disco?
Primero pienso en un repertorio de una manera conceptual.
¿Cómo el mensaje que querés que el disco transmita como un todo?
Sí, exacto. Y a partir de ahí, una vez definido el concepto-disco, empiezo a elegir canciones. Hay algunas que te gustan hace, quizás, veinte años. Otras veces, necesitás empezar a buscar nuevas para completarlo, siempre dentro de un mismo concepto. Y también ocurre que hay muchos tangos que están ahí, que los escuchaste siempre por otros, y que hasta ahora no se te ocurrió que podías cantarlos vos, hasta quelavivencia te va acercando más. Por ejemplo, “Fuimos”, es un tango que siempre escuché por otros y, aunque me gustaba, me parecía que no era para mí, como que era algo que le pasaba a otro tipo, lo sentía lejano. Pero un día me separé. Me separé de la mujer que más amé en mi vida, y entonces empecé a cantar “Fuimos”. Y no es que dije “voy a cantar Fuimos”, me descubrí (con énfasis) cantando “Fuimos”, y me pregunté, ¿de dónde lo traje?… Y, claro, después me di cuenta.
De golpe -y como un golpe-, la letra resonó distinto dentro tuyo
Sí. Y como antes no, no me hacía falta cantarla. No cantaría nada que no me cause algo. No me gusta cantar por cantar, porque me aburro yo.
Necesitás conectar con la canción desde tu propia vivencia.
Sí, inclusive desde lo cómico o lo burdo. Puede ser algo que en principio parece que no tiene que ver con vos, pero en ese contraste algo tuyo encontrás. O tal vez aquello que no querés mostrar de vos mismo.
¿Y cómo hacés para cantar “Lejos de Buenos Aires”? Una vivencia que no tenés.
Lejos de Buenos Aires es una vivencia que yo no tengo todavía en carne propia, pero sí tengo grabado a fuego lo que me contaron todos los tipos grandes de cómo es estar lejos de Buenos Aires.
¿Cómo definirías ese sentimiento?
Es una nostalgia con cierto resentimiento porque se extraña algo que ya no existe, que ya no es así. Por ahí, ese mismo tipo que se siente nostálgico estando afuera, cuando está en Buenos Aires, está todo el tiempo renegando de Buenos Aires.
Yo cada vez la extraño más. Y mientras más conozco otras ciudades, más me siento parte de ella. Es un sentimiento muy porteño, y mirá que soy de Córdoba y adoro Córdoba, pero no siento esto. En Buenos Aires tengo mi vida, ahí me pasaron las cosas más lindas. Y las más feas, o las más tristes también… No me imagino viviendo en ningún lugar del mundo que no sea Buenos Aires. Así sea la peor situación histórica, yo quiero vivir en Buenos Aires
Juan José Saer decía: “Signo, modo o cicatriz, lo arrastro y lo arrastraré conmigo donde quiera que vaya. Más todavía, aunque intente sacudírmelo como una carga demasiado pesada, en un desplante espectacular, o poco a poco y subrepticiamente, en cualquier esquina del mundo, incluso en lo más imprevisible, me estará esperando. Era mi lugar: en él muerte y delicia me eran inevitablemente propias…”
¡¿Viste?!
¿Qué es lo que extrañas?
El famoso no sé qué…
“Las tardecitas de Buenos Aires tiene ese ¿qué se yo? … ¿viste?…”
(risas)
¿Y cómo va el tango fuera de Buenos Aires? Parece que cada vez se escucha más tango, se baila más tango. Hay quienes dicen que el tango en los próximos años va crecer más fuera de Buenos Aires que en Buenos Aires… ¿Vos qué pensás de eso?
Mirá, a lo mejor puede resultar agresivo el que sea tan categórico, pero para mí el tango es Buenos Aires. Sucede en Buenos Aires, se vive en Buenos Aires, se hace, crece y se reproduce en Buenos Aires. Todo lo demás está buenísimo, es lindísimo ver crecer el tango en otros lugares del mundo, pero cuando una orquesta quiere crecer, se instala en Buenos Aires; porque quien justifica tu trayectoria, tu trascendencia en el tango, es el público de Buenos Aires. Así vos vivas todo el año de gira, y ganés un montón de plata y te llenés de euros, todo eso necesita justificarse en Buenos Aires. Yo no me voy a ir nunca de Buenos Aires. Puedo vivir de gira, pero la base es Buenos Aires. Porque además canto en este idioma y yo entiendo que, así como uno es lo que come, uno canta lo que vive y el tango se canta como se vive en Buenos Aires.
Hiciste un disco tributo a los cantores de la generación del 40. ¿Por qué un tributo a ellos? ¿Qué te gusta especialmente de ellos?
Hay un tango que dice: “Se ha quedado roto mi castillo de cristal, dejame hacer un Dios con sus pedazos”. Si Gardel fuese un dios de cristal y lo rompés, los pedacitos son todos los cantantes del ’40.Cuando me metí con los cantores del ’40 me volví loco. El cantor del ’40 tiene la mesura. No tiene ese histrionismo un tanto burdo que tuvieron después los cantores de tango, no lo necesitaban porque tenían la orquesta que ya daba el marco y, entonces, el cantor era la frutillita … y esa delicadeza a mí es la que más me gusta del canto y en eso, para mí, tienen algo de Gardel.
Sí, la misma sutileza que destacabas de Gardel… ¿Y por qué un homenaje a Troilo?
Yo admiro a todas las personas que admiran a Gardel y a Troilo lo siento muy, pero muy, cercano a Gardel. De hecho, en muchas biografías él decía que quería que su orquesta sonara como las guitarras de Gardel. Entonces, ¿Por qué Troilo? Porque es una consecuencia natural. Es Gardel, y después Troilo. No hay manera que alguien te diga “me gusta Gardel y no me gusta Troilo”. O al revés. Porque en estética, y en definición, te diría que son lo mismo.Troilo es para mí el Gardel de los músicos. Él logró que su orquesta, como ninguna otra, acompañara a los cantores como las guitarras a Gardel. La orquesta de Troilo, sobre todo en la primera mitad del ’40, le da un lugar al cantante para que comunique la letra. Ni siquiera la voz del cantor, la letra. Por eso con Troilo todos los cantores han logrado su mejor versión. Ninguno logró, fuera de la orquesta de Troilo, algo mejor. Diferente sí, pero así en ese punto de mesura, nadie. Por ejemplo, con Rivero, cuya fama vino mucho después; Troilo logró que cante como un elefante caminando en un piolín. Y de todos los cantantes que tuvo Troilo, el mejor, fue Troilo. Hay grabaciones de “La Cantina”, en Uruguay, en las que canta con una vocecita media disfónica que cuando la escuchás decís. “Claro, por eso cantaban bien todos sus cantantes. Él sabía cómo guiarlos”.
De todos los escenarios, en los que actuaste ¿cuál fue más el más conmovedor? ¿El Boliche de Roberto (donde debutó), el homenaje a Gardel en Medellín, ese homenaje en el Colón, o cantar con tu mamá en el escenario?
El Homenaje a Gardel. Sin dudarlo. De alguna manera es una pena, si me miro de afuera, ese es el final de la película.
Justificaba el camino.
¡Sí! No creo que como el artista que soy vaya a hacer nada más importante que eso. Los días previos no podía dormir, y además estaba muy sensible, hacía las entrevistas y me largaba a llorar, porque era muy fuerte.
Era toda tu trayectoria ahí.
Además, era sostener un producto como productor después de haber convencido a mucha gente. Convencer a los colombianos que justificaba gastar toda esa plata, movilizar la filarmónica de Medellín, a la Televisión Pública para que lo televisara en directo para Argentina, y a Telemedellín también. A Teresa Parodi que nos ayudó con una parte de los pasajes,… , todo por un producto que era yo, cantando. Y era toma única. Era una cosa tremenda, no lo había hecho nunca, en ningún otro lado. Yo no quería aflojar, pero cuando aflojaba, lloraba.
Te escuché decir una frase muy bonita de ese homenaje, que era “hacer despegar ese vuelo que nunca llegó a destino…”
Se me ocurrió que para homenajear a alguien que murió ahí, había que buscarle una vueltita, más romántica quizás, no pensar en la celebración de la muerte como algo terrible, sino transmitir que algo continúa…
Desde luego, Gardel pasó a la inmortalidad cuando su nombre es una metáfora de tantas cosas en el lenguaje.
Y sí, yo sentía eso, que Gardel no había muerto ahí. Si hubiese muerto ahí, nadie estaría hablando de Gardel hoy, y haciéndole un homenaje 80 años después. Entonces se me ocurrió hacer un pequeño montaje con una imagen del mismo tipo de avión en 3D, despegando, mientras se escuchaba el ruido del motor -conseguí el sonido del mismo motor, del mismo avión-, y yo decía que para mí Gardel sí había despegado en ese vuelo, y con él tomaba vuelo el tango. Se apagaban las luces, se escuchaba ese motor… brrrrmmm… y empezaba “Volver”… “¿Cómo hago para no llorar?”, pensaba yo antes, pero me pasó algo… fue como si todo ese show se me pasara en cámara lenta…
¿Y por qué sinfónico?
Y bueno, se remonta a varias situaciones que había vivido en mi pasado. Primero, en el año 95, cuando yo todavía no cantaba tango, vi un homenaje a Gardel transmitido desde Toulouse, en un lugar hermoso que el año pasado fui a conocer, con una sinfónica y Pane, Marconi y Garello como bandoneonistas, pero nadie que cantara. Y pensé: “¡Qué raro, un homenaje a Gardel y nadie que cante!”. Después, cuando conozco Medellín en el 2013 le pregunto a la directora del Aeropuerto “¿Cuál es el lugar dónde murió Gardel?” Y me dice que no lo tienen señalado porque eso era un aeropuerto y no se podían hacer señalizaciones fuera de las necesarias. Y yo le digo. “Disculpame, no lo tomés a mal, en el mundo a Medellín lo conocen por dos cosas: una es muy buena, Gardel; y la otra es muy mala… ¿No te parece que tendríamos que hacer algo para priorizar que a Medellín se le asocie más con algo bueno? …”Mucho no le gustó, y, entonces, le dije: “Si te animás a hacerlo, yo me ofrezco gratis a cantar en un homenaje a Gardel acá…”Y ahí fue donde yo mismo me dije ¿Y si le organizo yo el homenaje? Además, en las películas, Gardel aparecía con orquestas, en parte porque competía con películas en las que salían orquestas como las de Bill Crosby. Y también porque le encantaba la ópera. La primera vez que vine a Barcelona descubrí que había cantado como el segundo del gran tenor Miguel Fleta. Fui a conocer el teatro en el que había actuado Gardel; y tuve la suerte de conocer al dueño, que era el nieto del que había sido el dueño en la época que actuó Gardel, y me mostró los afiches de aquella actuación. Ahí vi que Gardel había sido el segundo Miguel Fleta. Y cuando junté todos estos recuerdos, lo vi claro: A Gardel le hubiese encantado cantar con una sinfónica. Un homenaje a Gardel tenía que ser sinfónico.
Ariel Ardit con Flavia Mercier en la previa a su concierto en Barcelona (octubre 2018), tras terminar la entrevista.
Digamos, que tu motor es tu deseo, pero lo vas reconociendo en cosas que te pasan, que te conmueven… Sí, yo ya lo tenía, pero es cierto que desde aquel homenaje que yo vi en el ’95 y ese viaje a Medellín en el 2013, pasó mucho tiempo. Es como que ese deseo estaba guardado, hasta que, al estar en Medellín, hizo click.
Bueno Ariel, lo dejamos acá, dejemos a ese “click” seguir resonando para nuestros lectores … Por mi parte sólo queda agradecerte por esta entrevista. Muchas gracias
Ariel Ardit canta tangos por Gardel. No por el mito, sino por aquello que, en sus palabras, simboliza una suerte de espejismo que cada vez que cree alcanzar se le escapa como el final de un camino que aún le resta por hacer. Preso de un verdadero encantamiento por la virtuosidad de Gardel, Ariel Ardit ama en Gardel, más que a Gardel, la voz de Gardel.
Por otro lado, consciente inconscientemente, es un artista que causa efecto. La gente resalta, al final de sus espectáculos, además de su voz, su cercanía y su saber hacer de cada tango un lugar donde reconocerse. Por la forma en que cuida cada detalle de sus presentaciones, parece encontrar placer en causar ese efecto. Quizás ese mismo placer es lo que le permite estar en posición de recibir los efectos de lo que encuentra por azar. Se encuentra con un afiche que testimonia el deseo de su ídolo por la lírica, y ese espejo refleja su propio deseo por la lírica que le anima a aportar a aquel concierto que había visto tantos años antes, la voz que le faltaba. Justamente la voz, aquel objeto de deseo que intenta atrapar al escuchar a su ídolo. Esa voz parece ser un objeto atrayente y enigmático a la vez, tal que enlaza su deseo cual un anzuelo, y al que va descubriendo capa a capa en cada vuelta que hace sobre el mismo, y sobre él mismo.
¿Hasta dónde estará dispuesto Ariel Ardit a llevar estos efectos, o, a dejarse llevar por los efectos del azar que le conmueven? ¿Fue el Homenaje a Gardel, el final que debía tener su película -como él dijo-, o estamos ante el comienzo de una nueva? En ese homenaje levantaba vuelo un avión que en el pasado no había llegado a destino. Esa forma de transformar un duelo en producción artística nos dice que hay un artista y que, como tal, sabrá reinventarse, junto con su deseo, para recibir los efectos del azar que está esperando sorprenderle en cualquier esquina.